mercoledì 31 luglio 2013

La Repubblica delle banane



Insulti,  banane e ancora insulti, a parole o con i gesti, per la nostra ministra dell'Integrazione. Reazioni che ci stanno rendendo - tristemente - famosi nel mondo, tant'è vero che, due giorni fa, la Cnn ci ha sbattuti in apertura titolando: «Italia, Paese delle banane?». Come dire che queste nuove, ripetute «intemperanze», come le chiama chi ama minimizzare, sono deleterie per la nostra già non magnifica immagine internazionale. Non è che si voglia sempre pensare all'utile, ma i turisti americani di colore - e non solo americani - potrebbero pensare che il nostro sia per loro un Paese da evitare.
Siamo, dunque, davvero diventando razzisti? A scorrere blog e social network si direbbe senz'altro di sì, perché insulti ed esternazioni anche assai violente contro gli immigrati sembrano essere il pane quotidiano. C'è da dire, tuttavia, che notoriamente l'anonimato induce a dare il peggio di sé, e che per lo più esterna in modo aggressivo soltanto chi è frustrato, insoddisfatto, arrabbiato: gli altri - che nonostante tutto sono ancora la maggioranza - di solito tacciono.
Razzisti no, non lo siamo, a giudicare da come le popolazioni in genere accolgono i disgraziati che approdano sulle nostre coste. Sono quasi la regola gli episodi di privati cittadini che, in occasione degli sbarchi, accorrono con coperte, abiti, viveri per assistere i boat people , che danno man forte e non raramente offrono anche ricovero. Razzisti no, nemmeno in certi capoluoghi del Veneto che, ai tempi dei sindaci sceriffi, sembravano vere e proprie cittadelle dell'intolleranza, perché alla prova dei fatti si scopre che proprio in Veneto gli immigrati si dichiarano e sono integrati meglio che in qualunque altro luogo d'Italia. Razzisti no, se si pensa alle scuole multietniche, che si stanno avviando a diventare un po' dappertutto la regola, e al quotidiano lavoro straordinario che vi fanno presidi, insegnanti e spesso anche genitori di tutta Italia.
Esasperazione, rancore, rabbia verso gli stranieri non sono, ovviamente, sentimenti e atteggiamenti sconosciuti, tutt'altro, però sono generati soprattutto dall'assenza di controlli, dal lasciar fare generale, dall'incertezza della pena. Quando il nordafricano che ha investito e ucciso una ragazza sulle strisce ed è scappato finisce subito ai domiciliari, quando l'albanese che ha rubato in casa viene rimesso a piede libero, e magari, lo si incontra in strada qualche giorno dopo, quando gli abitanti del campo rom possono tranquillamente trasformare il parco di quartiere in una specie di discarica, quando protettori romeni, slavi, albanesi possono far lavorare impuniti le loro disgraziate ragazze, ecco che il germe del razzismo, chissà, prende piede, e colpa di tutto diventano allora gli stranieri che, si sa, senza lavoro, senza arte né parte, più facilmente vanno a ingrossare le file della delinquenza.
Il rischio di una deriva intollerante esiste dunque, nutrita dal lassismo, dalla scarsità di forze dell'ordine, non di rado anche da leggi poco condivisibili. Ma a nutrirla servono di sicuro anche gli insulti, in particolar modo se lanciati da personaggi pubblici di qualche importanza, che li usano studiatamente per provocare da un lato il facile applauso e dall'altro l'indignazione, miscela che garantisce articoli sui giornali, notorietà, fama a chi, forse, per qualche tempo, era uscito dal cono di luce delle cronache quotidiane.
Sono, questi insulti razzisti, un veleno sparso con pericolosa sconsideratezza che in fretta contagia chi è socialmente o culturalmente più debole: se il tale, là in alto - penseranno costoro - è libero di dire «orango», perché non possiamo permettercelo anche noi, sfogare le nostre rabbie dicendo scimmione, gorilla, torna nella giungla, e prenditi anche queste banane? Esattamente quello che è successo.
Isabella Bossi Fedrigotti
Corriere della Sera