venerdì 8 aprile 2016

Robert Sarah: Il culto gradito a Dio



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Presentazione del libro di Mons. Nicola Bux,
Con i Sacramenti non si scherza
Roma, 6 aprile 2016

La Lettera agli Ebrei esorta a conservare la grazia divina in noi, infatti: «per suo mezzo rendiamo a Dio un culto gradito a lui, con riverenza e timore; perché il nostro Dio è un fuoco divoratore» (12, 29). Il nostro culto, quindi, è gradito a Dio, se è compiuto con riverenza e timore, in quanto si svolge alla sua Presenza. Anche la colletta del lunedì della IV settimana di Quaresima recita: «O Dio, che rinnovi il mondo con i tuoi sacramenti, fa che la comunità dei tuoi figli si edifichi con questi segni misteriosi della tua presenza e non resti priva del tuo aiuto per la vita di ogni giorno». La Presenza divina (Shekinah), alla quale si rivolgeva il culto d’Israele, è diventata sacramento grazie al mistero dell’incarnazione, della passione e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Intorno a questo fatto, si sviluppa la ricerca e la riflessione di Nicola Bux nel libro che presentiamo, dando ragione anche del titolo: ‘Con i Sacramenti non si scherza’.
Come è possibile anche soltanto immaginare di prendersi gioco della Presenza di Dio? Com’è possibile scherzare con i sacramenti, che sono i segni efficaci – potremmo dire i farmaci, soprattutto il farmaco dell’immortalità che è l’eucaristia – per guarire dalle ferite del peccato e rimetterci in salute? Si può scherzare con i farmaci? Certamente no. Eppure, come più volte ci ha ricordato Benedetto XVI, assistiamo, in questi decenni del post-concilio, a «deformazioni della liturgia al limite del sopportabile», quasi un crescendo che non trova fine. Per questo, Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, diede mandato per promulgare l’Istruzione Redemptionis Sacramentum, pubblicata nel 2004 dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, d’intesa con quella della Dottrina della Fede – perché nei Sacramenti è in gioco la lex credendi. La stessa preoccupazione ha mosso Benedetto XVI a promulgare nel 2007, l’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis e il Motu proprio Summorum Pontificum, convinto che solo dal rapporto tra il nuovo e l’antico, si sarebbe prodotto un contagio virtuoso, un arricchimento vicendevole per riequilibrare le sorti del rito romano. Quindi, bene fa l’Autore, a mettere in rapporto la fede e la liturgia dei sacramenti sia nella forma ordinaria che in quella straordinaria.
Non scherzare coi sacramenti significa, innanzitutto, mettere al centro il Sacramento dei sacramenti, il Santissimo, oggi inspiegabilmente declassato, in nome di un fantomatico conflitto di segni: si dice che il tabernacolo non può stare sull’altare dove il Signore si rende presente nella Messa. Altrettanto è accaduto con la Croce. Invece, il tabernacolo e in special modo la Croce, fornisce l’orientamento ad Dominum, così necessario in questo tempo, in cui tanti vorrebbero farne a meno del Signore, o vivere come se Dio non esistesse, in modo da fare tutto quello che si vuole. Don Bux ricorda, nell’introduzione del suo libro, le parole di Geremia: «Invece della faccia mi voltarono le spalle» (Ger 7, 23-24) e le commenta così: «se Dio è nel sacramento, la liturgia odierna è, di fatto, ‘di spalle a Dio’. Non è servito aver riscoperto la sua cosiddetta dimensione escatologica: il Signore che viene a visitarci, come diciamo nel Benedictus, per salvarci; e nemmeno l’ecclesiologia di comunione, che discende dallo sguardo alla Trinità, non dal guardarsi tra sacerdote e popolo. La “svolta antropocentrica” ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio».
E in un altro passo del libro dice: «La dimenticanza di Dio è il pericolo più imminente del nostro tempo. A questa tendenza, la liturgia dovrebbe opporre la presenza di Dio. Ma che cosa accade se la dimenticanza di Dio entra persino nella liturgia, se nella liturgia pensiamo solo a noi stessi? La Chiesa volta le spalle al soprannaturale e cessa di consacrare il mondo. Così, “il cielo del cristianesimo è vuoto” – scrive il filosofo Umberto Galimberti – poiché, a suo giudizio, il cristianesimo non solo “ha perso la dimensione del sacro”, ma addirittura “ha desacralizzato il sacro” (Cfr. U. GalimbertiCristianesimo. La religione dal cielo vuoto, Feltrinelli, Milano 2012). Lo ammette anche l’enciclica Lumen fidei: “La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti” (§ 17). Invece il sacro per i cristiani è la presenza di Dio e tutto ciò che gli attiene, pertanto: “Il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno” (Ivi, § 40)». I sacramenti sono un mezzo speciale per entrare in contatto con Dio.
Nella crisi di senso che percorre il mondo, ecco la prospettiva di un libro sui sacramenti: aiutare i fedeli a riscoprire la liturgia sacramentale della Chiesa, nella sua pienezza di vita e di verità, e a rileggere la storia e il significato dei sacramenti cristiani, per rendere la propria fede vita vissuta, migliorando l’esistenza quotidiana dell’uomo. Ma anche a fornire uno strumento capace di soddisfare le curiosità di quanti si interessano del “problema fede”, dal punto di vista dell’evoluzione culturale e di costume.
L’uomo odierno la «la necessità di essere toccata dal Signore. Quella è la fede che troviamo sempre e questa fede la suscita lo Spirito Santo».
