martedì 26 novembre 2013

Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium"/ Presentazioni

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Presentazione dell'Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium". Testo della Presentazione di mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione

Evangelii gaudium: l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco scritta alla luce della gioia per riscoprire la sorgente dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo. Si potrebbe riassumere in questa espressione l’intero contenuto del nuovo documento che Papa Francesco offre alla Chiesa per delineare le vie di impegno pastorale che la riguarderanno da vicino nel prossimo futuro. Un invito a recuperare una visione profetica e positiva della realtà senza distogliere lo sguardo dalle difficoltà. Papa Francesco infonde coraggio e provoca a guardare avanti nonostante il momento di crisi, facendo ancora una volta della croce e risurrezione di Cristo il “vessillo della vittoria” (85).

A più riprese, Papa Francesco fa riferimento alle Propositiones del Sinodo dell’ottobre 2012, mostrando quanto il contributo sinodale sia stato un punto di riferimento importante per la redazione di questa Esortazione. Il testo, comunque, va oltre l’esperienza del Sinodo. Il Papa imprime in queste pagine non solo la sua esperienza pastorale precedente, ma soprattutto il suo richiamo a cogliere il momento di grazia che la Chiesa sta vivendo per intraprendere con fede, convinzione, ed entusiasmo la nuova tappa del cammino di evangelizzazione. Prolungando l’insegnamento di Evangelii nuntiandi, di Paolo VI, egli pone di nuovo al centro la persona di Gesù Cristo, il primo evangelizzatore, che oggi chiama ognuno di noi a partecipare con lui all’opera della salvezza (12). “L’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa” (15) –afferma il Santo Padre- per questo è necessario cogliere il tempo favorevole per scorgere e vivere la “nuova tappa” dell’evangelizzazione (17). Essa si articola su due tematiche particolari che segnano la trama basilare dell’Esortazione. Da una parte, Papa Francesco si rivolge alle Chiese particolari perché, vivendo in prima persona le sfide e le opportunità proprie di ogni contesto culturale, siano in grado di proporre gli aspetti peculiari della nuova evangelizzazione nei loro Paesi. Dall’altra, il Papa traccia un denominatore comune per permettere a tutta la Chiesa, e ad ogni singolo evangelizzatore, di ritrovare una metodologia comune per convincersi che l’impegno di evangelizzazione è sempre un cammino partecipato, condiviso e mai isolato. I sette punti, raccolti nei cinque capitoli dell’Esortazione, costituiscono le colonne fondanti della visione di Papa Francesco per la nuova evangelizzazione: la riforma della Chiesa in uscita missionaria, le tentazioni degli agenti pastorali, la Chiesa intesa come totalità del popolo di Dio che evangelizza, l’omelia e la sua preparazione, l’inclusione sociale dei poveri, la pace e il dialogo sociale, le motivazioni spirituali per l’impegno missionario. Il mastice che tiene unite queste tematiche si concentra nell’amore misericordioso di Dio che va incontro ad ogni persona per manifestare il cuore della sua rivelazione: la vita di ogni persona acquista senso nell’incontro con Gesù Cristo e nella gioia di condividere questa esperienza di amore con gli altri (8).
Il primo capitolo, quindi, si sviluppa alla luce della riforma in chiave missionaria della Chiesa, chiamata ad “uscire” da se stessa per incontrare gli altri. È la “dinamica dell’esodo e del dono dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre” (21), ciò che il Papa esprime in queste pagine. La Chiesa che deve fare sua “l’intimità di Gesù che è un’intimità itinerante” (23). Il Papa, come ormai siamo abituati, indugia in espressioni ad effetto e crea neologismi per far cogliere la natura stessa dell’azione evangelizzatrice. Tra tutte, quella di “primerear”; cioè Dio ci precede nell’amore indicando alla Chiesa il cammino da seguire. Essa non si trova in un vicolo cieco, ma ripercorre le orme stesse di Cristo (cfr1 Pt 2,21); pertanto, ha certezza del cammino da compiere. Questo non le fa paura, sa che deve “andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un inesauribile desiderio di offrire misericordia” (24). Perché questo avvenga, Papa Francesco ripropone con forza la richiesta della “conversione pastorale”. Ciò significa, passare da una visione burocratica, statica e amministrativa della pastorale a una prospettiva missionaria; anzi, una pastorale in stato permanente di evangelizzazione(25). Come, infatti, ci sono strutture che facilitano e sostengono la pastorale missionaria, purtroppo “ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore” (26). La presenza di prassi pastorali stantie e rancide obbliga, quindi, all’audacia di essere creativi per ripensare l’evangelizzazione. In questo senso afferma il Papa: “Un’individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia” (33).
