martedì 12 aprile 2016

Il senso cristiano della sofferenza

dolore

 di padre Giovanni Cavalcoli.
Tribolazione e angoscia
per ogni uomo che opera il male (Rm 2,9)
Concetto naturale della sofferenza
La sofferenza fisica e morale è di per sé un male, ossia la mancanza o difetto di un bene dovuto sul piano fisico o del benessere morale. C’è una certa differenza tra sofferenza e dolore. La prima attiene soprattutto al morale; il secondo tocca più il piano fisico. Ora, il male è certamente qualcosa di intellegibile, ma non positivamente, bensì per privazione. Se un paziente dice al dentista di aver male a un dente, il dentista capisce certamente che cosa il paziente intende dire. Ma lo capisce indirettamente, per opposizione, in quanto sa che avere il dente sano è bene. Lo capisce con l’intelligenza, non perchè lo sente.
Infatti, non è che il dentista provi lo stesso dolore che prova il paziente. Gli basta sapere che ha dolore e immagina quale può essere questo dolore, perché forse anch’egli, in passato, ha sofferto per i denti. Il dentista vuol comprendere razionalmente la causa di quel dolore, per toglierla e guarire il paziente, sapendo bene che il paziente vuol liberarsi di quel dolore, ma soprattutto avere i denti sani.
Ora, certamente il dolore, la sofferenza, è un qualcosa e come ogni cosa, buona o cattiva, ha una sua intellegibilità, ha un suo senso, ha una sua essenza. La sofferenza ha un’identità: è riconoscibile, catalogabile[1]e identificabile dall’intelligenza.
Ed anzi, è effetto di una causa. E c’è un rapporto razionale tra l’effetto e la causa. Non dobbiamo dire allora, con alcuni, che il dolore non ha senso, è irrazionale, è assurdo. E neppure dobbiamo limitarci a dire che è un mistero. No, Cristo ci ha rivelato questo mistero. Cristo volge a nostro vantaggio ciò che ci sarebbe di danno, come vedremo.
Resta, tuttavia, davanti alla sofferenza, che la ragione sente una ripugnanza. Certo, prende atto che esiste, sa che cosa è, se ne fa un concetto; ma nel contempo sente che non è giusto, nè è bene che esista. Da come comprendiamo con la nostra sola ragione, la sofferenza non ha diritto di esistere, perchè ha tale diritto solo ciò che è secondo ragione, conforme a ragione, ordinato e regolato dalla retta ragione. In tal senso la sofferenza non ha ragion d’essere. E’ irragionevole, e pertanto va eliminata. Nel diritto naturale c’è comunque il concetto della giusta pena, ma è soprattutto la Rivelazione cristiana che ci dice che è giusto che esista la sofferenza, come pena del peccato originale. Ma vedremo come Cristo ce ne libera.
Ma il dolore ripugna alla ragione non tanto perché non abbia una causa efficiente, seppur distruttiva. Esso in realtà ce l’ha, e può essere il peccato o l’errore o la corruttibilità della sostanza. La medicina toglie le cause della sofferenza. Una buona condotta morale, soprattutto la misericordia, toglie le cause di molte sofferenze fisiche e morali.
Invece il dolore infrange un altro principio fondamentale della ragione: il principio di finalità, che più degli altri è connesso col bene, e che dice che ogni agente agisce per un fine, ogni agente, quindi va verso il meglio, è indirizzato a Dio, sommo Bene dell’universo. Invece il dolore è un moto che va verso il peggio. Il dolore è un moto che non va verso Dio, fine ultimo, felicità e sorgente di perfezione, di benessere e di piacere per tutte le creature, ma si pone in contrasto con Lui, se Ne allontana, va verso il nulla, senza peraltro raggiungerlo, perchè il male non distrugge mai del tutto il suo soggetto. Il male manca di finalità. In questo senso possiamo dire che è irrazionale.
Essendo dunque la sofferenza segno ed effetto di fattori che operano a danno delle inclinazioni naturali e contro le esigenze della ragione, è ragionevole, normale e doveroso rifiutare la sofferenza, combatterla e, per quanto è possibile, alleviarla, salvo che non intervengano motivazioni ascetiche o esigenze della giustizia penale.