Con tale intento, il libro presenta i sacramenti in genere e, nella successione propria del Catechismo della Chiesa Cattolica, i sacramenti della iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia), della guarigione (riconciliazione, unzione degli infermi) e del servizio della comunione (matrimonio e ordine), senza escludere l’area estesa dei sacramentali. Li presenta nella forma ordinaria e in quella straordinaria del rito romano. Cerca di rispondere alle domande più dibattute, con l’intenzione di toccare le questioni più spinose. Specialmente l’interesse dei giovani all’antica liturgia dimostra che «Sta avvenendo un passaggio culturale e generazionale nella percezione della liturgia, ma pochi se ne avvertono, malgrado il gran parlare di ‘segni dei tempi’».
Nicola Bux afferma nell’Introduzione che nei sacramenti siamo «faccia a faccia con Cristo»: i sacramenti sono ciò che di visibile è rimasto di lui, dopo l’Ascensione, come ricorda san Leone Magno. La stessa sua Parola si è fatta carne; perciò non si può pensare che la Parola di Dio sia altra cosa dalla ‘carne’ e dalla virtus sacramentale. «Tutti i sacramenti sono conseguenza dell’incarnazione del Verbo in Gesù: se egli non si fosse fatto carne, non ci sarebbe la sua presenza e non sarebbero possibili i suoi atti, le sue azioni: “Gesù ci ha toccato e, attraverso i sacramenti, anche oggi ci tocca”, ricorda ancora Lumen Fidei (§ 31)». Essi sono certamente azioni di Cristo e della Chiesa, ma non sarebbero queste azioni efficaci se Egli non fosse presente.
Il Vaticano II parla di sacramenti della fede: «I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del corpo di Cristo e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni, hanno poi anche la funzione di istruire. Non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati ‘sacramenti della fede’ (Sacrosanctum Concilium, § 59)».
I sacramenti – ricorda l’Autore – non sono simboli vuoti che rinviano all’invisibile, ma realtà – da res, cosa – visibili dell’invisibile, in quanto essi contengono ciò che significano: contengono la virtus, cioè la potenza efficace che viene dalla persona divino-umana di Gesù Cristo; anzi, il sacramento eucaristico contiene la realtà della persona di Gesù in corpo, sangue, anima e divinità. La potenza viene dalla sua presenza. Eppure, si crede così poco nella loro efficacia e nel loro potere di trasformazione! Evidentemente, anche per essi vi è oggi un reclamato bisogno di capirli; pertanto, nasce il bisogno di spiegarli di nuovo, a causa delle deformazioni che i sacramenti subiscono per ignoranza, da parte, innanzitutto, di non pochi sacerdoti: di conseguenza i fedeli finiscono per non comprenderli.
L’Autore cerca, quindi, di comprendere meglio, nella loro potenza sacra, questi che gli orientali ancora oggi chiamano misteri – come in antico i padri latini - e di capire a quali deformazioni siano soggetti. Sant’Ambrogio ritiene che i misteri siano collegati ai sacramenti, nel senso che questi sono i misteri divini comunicati all’uomo, attraverso gli atti insigni che Gesù stesso ha compiuto e che la Chiesa ha ricevuto, adattandoli alla ricezione di quanti si convertivano al vangelo. Dunque, prima di tutto nei sacramenti ci sono i misteri di Cristo; perciò, non si può parlare della natura dei sacramenti, cioè della loro realtà intima, se non ci si apre ai misteri: cosa da non farsi – dice il vescovo di Milano – ai non iniziati. Emerge il metodo di Ambrogio: «la luce dei misteri riesce più penetrante se colpisce di sorpresa anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche sommaria trattazione previa»: è un giudizio davvero attuale, se si pensa a certi modi da conductor televisivo del prete nella celebrazione dei sacramenti. Infatti, constata D. Bux, capita di assistere ai sacramenti trasformati in lunghe didascalie: è il segno della sfiducia nell’efficacia del rito, in quanto sostituiamo, con le nostre parole, le parole della sacra liturgia, le parole di Cristo, le parole delle formule sacramentali, perché temiamo che le persone non capiscano; che presunzione è la nostra! Dimentichiamo che c’è una dimensione invisibile del mistero – come dice sant’Ambrogio – che penetra nel cuore di sorpresa, cioè senza preparazione, nel senso naturale o mondano della parola. Questo spiega perché la catechesi sia diventata sterile: senza i sacramenti, essa è come una dottrina gnostica, adatta per i sapienti e gli intelligenti.
Conclude l’Autore: «Da Ambrogio impariamo il metodo dei sacramenti: non dare troppe spiegazioni prima che essi abbiano illuminato i credenti, perché esse non sono efficaci: per capire i sacramenti non bisogna aprire gli occhi, ma chiuderli. La parola “mistero”, infatti, viene dal greco myo, che vuol dire chiudere gli occhi, proprio come accade quando vogliamo capire meglio: intelligere. I misteri perciò non si capiscono vedendo con gli occhi della carne, ma vedendo le perfezioni invisibili di Dio con gli occhi interiori. Questo ci farebbe dire che la liturgia non ha bisogno di essere vista con gli occhi fisici, bensì di essere vista con gli occhi dello spirito: è l’inizio della mistica».
E vogliamo concludere anche noi con le parole di Ambrogio, nell’Apologia del profeta Davide: «Ti sei mostrato a me faccia a faccia, o Cristo; ti scopro nei tuoi sacramenti» (S. AmbrogioApologia del profeta Davide, 12, 58, in PL 14, 875). 

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