È necessario, pertanto, “concentrarsi sull’essenziale”(35) e sapere che solo una dimensione sistematica, cioè unitaria, progressiva e proporzionata della fede può essere di vero aiuto. Ciò comporta per la Chiesa la capacità di evidenziare la “gerarchia delle verità” e il suo adeguato riferimento con il cuore del Vangelo (37-39). Ciò evita di cadere nel pericolo di una presentazione della fede fatta solo alla luce di alcune questioni morali come se queste prescindessero dal loro rapporto con la centralità dell’amore. Fuori da questa prospettiva, “l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo” (39). C’è un forte richiamo del Papa, quindi, perché si giunga a un sano equilibrio tra il contenuto della fede e il linguaggio che lo esprime. Può accadere, a volte, che la rigidità con cui si intende conservare la precisione del linguaggio, vada a danno del contenuto, compromettendo la visione genuina della fede(41).
Un passaggio certamente importante, in questo capitolo, è il n. 32 dove Papa Francesco mostra l’urgenza per portare a termine alcune prospettive del Vaticano II. In particolare il compito dell’esercizio del Primato del Successore di Pietro, e delle Conferenze Episcopali. Già Giovanni Paolo II in Ut unum sint, aveva avanzato una richiesta di aiuto per comprendere meglio i compiti del Papa nel dialogo ecumenico. Ora, Papa Francesco prosegue su questa richiesta e vede che una più coerente forma di aiuto potrebbe giungere se si sviluppasse ulteriormente lo Statuto delle Conferenze Episcopali. Un ulteriore passaggio di particolare intensità, per le conseguenze che porterà nella pastorale, sono i nn. 38-45: il cuore del Vangelo “si incarna nei limiti del linguaggio umano”. La dottrina, cioè, si inserisce nella “gabbia del linguaggio” –per usare un’espressione cara a Wittgenstein- ciò comporta l’esigenza di un reale discernimento tra la povertà e i limiti del linguaggio con la ricchezza –spesso ancora sconosciuta- del contenuto di fede. Il pericolo che la Chiesa possa a volte non considerare questa dinamica è reale; può succedere, quindi, che su alcune posizioni vi sia un arroccamento ingiustificato con il rischio di sclerotizzare il messaggio evangelico senza percepirne più la dinamica propria dello sviluppo. Il secondo capitolo è dedicato a recepire le sfide del mondo contemporaneo e a superare le facili tentazioni che minano la nuova evangelizzazione. In primo luogo, afferma il Papa, è necessario recuperare la propria identità senza avere complessi di inferiorità che portano poi ad “occultare la propria identità e le convinzioni… che finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere quello che gli altri possiedono” (79). Ciò fa cadere i cristiani in un “relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale” (80), perché intacca direttamente lo stile di vita dei credenti. Avviene così, che in molte espressioni della nostra pastorale le iniziative risentano di pesantezza perché al primo posto viene messa l’iniziativa e non la persona. Sostiene il Papa, che la tentazione di una “spersonalizzazione della persona” per favorire l’organizzazione, è reale e comune. Alla stessa stregua, le sfide nell’evangelizzazione dovrebbero essere accolte più come una chance per crescere, che non come un motivo per cadere in depressione. Bando quindi al “senso della sconfitta” (85). E’ necessario recuperare il rapporto interpersonale perché abbia il primato sulla tecnologia dell’incontro, fatto con il telecomando in mano per stabilire come, dove, quando e per quanto tempo incontrare gli altri a partire dalla proprie preferenze(88). Tra queste sfide, comunque, oltre alle usuali e più diffuse, è necessario cogliere quelle che hanno