martedì 27 maggio 2014

7 – Diario dalla Terra Santa. Un viaggio piovuto dal cielo


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di Costanza Miriano    foto di  Leonora Giovanazzi
“Sono stato giovane, ora sono vecchio. Ma ho imparato che i sogni non invecchiano, e raccomando a tutti di vivere seguendo questa convinzione. Lei è venuto in pellegrinaggio in Terra Santa, e ha aperto una strada per la pace. Che lei sia benedetto.” Il discorso di Peres al Papa, stamane, non sembrava affatto formale, era davvero il discorso di un uomo arrivato alla fine della sua parabola politica (il suo mandato scade a luglio), che fa un bilancio della sua vita, e che parla con sincerità a una persona che stima.
Il Papa a quel “sono vecchio” sorride. È stanco, molto stanco Francesco. Non si è fermato un attimo in questi giorni (ne sanno qualcosa i giornalisti che lo hanno seguito arrancando e ansimando, cotti dal sole di giorno, intirizziti la sera, mentre rimbalzava da un luogo all’altro, viaggiando con un’ora di ritardo medio, dunque ho qualcosa in comune con lui…). Però ne è valsa la pena. Chissà per quanti motivi, quante gioie spirituali ha portato qui Francesco, e chissà se ne ha vissute lui. Chissà anche se ci saranno risultati concreti (ma sappiamo che il successometro che adotta Dio per misurare l’esito delle cose è molto diverso dal nostro).
LYO_20140526_IMG_7532Presto, forse il 6 giugno, ci sarà un incontro tra i due presidenti, israeliano e palestinese, a casa del Papa. Oggi Peres ha confermato che accetterà l’invito, anche se il vero incontro tra i due, il colloquio, è stato a porte chiuse, e io non sono quel tipo di giornalista che rimedia le notizie con l’intuito anche se non gliele dicono, a me le devono scrivere, meglio se a caratteri belli grossi. Noi fuori abbiamo visto il contorno, e ci è piaciuto un sacco. Il Papa salutato da tanti ragazzi malati che desideravano conoscerlo, il Papa accolto da un magnifico Halleluja (quello di Leonard Cohen, all’inizio!) cantato da una torma di ragazzine vestite di bianco, una più bella dell’altra.
Prima dell’arrivo dei due l’attesa è molto lunga, ma divertente, insomma, sempre meglio che lavorare. Radiografati, scannerizzati e annusati da un imponente servizio di sicurezza (voglio obbligatoriamente la maglietta del Mossad con su scritto “il mio lavoro è così segreto che neanche io so cosa sto facendo”), siamo poi lasciati liberi di vagare nei giardini della residenza del presidente, con meravigliosi buffet – peccato che il sandwich all’uovo ed erba cipollina non mi entra proprio alle nove di mattina – e prati freschi su cui togliere le scarpe e mettersi a dire il rosario (non so cosa preveda l’etichetta in merito a piedi scalzi e preghiere non esattamente in linea, ma sono tutti troppo educati per dirmi qualcosa). Comunque gli israeliani sono davvero organizzatissimi, accoglienti, elegantissimi. Persino i poliziotti sorridono, in caso di necessità. Peccato che le soldatesse sembrano tutte Bar Refaeli, insomma, prendetene anche una brutta ogni tanto.LYO_20140526_IMG_7570
Nell’attesa mi metto a chiacchierare con i ragazzini invitati. Vengono dalle scuole cattoliche di Haifa, ma sono di tutte le fedi. Una quindicenne drusa mi racconta che convivono tutti tranquillamente, a parte il fatto che lei si deve alzare alle cinque di mattina per passare i controlli e arrivare a scuola in tempo. Non sembra molto turbata da questo, mi devo ricordare di dirlo ai miei figli quando si lamentano, loro che arrivano a scuola praticamente a due metri dal punto in cui scendono dal letto, a volte senza passare per il bagno (il famoso effetto “nido di upupa” sui capelli spazzolati giusto una mesata fa).
