martedì 19 aprile 2016

Delusi dall’ultima utopia



(Lucetta Scaraffia) «L’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare» ha ricordato il Papa accompagnando i profughi da Lesbo all’Italia. È una frase che fa riflettere, perché rammenta che proprio l’Europa — patria dei diritti umani, matrice culturale di quella Dichiarazione firmata sull’onda dei disastri della seconda guerra mondiale, documento che avrebbe dovuto mettere fine alle forme più feroci di sfruttamento dell’uomo sui suoi simili — oggi è molto lontana dal rispettarli.
Con quella frase Francesco ha toccato il cuore del problema, ha messo il dito nella piaga: mai come in questo momento storico i diritti umani sembrano essere disattesi, in ogni parte del globo. E non solo i governanti di molti Paesi di cultura non occidentale affermano candidamente di considerarli inapplicabili nelle loro società, e confessano di ritenerli un’imposizione “imperialista” nei loro confronti, ma nella stessa Europa crescono di ora in ora i segni del loro degrado. Anche qui, infatti, i modi in cui vengono trattati i migranti o il mercato di esseri umani, che alimenta la prostituzione, rivelano poca attenzione verso questi diritti, pur considerati garanti della dignità umana.
La crisi in cui stanno versando i diritti umani è quindi grave e profonda, e segnala una situazione generale ancora più drammatica: l’assenza di un orizzonte morale di speranza condiviso a cui guardare con fiducia. Come aveva denunciato acutamente Marcel Gauchet qualche anno dopo la caduta del muro di Berlino, con il fallimento del comunismo i diritti umani erano diventati l’unica proposta politica accettabile e capace di attirare consenso e collaborazione.
Tutti si appellavano ai diritti umani, che sembravano la bussola sicura per risolvere ogni situazione, e la prospettiva di renderli reali e veramente operanti per tutti costituiva un orizzonte utopico che poteva nutrire le speranze delle nuove generazioni. Certo, nei decenni successivi alla proclamazione della Dichiarazione dei diritti nel 1948, gli interventi tesi a limitarli — per esempio la cancellazione del diritto di conversione ad altra religione — o ad aumentarli artificialmente con prospettive economico-sociali che avevano poco a che fare con il progetto ideale originario, ne hanno indebolito fortemente l’impatto ideale. A questo bisogna poi aggiungere il fatto che alcuni Paesi fin dall’inizio li hanno sottoscritti con molte riserve.
Ma, nonostante questi limiti, la proposta per alcuni decenni è sembrata reggere, cioè ha continuato a essere considerata degna di ogni considerazione e rispetto. Oggi purtroppo la Dichiarazione sembra fare acqua da tutte le parti, soprattutto a causa delle condizioni di emergenza che stiamo vivendo. E mentre il diritto internazionale produce forme sempre più raffinate, purtroppo solo astratte, di garanzia per gli individui ispirate ai diritti, la realtà attuale induce a dimenticarli, a comportarsi come se nessuno li avesse mai proclamati e sottoscritti.
Papa Francesco, tornando da uno degli epicentri della crisi, il campo profughi dell’isola di Lesbo, pur appellandosi a questa riconosciuta garanzia internazionale, con i suoi gesti rivela al mondo che, superiore al diritto e all’utopia, è sempre la misericordia e che solo questa può salvare l’essere umano.

L'Osservatore Romano

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