una valenza più diretta nella vita. Il senso di “quotidiana precarietà, con conseguenze funeste”, le varie forme di “disparità sociale”, il “feticismo del denaro e la dittatura di un’economia senza volto”, la “esasperazione del consumo” e il “consumismo sfrenato”... insomma, si è dinanzi a una “globalizzazione dell’indifferenza” e a un “disprezzo beffardo” nei confronti dell’etica con un permanente tentativo di emarginare ogni richiamo critico nei confronti del predominio del mercato che con la sua teoria della “ricaduta favorevole” illude sulla reale possibilità di andare a favore dei poveri (cfr nn. 52-64). Se la Chiesa oggi appare ancora fortemente credibile in tanti Paesi del mondo, anche là dove è minoranza, questo è dovuto alla sua opera di carità e solidarietà (65). Nell’evangelizzazione per il nostro tempo, pertanto, soprattutto dinanzi alle sfide delle grandi “culture urbane” (71), i cristiani sono invitati a fuggire da due espressioni che ne minano la natura stessa, e che Papa Francesco definisce “mondanità” (93). In primo luogo, il “fascino dello gnosticismo”; una fede cioè rinchiusa in se stessa, nelle sue certezze dottrinali, e che fa delle proprie esperienze il criterio di verità per il giudizio degli altri. Inoltre, il “neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico” di quanti ritengono che la grazia sia solo un accessorio mentre ciò che crea progresso è solo il proprio impegno e le proprie forze. Tutto questo contraddice l’evangelizzazione. Crea una sorta di “elitarismo narcisista” che deve essere evitato (94). Cosa vogliamo essere, si domanda il Papa, “Generali di eserciti sconfitti” oppure “semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere”? Il rischio di una “Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali” (96), non è recondito, ma reale. Occorre, quindi, non soccombere a queste tentazioni, ma offrire la testimonianza della comunione (99). Essa si fa forte della complementarità. A partire da questa considerazione, Papa Francesco espone l’esigenza per la promozione del laicato e della donna; dell’impegno per le vocazioni e dei sacerdoti. Guardare alla Chiesa con il progresso compiuto in questi decenni richiede di evitare la mentalità del potere, ma a far crescere quella del servizio per la costruzione unitaria della Chiesa (102-108).
L’evangelizzazione è un compito di tutto il popolo di Dio, nessuno escluso. Essa, non è riservata né può essere delegata a un gruppo particolare. Tutti i battezzati sono direttamente coinvolti. Papa Francesco spiega, nel terzo capitolo dell’Esortazione, come essa si possa sviluppare e le tappe che ne esprimono il progresso. In primo luogo, si sofferma a evidenziare il “primato della grazia” che opera instancabilmente nella vita ogni evangelizzatore(112). Sviluppa, inoltre, il tema del grande ruolo svolto dalle varie culture nel loro processo di inculturazione del Vangelo, e previene dal cadere nella “vanitosa sacralizzazione della propria cultura” (117). Indica poi il percorso fondamentale della nuova evangelizzazione nell’incontro interpersonale (127-129) e nella testimonianza di vita (121). Insiste, infine, perché si valorizzi la pietà popolare, perché esprime la fede genuina di tante persone che in questo modo danno vera testimonianza dell’incontro semplice con l’amore di Dio (122-126). Da ultimo, un invito del Papa ai teologi perché studino le mediazioni necessarie per giungere alla valorizzazione delle varie forme di evangelizzazione (133), mentre si sofferma più a lungo sul tema dell’omelia come forma privilegiata dell’evangelizzazione che richiede una autentica passione e amore per la Parola di Dio e per il popolo che ci è affidato (135-158).