E’ importante distinguere il male di pena dal male di colpa. Il primo è una mancanza patita o subìta; il secondo è la volontà cattiva o maligna, ossia indirizzata a fare o a compiere il male: il peccato o il crimine. La pena, in linea di principio o di diritto, è conseguenza e punizione del peccato. Tuttavia, accidentalmente la sofferenza può colpire anche l’innocente, così come il peccatore può evitare il castigo.
La concezione hegeliana della sofferenza
Nella metafisica di Hegel, fondata sulla dialettica di essere e non-essere, il male, la distruzione, la sofferenza, la “negazione”, come egli dice, hanno una funzione essenziale, logica e necessaria, nella costituzione della stessa realtà ed anzi in Dio stesso. Infatti, per lui la realtà è costituita da un moto o divenire ciclico, perché il punto di partenza è lo stesso del punto di arrivo. Possiamo osservare che è vero che Dio è all’inizio e alla fine di tutto. Ma il guaio in Hegel è che anche il nulla è all’inizio e alla fine di tutto, perché l’essere coincide col non-essere.
Egli ammette bensì, a parole, un progresso, un trascendimento, una “elevazione” (Erhebung) dello spirito; ma, siccome per lui il non-essere, quindi il nulla è intrinseco all’essere e allo stesso Assoluto, in Dio stesso, che è Divenire, è “Storia”, e non è puro Essere, come invece è nella Bibbia (cf Es 3,14).
Il progresso, per lui, non è un moto dell’agente finito dal basso all’alto, verso un Dio trascendente ed immutabile[2], ma è sempre allo stesso livello univoco, perché è un moto dell’Assoluto. Hegel non ammette gradi analogici di realtà, ma tutto è sempre ad un tempo il massimo e il minimo, concezione caratteristica del panteismo; ma diciamo di più: Hegel ci mostra come panteismo e nichilismo si richiamino a vicenda. Il più borioso ottimismo si associa al più amaro e disperato pessimismo.
Per questo, Hegel non fa questione se il dolore ha o non ha il diritto di esistere. A lui basta che esista, per essere razionale. Ad Hegel è sufficiente che il dolore possa essere conosciuto dalla ragione, per dire che è razionale, nel senso che è logico, e, come tale, è sempre giusto ed ha diritto all’esistenza. Se è bene ciò che corrisponde a ragione, allora per lui la sofferenza, dato che esiste ed è razionale, è un bene. Per Hegel, come si sa, razionale e reale si identificano.
Per Hegel, il semplice fatto che la sofferenza esiste, vuol dire che ha diritto di esistere, è necessità logica che esista e non può non esistere. Hegel fa coincidere il fatto col diritto, senza chiedersi se questo fatto è giusto o non è giusto. La legge divina, per Hegel, non è trascendente, ma è semplicemente la legge di chi adesso è il più forte, di chi comanda. Se il fatto c’è, è segno che è giusto. Se il potente ti opprime, è giusto che sia così. La sofferenza esiste. E dunque è giusto che ci sia e non può non esserci. Da qui comprendiamo il terribile fatalismo, che nasce dalla concezione hegeliana della sofferenza.
Essa viene bensì negata dal moto dialettico. Se il padrone ti fa soffrire, tu liberati con la rivoluzione. Ma ecco sorgere i maledetti reazionari, nostalgici del passato. Allora, bisogna fare di nuovo la rivoluzione. E così la storia continua. Dunque, dallo stesso moto dialettico la sofferenza viene sempre di nuovo ricostituita e così senza fine.
L’etica di Hegel[3] è come la fatica di Sisifo, che deve sempre trasportare un macigno in cima a un monte e questo macigno, arrivato quasi in cima, sempre di nuovo rotola giù, oppure come la punizione di Prometeo, il cui fegato, divorato da un’aquila, sempre ricresceva e sempre l’aquila glie lo divorava di nuovo. Da qui il detto della massoneria esoterica: “non c’è vita senza morte, non c’è morte senza vita”.
