giovedì 28 novembre 2013

L’arte del confessare



Si conclude la terza settimana internazionale della riconciliazione aperta dal Penitenziere maggiore. 

Si conclude venerdì 29 la terza settimana internazionale della riconciliazione, promossa dal segretariato generale della formazione dei frati minori cappuccini, con il patrocinio della Penitenzieria Apostolica, nel santuario di padre Pio. «Sappiamo quanto sia stato importante per lui — ha ricordato in proposito lunedì 25 l’arcivescovo Michele Castoro nel dare il benvenuto ai partecipanti — il ministero del confessionale. Era un luogo per annunciare il vangelo della misericordia e dispensare il perdono di Dio».E la testimonianza del santo di Pietrelcina è ritornata in tutti gli interventi dei relatori, a cominciare da quello inaugurale del cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore. Il porporato lo ha infatti annoverato tra «i grandi santi confessori» insieme con il curato d’Ars e Leopoldo Mandić, sottolineando come tutti e tre curassero attentamente anche il proprio stato di salute spirituale, «ricorrendo non di rado essi stessi al confessionale, per mondarsi dalle colpe — nel loro caso di certo molto lievi — che pure avvertivano come un ostacolo, sia nel loro rapporto con Dio, sia riguardo all’efficacia del loro essere guide per gli altri verso Dio».
Affrontando il tema dei lavori («Credo la remissione dei peccati, espressione che si incontra nel Simbolo degli apostoli») il penitenziere maggiore ha messo in luce la continuità che si ritrova sull’argomento nel magistero di Benedetto XVI e di Papa Francesco. «Nel 1968, anno simbolo di un’epoca segnata, oltre che da elementi interessanti, anche da sbandamenti e confusioni a livello dottrinale — ha detto — l’allora giovane professore di teologia Joseph Ratzinger decise di impostare le sue lezioni accademiche sulla fede cristiana seguendo proprio il Simbolo degli Apostoli». Come è noto, tali lezioni furono poi pubblicate nel libro Introduzione al cristianesimo. Quindi il cardinale Piacenza ha aggiunto che «la prima e principale forma di remissione dei peccati ad opera dello Spirito Santo, nella Santa Chiesa, è il battesimo», mentre l’altro modo principale in cui lo Spirito Santo rimette i peccati è appunto attraverso il sacramento della riconciliazione e penitenza. Tanto che, ha messo in luce, «battesimo e penitenza sono intimamente connessi; e quest’ultima è stata spesso indicata quale “secondo battesimo” o anche “penitenza seconda”, con riferimento alla prima penitenza, quella battesimale». E proprio a tali tematiche Papa Francesco ha dedicato le recenti catechesi all’udienza generale del mercoledì, in particolare quelle del 13 e del 20 novembre scorsi, con ripetuti inviti a considerare «la remissione dei peccati, esperienza di fede dell’essere perdonati da Dio».
Quindi, dopo aver ripercorso i riferimenti biblici e patristici della confessione sacramentale, il cardinale Piacenza ha messo in guardia dal non considerarla lavoro di routine o tantomeno consulenza psicologica, rilanciandone invece il carattere ecclesiale e uno dei suoi principali risvolti positivi: «Quello di inserire l’uomo perdonato in una comunità vastissima e mirabile, nella quale vige una misteriosa comunione di beni spirituali (communio sanctorum). Non solo si riceve il perdono dei peccati per via ecclesiale — ha commentato — ma anche dal perdono dei peccati si è confermati in tale via e se ne colgono i frutti spirituali».
Infine il penitenziere maggiore si è rivolto ai ministri del sacramento, ribadendo che «il confessionale non è il luogo per esperimenti in campo dottrinale. Sebbene l’esperienza insegni che esistono casi particolari in cui è necessaria una vera “arte del confessare” da parte del sacerdote, per coniugare la verità rivelata con le situazioni concrete, resta fermo che di coniugazione deve trattarsi, non di obliterazione della dottrina in favore delle problematiche esistenziali». Perché — ha concluso — «il sacerdote, anche in confessionale come in altri ambiti del suo ministero, non parla a nome proprio, ma a nome di Cristo e della Chiesa, di cui egli è umile ministro».
E proprio alla figura del confessore e alla fede che egli per primo deve avere, ha fatto riferimento, nella sua relazione di martedì 26, il vescovo di Cassano all’Jonio, monsignor Nunzio Galantino. Il presule — intervenuto dopo la relazione del reggente della Penitenzieria, monsignor Krzystof Józef Nykiel (di cui abbiamo anticipato stralci nel numero del 25-26) — ha analizzato «quell’insieme di atteggiamenti interiori e di decisioni di vita che portano un prete a mettersi in ascolto di un uomo, che accetta di mettere il suo peccato e la sua volontà di conversione nelle mani e nel cuore di colui che, accogliendolo, rappresenta sia Dio, nel cui cuore il penitente intende in ultima analisi mettere il suo peccato, sia la Chiesa che, come madre, accoglie e rimette in cammino il penitente». E al riguardo ha consigliato di evitare inopportuni giudizi motivati da criteri umani, fatti di una discrezionalità ingiustificata. «La fede del confessore — ha avvertito — poggia in maniera previa sulla consapevolezza che c’è differenza tra il “ministero della riconciliazione” e l’attribuirsi un ruolo giudicante».
Ecco perché, «di fronte alla scarsa frequenza ai sacramenti», il vescovo Galantino ha esortato a «liberarsi da veri e propri pregiudizi di comodo in base ai quali l’uomo contemporaneo sarebbe un uomo appiattito su ciò che vede e su ciò che tocca; insensibile al senso del simbolico e del sacramentale. Sembra piuttosto — ha avvertito — che l’uomo contemporaneo sia diventato cieco, sordo e quindi indifferente solo a un certo genere di simboli e di riti sacramentali», ma «senza per questo rinunziare alla dimensione simbolico-sacramentale che attraversa tutta la sua esistenza». Ecco allora la necessità di rilanciare il «carattere di incontro» che tutti i sacramenti — in particolare quello della riconciliazione — hanno. Del resto, ha concluso il presule, «la grazia di qualsiasi sacramento si fonda sulla promessa di un impegno certo e incrollabile di Dio», perché «ogni qualvolta un sacramento viene amministrato e celebrato in modo corretto, colui che lo riceve può esser certo che Dio gli si rivolge in Gesù Cristo, anche se il sacerdote che lo amministra dovesse essere strumento del tutto indegno».
L'Osservatore Romano