Il quarto capitolo è dedicato alla riflessione sulla dimensione sociale dell’evangelizzazione. Un tema caro a Papa Francesco perché “se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice” (176). È il grande tema del legame tra l’annuncio del Vangelo e la promozione della vita umana in tutte le sue espressioni. Una promozione integrale di ogni persona che impedisce di rinchiudere la religione come un fatto privato senza alcuna incidenza nella vita sociale e pubblica. Una “fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo” (183). Due grandi tematiche appartengono a questa sezione dell’Esortazione. Il Papa ne parla con particolare passione evangelica, consapevole che segneranno il futuro dell’umanità: anzitutto, “l’inclusione sociale dei poveri”; inoltre,“la pace e il dialogo sociale”.
Per quanto concerne il primo punto, con la nuova evangelizzazione la Chiesa sente come propria missione quella di “collaborare per risolvere le cause strumentali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri”, come pure quella di “gesti semplici e quotidiani di solidarietà di fronte alle miserie molto concrete” che ogni giorno sono dinanzi ai nostri occhi(188). Ciò che giunge da queste dense pagine, è un invito a riconoscere la “forza salvifica” che i poveri possiedono, e che deve essere posta al centro della vita della Chiesa con la nuova evangelizzazione (198). Ciò significa, comunque, riscoprire anzitutto l’attenzione, l’urgenza e la consapevolezza di questa tematica, prima ancora di ogni esperienza concreta. Non solo, l’opzione fondamentale verso i poveri che preme di essere realizzata, sostiene Papa Francesco, è primariamente quella di una “attenzione spirituale” e “religiosa”; essa è prioritaria su ogni altra forma(200). Su questi temi, la parola di Papa Francesco è franca, detta con parresia e senza circonlocuzioni. Un “Pastore di una Chiesa senza frontiere” (210), non può permettersi di volgere lo sguardo altrove. Ecco perché mentre chiede con forza di considerare il tema dei migranti, denuncia con altrettanta chiarezza le nuove forme di schiavitù: “Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete di prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità” (211). A scanso di equivoci, il Papa difende con altrettanta forza la vita umana nel suo primo inizio e la dignità di ogni essere vivente (213). Per quanto concerne il secondo aspetto, il Papa enuclea quattro principi che sono come il denominatore comune per la crescita nella pace e la sua concreta applicazione sociale. Memore, forse, dei suoi studi su R. Guardini, Papa Francesco sembra creare una nuova opposizione polare; ricorda infatti che “Il tempo è superiore allo spazio”, “l’unità prevale sul conflitto”, la “realtà è più importante dell’idea” e che il “tutto è superiore alla parte”. Questi principi si aprono alla dimensione del dialogo come primo contributo per la pace. Esso si estende nel corso della Esortazione all’ambito della scienza, nei confronti dell’ecumenismo e delle religioni non cristiane.
L’ultimo capitolo intende esprimere lo “spirito della nuova evangelizzazione” (260). Esso si sviluppa sotto il primato dell’azione dello Spirito Santo che infonde sempre e di nuovo l’impulso missionario a partire dalla vita di preghiera, dove la contemplazione occupa il posto centrale(264). La Vergine Maria “stella della nuova evangelizzazione” è presentata, a conclusione, come l’icona della genuina azione di annuncio e trasmissione del Vangelo che la Chiesa è chiamata a compiere nei prossimi decenni con entusiasmo forte e immutato amore per il Signore Gesù.
“Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!” (83). È un linguaggio chiaro, immediato, senza retorica né sottointesi, quello con cui ci si incontra in questa Esortazione Apostolica. Papa Francesco va al cuore dei problemi che vive l’uomo di oggi e che, da parte della Chiesa, richiedono molto più di una semplice presenza. A lei è chiesta una fattiva azione programmatica e una rinnovata prassi pastorale che evidenzi il suo impegno per la nuova evangelizzazione. Il Vangelo deve giungere a tutti, senza esclusione di sorta. Alcuni, comunque, sono privilegiati. A scanso di equivoci, Papa Francesco presenta il suo orientamento: “Non tanto gli amici e i vicini ricchi, bensì soprattutto i poveri, gli infermi coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati… non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro” (48).