Hegel interpreta in senso razionalistico il principio cristiano, apparentemente paradossale, secondo il quale la sofferenza libera dalla sofferenza. Infatti, il cristianesimo dissolve l’apparente assurdità precisando e spiegando che non è la sofferenza come tale che libera dalla sofferenza o toglie se stessa, ma la sofferenza espiatrice dell’uomo Cristo, che, però, essendo anche Dio, ha la forza divina di togliere la sofferenza e la ricchezza divina di pagare il debito del peccato.
Hegel invece, non intende questa liberazione come effetto di un libero atto divino di giustizia riparatrice o soddisfattoria, di amore, e di misericordia, secondo il dettato del dogma cristiano, ma come l’immagine mitica (Vorstellung) della conclusione di un sillogismo dialettico, per il quale l’affermazione pone la negazione (“sofferenza”); la negazione nega se stessa e ristabilisce l’affermazione. E il ciclo ricomincia.
Per questo, per Hegel, il soffrire, lo scontro, l’antitesi, la violenza[4] sarebbero la molla della storia e della liberazione dell’uomo. Per questo, come è noto, Hegel parla di “enorme potere del negativo”, e non esita a considerare il demonio come figura mitica e simbolo del progresso della liberazione dell’uomo[5]. Senonchè, però, Hegel non si accorge che l’uomo, se non è un meschino o un castrato o un frustrato, ha bisogno di una liberazione definitiva e perfetta dalla sofferenza, e rifiuta la vittoria di Pirro su di una sofferenza, che sempre daccapo ritorna.
Se il cristiano crede in una sofferenza liberatrice, preannuncio della sua totale e definitiva scomparsa, è perché sa che essa è operata dalla “potenza di Dio (dynamis theù)” (I Cor 1,18), un Dio eterno, onnipotente, immutabile, inviolabile ed impassibile[6], il Dio di Cristo, il quale, come uomo, soffre in quanto si offre come “vittima di espiazione” (I Gv 2,2), in “riscatto” (Mt 20,28) al Padre “per la remissione dei peccati” (Mt 26,28) e ci chiede di unire la nostra croce alla sua (cf Lc 9,23).
L’idea hegeliana che la sofferenza tolga se stessa è semplicemente assurda. Essa può esser tolta solo da un soggetto sano che non soffre ed offra un adeguato rimedio. Sarebbe come pensare che un malato grave possa essere guarito da un medico moribondo, o che bere un bicchier d’acqua possa guarire da un tumore al cervello.
La morte di Cristo vince la morte e dà la vita, non in quanto morte, cosa che non ha senso, ma in quanto è la morte di un uomo che è Dio, che non può morire, ma è Immortale. Se è la morte che dà la vita, perché non dà la vita la morte di una gallina o di un cane?
La sanzione penale
La pena, effettivamente, non può essere un bene in se stessa, perché ciò vorrebbe dire confondere il bene col male. Tuttavia, essa può essere un bene, in quanto sanzione penale[7] del delitto, della colpa o del peccato, quindi atto di giustizia. Infatti, come spiega anche S.Tommaso[8], “sia nelle cose naturali che in quelle umane avviene che ciò che insorge contro qualcosa, subisce un detrimento da ciò contro cui insorge”.
Maritain fa notare, e in ciò riecheggia Hegel, che un’azione libera che va oltre o contro il lecito, danneggiando o trasgredendo l’ordine comune, provoca da parte dell’ordine offeso, una reazione contraria proporzionata, benefica, riequilibrante dell’ordine offeso, tale da togliere ovvero vendicare l’offesa e da ricondurre forzatamente il malfattore all’interno dell’ordine ricostituito, che egli ha prevaricato col suo atto criminoso.
Nella Bibbia, il peccato è punito con la morte, nel senso che il peccato è concepito come un’azione contro la vita, un atto che provoca la morte. La morte stessa, quindi, è il castigo e la conseguenza necessaria del peccato, anche nella supposizione che nell’ordinamento giuridico vigente non esista la pena di morte.
