venerdì 15 aprile 2016

Si parla di donne e medici nell’aborto. E il bambino?



di Benedetta Frigerio
Anche se nessuno la guarda, ancora una volta la realtà si impone mostrando l’ipocrisia delle argomentazioni con cui si è rimessa in discussione l’obiezione di coscienza, dopo che l’Europa ha condannato l’Italia perché non garantirebbe un adeguato accesso all’aborto. Al di là del fatto che i numeri del governo dimostrano l’opposto, la sentenza europea parla di violazione in nome del “diritto di salute della donna”. Mentre invece, come ha scritto settimana scorsa su Salon la femminista abortista Camille Paglia, accusando la stessa sinistra di mistificare la realtà nascondendosi dietro a un presunto “attacco alla salute delle donne”, bisognerebbe chiedersi: “Chi è la vera vittima qui?”.
A gridarlo ai sapienti, oltre al piccolo Down sopravvissuto a 23 settimane a un aborto e lasciato morire in un ospedale di Varsavia, è la vicenda di un altro neonato. Anche questa emersa appena qualche giorno fa a far traballare, insieme all’impalcatura della legge polacca, anche quella inglese, che permette l’aborto fino alla 24esima settimana e in ogni momento se il bambino è handicappato. «Il fatto che avrei potuto abortire oltre la data in cui è nata è una vergogna assoluta, mi fa venire il mal di pancia», ha dichiarato Fionnuala McArdle, mamma della piccola Meabh, partorita l’anno scorso a Belfast, dove la legge abortista è più restrittiva rispetto al resto del Regno Unito.
La donna dopo due aborti spontanei aveva rischiato di perdere anche Meabh: «Quando fui ricoverata in ospedale in procinto di partorire, i dottori mi dissero che aveva pochissime possibilità di vita». Sopravvissuta al parto la piccola è rimasta mesi in ospedale subendo cinque operazioni. Non solo, perché Meabh, affetta da un difetto congenito al cuore e sofferente per la mancanza dell’apporto di ossigeno necessario, aveva «il 50 per cento delle possibilità di diventare cieca».
Ora la bambina è salva e, contro ogni calcolo probabilistico, sta bene. Ma ricordando i mesi di battaglia sua madre ha ribadito che «mi si spezza il cuore pensando che le persone possano abortire un bambino». E sebbene sia «stata la cosa più spaventosa che abbia mai attraversato, ne è valsa la pena», perché «ogni bambino ha diritto a una possibilità». Fionnuola ha voluto raccontare la sua storia mostrando le foto della figlia che con la manina stringe il dito della madre, proprio perché si veda «com’era a 23 settimane».
Piaccia o no, questa è la realtà dell’aborto. E, come ha notato Paglia, bisognerebbe avere l’onestà di ammetterlo. Se non per coraggio almeno per rispetto della propria intelligenza. Eppure, non c’è traccia del bambino nei dibattiti sull’aborto e sull’obiezione di coscienza, dove se non si sente parlare del diritto della madre si sposta l’attenzione su quello dei medici di obiettare. Sempre e solo contrapponendo due volontà sganciate da un bene oggettivo e quindi impedendo una risoluzione del problema.
L’unica possibilità di uscire dal cortocircuito, spesso considerata troppo rischiosa da entrambe le parti, è quella che tiene conto dell’esistenza del bambino. Sebbene occorra poi ammettere, da una parte, che l’aborto è la legalizzazione dell’infanticidio e, dall’altra, che finché il diritto alla vita non sarà affermato con l’abrogazione della legge 194 l’obiezione di coscienza rimarrà sempre in pericolo. Eppure, la verità è così evidente che persino la scrittrice Flavia Piccinini, intervistata dal blog La 27ora, pur cercando di negarla deve riconoscere citando la protagonista del suo ultimo libro: «Lea non ha particolari remore nei confronti di quello che ha fatto, ma ha qualcosa di annidato nel suo inconscio che le dice hai sbagliato. Lea sa di non aver sbagliato, ma quella voce c’è. Non ha sbagliato, ma prova vergogna per averlo fatto».

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