Come in altri momenti cruciali della storia, così anche oggi la Chiesa sente l’urgenza di affinare lo sguardo per compiere l’evangelizzazione alla luce dell’adorazione; con uno “sguardo contemplativo” per vedere ancora i segni della presenza di Dio. Segni dei tempi non solo incoraggianti, ma posti come criterio per una efficace testimonianza (71). Primo fra tutti, Papa Francesco ricorda il mistero centrale della nostra fede: “Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada” (3). Quella che Papa Francesco ci indica, alla fine, è la Chiesa che si fa compagna di strada di quanti sono nostri contemporanei nella ricerca di Dio e nel desiderio di vederlo.


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Presentazione dell'Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium". Testo della Presentazione di mons. Lorenzo Baldisseri, Segretario generale del Sinodo dei Vescovi

Il documento Evangelii Gaudium (EG) del Santo Padre Francesco nasce dalla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (2012), come annuncio di gioia ai cristiani discepoli e missionari e a tutta l’umanità. Il Santo Padre ha avuto nelle mani le Propositiones dei Padri sinodali, le ha fatte proprie, rielaborandole in modo personale, ed ha scritto un documento programmatico e esortativo, utilizzando la forma di “Esortazione Apostolica”, la cui centralità è la missionarietà, a tutto campo. 
Ciò che colpisce fin dalle prime pagine è la presentazione gioiosa del Vangelo - perciò Evangelii Gaudium -, che si esprime addirittura con la ripetizione, in tutto il testo, della parola “gioia” per ben 59 volte. 
Il Papa ha tenuto conto delle Propositiones citandole 27 volte. Su questa base, proveniente dalla riflessione dei Padri sinodali, egli sviluppa l’Esortazione in un solido quadro dottrinale, fondato sui riferimenti biblici e magisteriali, con una presentazione tematica dei vari aspetti della fede, ove si affermano i principî e le dottrine incarnate nella vita. Tale sviluppo è arricchito da rimandi ai Padri della Chiesa, tra cui Sant’Ireneo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino - per citarne alcuni -; è ulteriormente sostenuto dall’apporto di Maestri medioevali come il Beato Isacco della Stella, San Tommaso d’Aquino e Tommaso da Kempis; tra i teologi moderni compaiono il Beato John Henry Newman, Henri De Lubac e Romano Guardini, e altri scrittori, tra cui Georges Bernanos.
In modo particolare, è da notare la frequentazione, nel testo, di vari riferimenti ad Esortazioni Apostoliche come l’Evangelii nuntiandi di Paolo VI (13 occorrenze), e ad altre Post-sinodali come Christifideles laici; Familiaris consortio; Pastores dabo vobis; Ecclesia in Africa, in Asia, in Oceania, in America, in Medio Oriente, in Europa; Verbum Domini. Inoltre, si registra l’attenzione data ai pronunciamenti degli Episcopati latinoamericani, come ai documenti di Puebla e di Aparecida; a quello dei Patriarchi Cattolici del Medio Oriente nella XVI Assemblea; a quelli delle Conferenze Episcopali di India, Stati Uniti, Francia, Brasile, Filippine e Congo.
Il tema della sinodalità è introdotto già all’interno della parte iniziale che tratta “La trasformazione missionaria della Chiesa”. Nella prospettiva della «Chiesa in uscita» (n. 20) «da sé verso il fratello» (n. 179), il Santo Padre propone una «pastorale in conversione» a 360 gradi, partendo dalla parrocchia (cfr. n. 28), dalle comunità di base, movimenti ed altre forme associative (cfr. n. 29), dalle Chiese particolari (cfr. n. 30), fino «a pensare a una conversione del papato» (n. 32). Si percepisce che egli desidera includere in questa «pastorale in conversione» una speciale attenzione all’espressione collegiale dell’esercizio del primato; pertanto afferma: «anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale» (n. 32).