I ragazzi sono musulmani, ebrei, cristiani di tutti i riti – il sacerdote che accompagna la classe di questa ragazzina è un cattolico copto, e non chiedetemi cosa significa – drusi (setta religiosa di origine musulmana), ma a me sembrano soprattutto quindicenni molto simili a quelli che conosco in Italia, fatto salvo il fatto che questi non hanno il cellulare, ma non so se glielo hanno tolto i prof o se sono spontaneamente così intelligenti da preferire il mondo reale in un’occasione del genere. Osservando le ragazze devo annotare con sgomento che stanno tornando i pantaloni a vita alta, ormai è ufficiale. Io non so se mi sento pronta per questo.
Dopo l’incontro col Papa faccio una chiacchierata con la mia vicina di fila, una maratoneta di Boston che vive a Tel Aviv, anche lei innamorata della città: qui è pieno di gente nata dall’altra parte del mondo, che viene qui per i motivi più diversi, e si ha davvero la sensazione di stare al centro di qualcosa di vitale, qualcosa che ribolle e dà energia. È il posto in cui ho visto le persone vestite nei modi più diversi, non solo per motivi religiosi.10330284_10152238307558492_5370164343179904724_nIo comunque, approfitto del rompete le file del cerimoniale (c’erano delle signore con un velo meraviglioso, una è la signora Caovilla, quella delle scarpe che sono oggetti di arte e infatti costano tipo 400 euro l’una, motivo per cui io non le conoscevo mentre la collega di Milano esperta di moda sì, l’ha abbracciata come mio figlio avrebbe fatto con Rudi Garcia), e appena possibile mi rimetto le scarpe basse (da trenta euro) che avevo in borsa insieme al panino al formaggio (ho rischiato l’arresto per possesso di armi chimiche), e ci avviamo verso l’albergo. Il tempo di una piccola corsa e andiamo alla ricerca della messa. Noi veramente eravamo andate stamane, ma la chiesa era chiusa, sta vicino alla Grande Sinagoga di Gerusalemme e il dispiego di polizia ed esercito per l’incontro di Peres col Papa è totale, niente è lasciato al caso: strade chiuse, transenne, sbarramenti, controlli (che poi, perché signor poliziotto mi chiede se ho una pistola o qualcos’altro per la difesa personale? Ma secondo lei se voglio entrare a casa di Peres con una pistola, glielo vengo a dire? La sua mancanza di cinismo quasi mi commuove). Comunque ormai è chiaro, in Terra Santa non si fanno programmi: il tour operator è Gesù, e quindi ti scombina sempre tutti i programmi. E così ora siamo fuori dal Santo Sepolcro in attesa della messa, forse lui ci aspettava lì. Oggi poi è san Filippo Neri, e anche se sono lontana da Chiesa Nuova e dall’Oratorio non posso perderla.
Andiamo al Santo Sepolcro. Ormai sarei in grado di arrivarci perdendomi solo sei o sette volte. Celebra un francescano polacco, che poi viene a salutarci (non è molto colpito dal fatto che io sia di Perugia, “near Assisi”, mannaggia, glielo avevo detto con tanto entusiasmo!) e incontro persino una signora che ha letto i mei libri, e che mi vuole abbracciare “per quello che è successo alla Luiss”, che detto qui, sotto il luogo del martirio, insomma fa un po’ strano atteggiarsi a martiri. Però è bellissimo sentirsi parte di una famiglia, la Chiesa, e incontrarsi e abbracciarsi anche se non ci si è mai visti prima, come riconoscendo un fratello lontano da casa.
Vai da Gesù e chiedi, osa chiedere, esagera, non avere paura, strappa le grazie, mi aveva detto Elisabetta prima che partissi. E allora lì davanti presento tutte le persone che mi si sono affidate, e anche quelle che non lo hanno fatto, ma di cui so la fatica e il dolore. E a un tratto come in un flash mi sembra così chiaro. Siamo tutti così poveri, feriti, bisognosi. Soprattutto così alla ricerca di amore nei posti sbagliati, alla ricerca di aiuto da chi non ce lo può dare, di soluzioni dove non ce ne sono. Ecco, per me questo viaggio che non ho cercato, voluto, organizzato, questo viaggio che mi è piovuto davvero dal cielo, è soprattutto questo: qualcuno che mi ha preso per la collottola perché mi girassi dalla parte giusta.