Infatti nella società umana e nella Chiesa stessa può verificarsi che l’innocente venga ingiustamente punito, mentre il colpevole o il criminale riesca a sfuggire alla pena che gli spetta. Ma ciò non dimostra nulla contro il principio che al peccato segue la pena, almeno interiore, per cui, laddove è carente la giustizia umana, interviene la giustizia divina, secondo il detto della Scrittura: “A me la vendetta” (Eb 10,30).
Questa “morte” è la “morte” dell’anima, il rimorso e il tormento della coscienza. E per questo la morale cattolica parla di peccato “mortale”. Il castigo divino non è tanto una pena inflitta da Dio contro il malfattore, ma è conseguenza logica, innanzitutto interiore, del male compiuto, supposto cosciente e deliberato, che è danno, che il peccatore fa innanzitutto a se stesso.
E’ giusto che l’aggredito, o personalmente o, preferibilmente, nei casi gravi, come pubblica autorità, forzi l’aggressore a tornare al suo posto, dopo che questi ne è uscito, invadendo ciò che appartiene all’aggredito. Il peccatore, come dice S.Caterina da Siena, peccando, “ruba” a Dio ciò che Gli appartiene, per cui Dio, castigando, si riprende quanto Gli è stato tolto. Per coloro invece ai quali fa misericordia, ossia coloro che si pentono, accetta la riparazione offerta dalla passione di Cristo.
Disobbedire a Dio è toglierGli il dovuto culto, ossequio ed onore, cosa che comporta il castigo del peccatore, castigo che però Cristo, con la sua croce, trasforma in espiazione del peccato, come il Signore stesso annuncia nell’Ultima Cena: “Questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, sparso per voi e per tutti per la remissione dei peccati”. Così è restituito al Padre il suo onore grazie al sacrificio di Cristo. Come dice il Concilio di Trento, “Nostro Signore Gesù Cristo, con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione e dette per noi soddisfazione a Dio al Padre (pro nobis Deo Patri satisfecit)”[9].
Cristo ci dice perché soffriamo
La teologia naturale fornisce già da sé un certo conforto e una certa spiegazione alla sofferenza. Sappiamo che Dio è bontà infinita ed onnipotente. Dunque il male deve aver avuto origine nella creatura personale, perché suppone una disobbedienza alle leggi divine, cosa che può fare solo un soggetto dotato di libero arbitrio. E difatti l’uomo nasce con tendenze cattive, il che fa pensare che sia decaduto da un’innocenza originaria in seguito ad una colpa. Infatti il peccato merita la pena.
La filosofia morale insegna la pazienza nelle sventure e nelle prove[10], insegna il sacrificio e la rinuncia, comanda di combattere o alleviare la sofferenza, in particolare quella che è causata dalle malattie del corpo e della mente, prescrive la solidarietà e la pietà per chi soffre. Ma l’uomo, con le sue sole forze, considerando inoltre che egli stesso è inclinato al male e al peccato, non riesce a liberarsi dalla sofferenza, ed anzi è destinato alla morte. Vien da dire con S.Paolo: “Chi ci libererà da questo corpo di morte?”.
Solo Dio può liberarci dalla sofferenza. Ma non sempre lo fa. Se non lo fa, deve esserci un motivo nascosto nella sua sapienza. Probabilmente è adirato con noi. Da qui l’opportunità dell’offrirgli sacrifici. Dobbiamo accettare e sopportare serenamente il male che permette, confidare nella sua misericordia ed implorarlo che ci salvi.
Gesù ci rivela il perché, le origini e i rimedi definitivi alla sofferenza: l’uomo, alle origini della sua esistenza, si è ribellato a Dio e Dio lo ha punito. Ma ha avuto pietà di noi e ha voluto salvarci in Cristo, il quale, assumendo su di Sé la pena del peccato, le ha dato una funzione espiativa e riparatrice, come mezzo di salvezza eterna, riconciliandoci con Dio offeso dal peccato.