Riferendosi al Concilio Vaticano II, in analogia con le antiche Chiese patriarcali, il Santo Padre auspica che le Conferenze Episcopali possano «sviluppare un contributo molteplice e fecondo perché l’affetto collegiale trovi concrete applicazioni» (LG n. 22; EG n. 32). Questa espressione di sinodalità aiuterebbe a concrete attribuzioni circa l’autorità dottrinale e di governo (cfr. n. 32). Sotto il profilo ecumenico - grazie anche all’esperienza della presenza al Sinodo del Patriarca di Costantinopoli e dell’Arcivescovo di Canterbury (cfr. n. 245) -, la sinodalità si esprime in modo particolare, poiché, attraverso il dialogo «con i fratelli ortodossi, i cattolici hanno la possibilità di apprendere qualcosa di più circa il significato della collegialità episcopale e sull’esperienza della sinodalità» (n. 246).
Un altro elemento significativo, a questo proposito, è rappresentato dalla ricezione, nella Esortazione Apostolica - che è un documento a carattere universale - degli stimoli pastorali provenienti dalle varie Chiese locali del mondo. Ciò significa mostrare l’esercizio della collegialità in atto. In tale senso, il rilievo dato dal Santo Padre all’uscita missionaria della Chiesa verso le periferie esistenziali, mediante la conversione pastorale, proviene dalla sua personale esperienza di Arcivescovo di Buenos Aires e in quanto direttamente coinvolto nella stesura del documento di Aparecida (cfr. n. 25). A tale esperienza pastorale si deve pure l’ampio spazio dedicato alla pietà popolare, che in America Latina e Caraibi «i vescovi chiamano anche “spiritualità popolare” o “mistica popolare”. Si tratta di una “vera spiritualità incarnata nella cultura dei semplici”» (n. 124).
Facendo eco ad una celebre definizione di San Tommaso, secondo cui “la grazia suppone la natura”, il Santo Padre, attingendo al documento di Puebla, conia la bella espressione: «La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (n. 115). Questo aperto apprezzamento per le diverse culture che si dispongono all’accoglienza del Vangelo, e lo informano con le loro ricchezze, conduce il Santo Padre a ridimensionare la pretesa assolutezza di qualsiasi cultura, per cui «non è indispensabile imporre una determinata forma culturale, per quanto bella e antica, insieme con la proposta evangelica» (n. 117). Al riguardo, «i Vescovi dell’Oceania hanno chiesto che lì la Chiesa “sviluppi una comprensione e una presentazione della verità di Cristo che parta dalle tradizioni e dalle culture della regione”» (n. 118).
Altri temi sono affrontati con riferimenti precisi, provenienti da diverse regioni del mondo. Il dialogo tra le religioni, posto in termini di apertura nella verità e nell’amore, è presentato dal testo del Papa: «in primo luogo come una conversazione sulla vita umana o semplicemente, come propongono i Vescovi dell’India “un’attitudine di apertura verso di loro, condividendo le loro gioie e le loro pene”» (n. 250). Nei confronti dell’Islam «è indispensabile l’adeguata formazione degli interlocutori, non solo perché siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro propria identità, ma perché siano capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le preoccupazioni sottostanti ai loro reclami e di portare alla luce le convinzioni comuni. […] Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché, come hanno insegnato i Patriarchi Cattolici del Medio Oriente, “noi sappiamo che il vero Islam e il Corano sono innocenti di ogni violenza”» (n. 253).
Particolarmente cara al Santo Padre, in ragione della sua urgenza mondiale, è “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”, alla quale dedica una parte consistente del documento. L’esperienza latinoamericana e caraibica di una Chiesa profondamente immersa nella vita del popolo ha provocato una cura attenta ai poveri, agli esclusi, agli oppressi, ed ha suscitato anche una grande riflessione teologica, le cui ripercussioni hanno varcato i confini, assumendo volti contestuali propri, nelle diverse aree del mondo, partecipi della medesima condizione sociale (cfr. n. 176 segg.). Nella sua esposizione del tema, il Papa parla dell’inclusione sociale dei poveri, che presenta come un grido per la giustizia e la dignità, che la Chiesa deve ascoltare (cfr. n. 186 segg.). Sono in gioco anche le cause strutturali della povertà. Non si tratta solo di solidarietà spicciola, ma di trasformazioni strutturali. «Un cambiamento nelle strutture che non generi nuove convinzioni e atteggiamenti farà sì che quelle stesse strutture presto o tardi diventino corrotte, pesanti e inefficaci» (n. 189). Non si esclude nemmeno il grido di interi popoli che reclamano i loro diritti come nazioni, ai quali deve essere permesso «di giungere con le loro forze ad essere artefici del loro destino» (PP n. 15, EG n. 189).
Infine, trattando del rapporto tra bene comune e pace sociale, il Papa afferma che «l’annuncio di pace non è quello di una pace negoziata, ma la convinzione che l’unità dello Spirito armonizza tutte le diversità» (n. 230), perché lo Spirito Santo ipse armonia est.


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Presentazione dell'Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium". Testo della Presentazione di mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali

Mi è stato chiesto di presentare questo Documento Pontificio per quanto riguarda la sua dimensione comunicativa e per quanto la comunicazione entra nella tematica della nuova evangelizzazione. Il mio intervento vuole prendere in considerazione due punti fondamentali.
I - Stile del documento 
Si tratta di una Esortazione Apostolica e come tale ha un suo stile e un suo linguaggio proprio. Mi piace sottolineare che il tono è quasi colloquiale con la caratteristica propria di un profondo afflato pastorale. Come dice il Papa Francesco: “desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice”. Si percepisce, leggendo il testo, che ci troviamo di fronte ad un pastore che è a colloquio meditativo con i fedeli. 
Emerge una caratteristica propria: il Papa utilizza un linguaggio sereno, cordiale, diretto in sintonia con lo stile manifestato in questi mesi di pontificato.
II - Come emerge il ruolo della comunicazione in questa nuova tappa evangelizzatrice, anche perché il Papa vuole “indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. 
Emerge, innanzitutto, la consapevolezza del Papa di quanto sta avvenendo nel mondi di oggi, specialmente nel campo della salute, educazione, comunicazione. il Papa è consapevole dei progressi/successi ottenuti dall’uomo in questi tre campi (n. 52) e fa riferimento alle evidenti innovazioni tecnologiche: “Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo”. (n. 52).
Senza dubbio si tratta di progresso e di successi, ma il Papa, è pienamente consapevole che l’attuale società dell’informazione, è satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello e che finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. Per questo motivo, il Papa, sottolinea che è necessaria una vera educazione che insegni a pensare criticamente ed offra un appropriato percorso di maturazione dei valori. (n. 64).
Il documento riconosce altresì che le attuali maggiori possibilità di comunicazione possono tradursi in più ampie possibilità di incontro tra tutti. Di qui l’esigenza di scoprire e trasmettere la mistica del vivere insieme, di mescolarsi, di incontrarsi. (n. 87).
Emerge altresì la consapevolezza che “Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù.” Il Papa sottolinea addirittura che una “cultura inedita palpita e si progetta nella città”. (n. 73)
Non manca anche un rilievo circa l’atteggiamento della cultura mediatica nei confronti del messaggio della Chiesa. Al numero 79 il Papa sottolinea che “La cultura mediatica e qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto”.
Un ampio settore, come era prevedibile, è dedicato ad analizzare come il messaggio è comunicato. Non mancano alcuni rilievi su questo fatto. Il Papa è consapevole della velocità della comunicazione odierna e di come a volte i media operano una selezione interessata dei vari contenuti. Ecco perché c’è il rischio che il messaggio possa apparire mutilato e ridotto ad aspetti secondari. C’è il rischio che alcune questioni dell’insegnamento morale della Chiesa rimangano fuori del contesto che dà loro senso o che a volte il messaggio sembri identificarsi con quegli aspetti secondari che non manifestano il cuore autentico del messaggio di Gesù Cristo.