Gesù pertanto ha dato alla sofferenza un senso, un valore, un significato e una funzione altissima. L’ha resa dolce, sopportabile e persino desiderabile, naturalmente non in quanto tale, ma nel senso che ho detto. Essa è motivata dall’amore, sicchè, quanto è più grande l’amore, tanto maggiore è la sofferenza, che si è disposti ad accettare.
Cristo ci insegna qual è il senso della sofferenza, quando dice: “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto (lytron) per molti” (Mt 20,28). La sofferenza, che di per sé è conseguenza e pena del peccato, vissuta ed accettata in unione alla passione di Cristo, diventa espiazione del peccato. Diventa soddisfazione data al Padre, che ci libera dai nostri peccati. Diventa il prezzo che paghiamo al Padre perchè ci siano rimessi i nostri debiti. Diventa l’opera della nostra salvezza. Diventa amore.
Cristo ci insegna che la sofferenza può meritarci la salvezza: “Beati coloro che soffrono a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 10)[11]. Non può essere una qualunque sofferenza, ma dev’esser frutto di virtù, come è l’amore per la giustizia e la risposta all’amore di Cristo per noi. Se soffriamo per i nostri peccati, ciò non è sufficiente alla salvezza. Ma può prepararla, con la grazia di Cristo, se noi ci pentiamo, come ha fatto il buon ladrone. Non è il semplice fatto materiale di soffrire, che salva, ma l’assumere per amore la sofferenza in unione con la Croce di Cristo.
S.Tommaso ci spiega così la funzione soddisfattoria: “Propriamente dà soddisfazione per un’offesa, colui che esibisce alla persona offesa ciò che essa ugualmente o maggiormente ama, di quanto odi l’offesa subìta. Ora, Cristo, soffrendo per amore e per obbedienza, ha offerto a Dio qualcosa di più di quanto esigesse il compenso per tutta l’offesa del genere umano. Innanzitutto, per la grandezza della carità, per la quale pativa. In secondo luogo, per la dignità della sua vita, che poneva come soddisfazione. In terzo luogo, per la generalità della passione la grandezza del dolore assunto. Per questo, la passione di Cristo non solo fu sufficiente, ma fu una soddisfazione sovrabbondante per i peccati del genere umano”[12].
Per S.Tommaso, la passione di Cristo è un patire che si risolve in un agire. E quale agire! Ha avuto per effetto la salvezza dell’intera umanità “La passione di Cristo – egli dice – ha operato a modo di sacrificio”[13]. Come è possibile? Perché è il patire di un uomo che è Dio. Il punto è sempre quello. S.Tommaso spiega poi che cosa è il sacrificio, partendo da un testo di S.Paolo: “Cristo ha dato se stesso per noi, offrendosi in sacrificio (prosforàn kai thysìan) di soave odore” (Ef 5,2).
Dice l’Aquinate: “Si dice sacrificio qualcosa fatto propriamente in onore dovuto a Dio, al fine di placarlo. E per questo dice S.Agostino: ‘Vero sacrificio è ogni opera compiuta al fine di aderire a Dio in santa società, relazionato, cioè, a quel fine di bene, per il quale possiamo veracemente essere beati (De Civ.Dei, l.X, c.6)’. Ora, Cristo, come è detto lì di seguito, ‘nella passione offrì se stesso per noi’; e questa stessa opera di aver voluto sostenere la passione per noi, fu massimamente accetta a Dio, un quanto proveniente dalla carità. Per cui è chiaro che la passione di Cristo fu un vero sacrificio”[14]. Tale sacrificio viene continuato e attualizzato nella S.Messa, nella quale Cristo Sacerdote offre Se stesso per la salvezza del mondo per mezzo del sacerdote celebrante.
La passione di Cristo, osserva S.Tommaso, ha operato anche come redenzione, ossia a somiglianza di un riscatto. Da qui il titolo di Redentore tradizionalmente dato a Cristo. Redenzione infatti viene dal lat. redimo, re-d-emo, “ricompro”. S.Tommaso utilizza un passo di S.Pietro (I Pt 1, 18-19) e uno di S.Paolo (Gal 3,13), dove ricorre il concetto del riscatto, o del pagamento di un debito, ma che va inteso metaforicamente, nel senso della liberazione da un obbligo.
Dice l’Aquinate: “Dato che la passione di Cristo fu una soddisfazione sufficiente e sovrabbondante per il peccato e il reato del genere umano, la sua passione fu una specie di prezzo, grazie al quale siamo stati liberati da entrambi gli obblighi” (dalla schiavitù del demonio e dall’obbligo di dar soddisfazione al Padre) “Infatti, la stessa soddisfazione, con la quale uno soddisfa o per sé o per un altro, è considerata un certo prezzo col quale si redime dal peccato. … Ora, Cristo soddisfece non certo sborsando del denaro o qualcosa del genere, ma donando ciò che fu il massimo, cioè se stesso, per noi”[15]. La passione di Cristo è modello di come noi dobbiamo vivere le nostre sofferenze. Come insegna S.Tommaso, essa “in quanto è rapporta con la divinità di Cristo, agisce efficientemente per la nostra salvezza”[16]. Il cristiano in grazia collabora con la divinità di Cristo. “In quanto la si rapporta alla volontà di Cristo, agisce a modo di merito”. Il cristiano unisce i suoi meriti a quelli di Cristo. “In quanto la si considera nella carne di Cristo, agisce a modo di soddisfazione, in quanto ci liberiamo dal reato della pena”. Cristo, come dice il Concilio di Trento, soddisfa al nostro posto, perché solo la soddisfazione data da un Dio può compensare l’offesa infinita arrecata al Padre dal peccato di Adamo. Ma nessuno impedisce al cristiano di unirsi a quest’opera soddisfattoria e riparatrice. “Agisce a modo di redenzione, in quanto per essa siamo liberati dalla servitù della colpa”: ci offriamo, in Cristo, in riscatto per i fratelli e per i peccatori. “Agisce a modo di sacrificio, in quanto per essa ci riconciliamo con Dio”. Il cristiano nella S.Messa unisce le proprie sofferenze a quelle di Cristo e contribuisce così insieme al celebrante all’offerta del Santo Sacrificio.
Il Sacrificio di Cristo, che si perpetua nella S.Messa – osserva S.Tommaso[17] – “è stato un sacrificio accettissimo a Dio. E’ infatti propriamente un effetto del sacrificio, quello di placare Dio, così come un uomo perdona un’offesa commessa nei suoi confronti a causa ad un ossequio accettabile, che gli viene offerto”.
Sappiamo quanto la Scrittura parla dell’ira divina, naturalmente da non intendersi come un’eccitazione o, peggio, un’agitazione emotiva, ma come rifiuto del peccato e conseguente giustizia punitiva. Ora il sacrificio di Cristo ha l’effetto di annullare sia la colpa che la pena del peccato.
Il Dio “adirato”, che “si placa” va visto naturalmente nell’ordine nell’orizzonte della metafora, ma nasconde un’importante verità dogmatica, oggi dimenticata, e cioè che Dio castiga. E tuttavia, per la sua misericordia e per il sacrificio di Cristo, Dio Padre, oltre a rimettere i peccati, mitiga o annulla le pene.
Per la Bibbia, l’ira divina non esclude la misericordia, ma Dio ora è presentato come adirato, ora come intenerito; ora, come ora Dio che punisce, ora come Dio che fa misericordia. Certo, l’una e l’altra cosa sono tra di loro collegate, ma non possono e essere esercitate da Dio simultaneamente nei confronti dello stesso soggetto, perché si oppongono contradditoriamente: l’una annulla la pena; l’altra la irroga; l’una toglie la colpa, l’altra la lascia. L’una innalza e perdona l’umile e chi ha il cuore contrito; l’altra castiga ed abbassa l’impenitente e il superbo.Dalla Scrittura emerge che la gpena, divina o umana, può avere vari aspetti: può essere penitenziale, purificatrice, correttiva, rieducativa, redentiva, vendicativa, riequilibratrice ed afflittiva. Invece la misericordia divina solleva da ogni tipo o grado di miseria, corporale o spirituale, dà il viaal processo della giustificazione, preparare e causa il pentimento, fa evitare la vendetta privata, nel senso del, infonde la grazia in tutte e sue forme e gradi, attuale, abituale, prevenente, operante, cooperante, conseguente, ordinaria e straordinaria, sacramentale. Infonde le virtù teologali e tutti i doni santificanti e ministeriali, gerarchici e carismatici, ordinari e straordinari, fino alla gloria della visione beatifica.