Di fronte a questi rischi il Papa ritiene che si debba essere realisti, vale a dire non  dare per scontato che gli interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo o che possano collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva. (n. 34)
Per questo motivo, il Papa sottolinea che “Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere”. (n. 35) 
L’annuncio deve concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta quindi deve semplificarsi senza perdere per questo profondità  e verità e diventare così più convincente e radiosa. (n. 35)
Ampi spazi sono poi destinati a riflettere su un tema che mi è particolarmente caro, vale a dire il tema del linguaggio. Il Papa, facendo riferimento agli attuali e rapidi enormi cambiamenti culturali, ricorda che si deve prestare “una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità”. (n. 41)
A questo proposito il Papa ricorda che “A volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso, quello che i fedeli ricevono, a causa del linguaggio che essi utilizzano e comprendono, è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesù Cristo” e in questa linea il Papa insiste sottolineando come “Con la santa intenzione di comunicare loro la verità su Dio e sull’essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano. In tal modo, siamo fedeli ad una formulazione ma non trasmettiamo la sostanza”. (n. 41)
Il tema del linguaggio è certamente una grande sfida per la Chiesa oggi. Una sfida che deve essere accolta consapevolmente e con decisione, con audacia e saggezza come ricordava Paolo VI in Evangelii Nuntiandi. 
Papa Francesco fa rilevare nel contempo: “non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione” (n. 42) e ricorda a tutti noi che “vi sono cose che si comprendono e si apprezzano solo a partire da questa adesione che è sorella dell’amore, al di là della chiarezza con cui se ne possono cogliere le ragioni e gli argomenti”. (n. 42)
Alla luce di quanto sopra emerge che l’impegno evangelizzatore “si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze” (n. 45). Si dovrà annunciare al “meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile”. (n. 45)
E il Papa continua: un cuore missionario “Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva”. (n. 45) A lui spetta crescere nella comprensione del Vangelo, nel discernimento dei sentieri dello spirito, non rinunciare al bene possibile “benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”. (45)
In questo contesto il Papa pone – era da prevedersi – una particolare attenzione alla omelia e, alla luce di quanto sopra, riconosce che il problema non è solamente sapere ciò che si deve dire, ma non trascurare il “come”, il modo concreto di sviluppare una predicazione. (n. 157)
Conoscendo lo stile comunicativo di Papa Francesco non sorprende che, in questo contesto, sottolinei il fatto che uno degli sforzi più necessari è quello di imparare ad usare immagini nella predicazione, “vale a dire a parlare con immagini” (n. 157) e qui proprio in questa esortazione scopriamo che all’origine del Suo stile comunicativo c’è l’ insegnamento che un Suo vecchio maestro aveva dato al giovane Bergoglio: “una buona omelia deve contenere un’idea, un sentimento, un’immagine”.
Sempre affrontando il tema del linguaggio il Papa ricorda che la semplicità ha a che vedere con il linguaggio utilizzato. Deve essere il linguaggio che i destinatari comprendono, per non correre il rischio di parlare a vuoto. (n. 158)
A questo proposito il Papa sottolinea pastoralmente che “Il rischio maggiore per un predicatore è abituarsi al proprio linguaggio e pensare che tutti gli altri lo usino e lo comprendano spontaneamente”. (n.158)
Pertanto, potremmo dire che il cammino è quello di una semplicità, di una chiarezza e di una dimensione positiva. (n. 159) Infatti “una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività”. 
Vorrei dedicare l’ultima sottolineatura di questo mio intervento al tema della via della bellezza, “via pulchritudinis” (propositio 20, n. 167) “Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda”. (n. 167)
Tutte le espressioni, dice il Papa, di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù e ricorda a tutti noi che la stima della bellezza è necessaria per poter giungere al cuore umano e fare risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto. Si ricorda pertanto l’uso dell’arte nell’opera evangelizzatrice della Chiesa e il Papa non esita a parlare di un nuovo “linguaggio parabolico” . 
Termino questo mio intervento con una ulteriore citazione prospettica di Papa Francesco che dà senso alla nostra attività comunicativa nella Chiesa “Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali”. (n. 167)
Questa è la sfida che Papa Francesco pone a tutti noi e, per quanto mi concerne, sfida che il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali vuole assumere in pienezza e rispondervi positivamente.