Ma la prova più grande dell’amore che Cristo ha avuto per noi, non è stata tanto la giustizia e la misericordia, con le quali e per le quali Egli ci ha ottenuto la remissione dei peccati e la salvezza, ma è stata la gloria di partecipare alla sua stessa gloria di Figlio di Dio, la gloria dei figli di Dio, secondo quanto Egli dice al Padre, certamente in obbedienza a Lui, nella preghiera sacerdotale del cap.17 di Giovanni: “la gloria che Tu hai data a Me, io l’ho data a loro” (17,22). Quindi, volendo dare a Cristo il titolo che maggiormente esprime quanto Egli ha fatto per noi, dovremmo dire: sì, Salvatore e Redentore, ma soprattutto Glorificatore.
In conclusione, utilizzare il bene che incontriamo sul nostro cammino è possibilità e dovere di ogni uomo di buon senso e buona volontà. Ma trasformare in amabile ciò che è odioso, dar bontà a ciò che la nega, render ragionevole ciò che non lo è, trasformare l’ignominia del castigo in gloria, dare utilità redentiva e divinizzante alla sofferenza, in qualcosa che spontaneamente ci ripugna e rifiutiamo, perchè è un rifiuto dell’esistenza, questo è il prodigio inaudito della divina misericordia. Essa infatti dà una finalità a qualcosa che l’ha persa, “riclica”, per così dire, un rifiuto che umanamente sarebbe inutilizzabile, per renderlo via soprannaturale di salvezza e di vita eterna.
——
[1] Prendiamo per esempio un trattato di patologia medica.
[2] Cf il mio articolo La questione dell’immutabilità divina, in Rivista Teologica di Lugano, 1, 2011, pp.71-93.
[3] Cf l’ottimo saggio di Maritain: L’idealismo hegeliano. Hegel e la persona umana. La Sittlichkeit, in La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi sistemi, Morcelliana, Brescia 1971, pp.183-214.
[4] Come dirà Marx: “La violenza è la levatrice della storia”.
[5] Qualcosa del genere farà il Carducci col suo famoso “Inno a Satana”.
[6] Cf il mio articolo Il mistero dell’impassibilità divina, in, Divinitas, 1995, 2, pp.111-167.
[7] Cf J.Maritain, Nove lezioni sulle prime nozioni della filosofia morale, Vita e Pensiero, Milano 1979.
[8] Summa Theologiae, I-II, q.87, a.1.
[9] Sess.VI, Decretum de iustificatione, cap.7, Denz.1529.
[10] Per quanto riguarda l’evangelico “porgi l’altra guancia”, non va inteso come apologia del masochismo o divieto di difendersi, se occorre, anche in tribunale o con le armi, ma si tratta di una forma enfatica per inculcare il dovere della mitezza, della tolleranza e della sopportazione, quindi, in fin dei conti, il dovere della misericordia. Così, similmente, l’amore per il nemico non vuol dire amare il nemico in quanto nemico, ma saper trovare, anche nel nemico, i lati buoni. Ma è chiaro che, se sono calunniato, devo confutare il calunniatore; se mi viene fatto un torto, devo perdonare, ma solo a patto che l’offensore sia pentito, riservandomi di esigere o meno una riparazione dei danni. Se un tale è ingannato da un eretico, devo confutare l’eretico. E così via.
[11] Cf Summa Theologiae, III, q.48, a.1.
[12] Ibid., a.2.
[13] Ibid., a.3.
[14] Ibid.
[15] Ibid., a.4.
[16] Ibid., a.6, 3m.
[17] Ibid., q.49, a.4.

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