mercoledì 8 giugno 2016

Gli inuit e la polvere benedetta



Come Teresa di Lisieux divenne patrona delle missioni. 


(Egidio Picucci) «L’evangelizzazione del nord-est del Canada è una delle più belle meraviglie dell’attività missionaria che la Chiesa cattolica ha compiuto con gli oblati di Maria Immacolata, umili artigiani che non si finirà mai di lodare per l’eroismo richiesto da un ministero al limite dell’impossibile. Parlo di ministero perché essi sono stati autentici apostoli e spesso artefici di mirabili conversioni della gente loro affidata». 
Questo prezioso giudizio di François-Louis Veuillot, che ci piace ricordare a pochi giorni dal discorso del Papa ai direttori nazionali delle Pontificie opere missionarie, sottolinea la fatica sostenuta dai missionari oblati fra gli inuit del circolo polare artico, da dove partì l’idea di chiedere che santa Teresa del Bambino Gesù fosse scelta come patrona delle missioni. I primi oblati arrivarono a Montréal nel dicembre 1841, e tra gli inuit nel 1859. La notizia rimbalzò ovviamente anche in Europa e stupì soprattutto la Francia, dove l’istituto era stato fondato da Eugenio de Mazenod che aveva inviato i suoi missionari in Canada, dove fondarono il collegio che poi diede origine all’università di Ottawa. Fra i tanti giovani francesi che si entusiasmarono per l’incredibile avventura degli evangelizzatori, ci fu un giovane seminarista: Arsenio Turquetil (1876-1955). Dopo aver letto il racconto delle loro imprese, domandò di poterne condividere la vita e a 24 anni si imbarcò per il vicariato apostolico di Saskatchewan; attraversò in canoa il lago Caribou e dopo 7 giorni di slitta si fermò tra gli inuit «per i quali — gli disse il superiore — da più di trent’anni prego Dio di mandar loro un missionario. Va’ tu». Padre Turquetil obbedì e arrivò nell’agosto 1912 insieme a due confratelli. Passarono un anno di assoluta solitudine tra neve e gelo. Nel novembre 1913 li raggiunse la notizia del martirio di alcuni loro confratelli impegnati in un vicino vicariato. Proprio in quei giorni arrivò l’annuale posta dalla Francia, tra la quale c’era un plico proveniente da Lisieux. Padre Arsenio lo aprì e vi trovò una breve vita di suor Teresa del Bambino Gesù e due buste con un po’ di polvere della cassa che ne aveva custodito le spoglie. La piccola santa che aveva promesso di aiutare i missionari era sua conterranea! Perché non invocarla affinché gli desse una mano per la conversione degli inuit? «Proviamo. Domani mattina — disse padre Turquetil a frate Girard — quando gli inuit si troveranno nella sala per ascoltare il grammofono e io terrò la catechesi, tu invocherai santa Teresa, aprirai i sacchetti in cui c’è la polvere arrivata da Lisieux e con discrezione la spargerai sulla loro testa». Frate Girard ubbidì e accadde l’impensabile. Qualche giorno dopo, lo stregone di Chesterfield, il peggior nemico degli oblati, arrivò trafelato dal missionario e chiese il battesimo, aggiungendo: «Verrò qui tutti i giorni; farò tutto quello che mi direte, perché non voglio andare all’inferno». «Mi aspettavo tutto fuorché questo», disse padre Turquetil immaginando quello che sarebbe successo. Infatti, il 2 luglio 1917 furono battezzati 12 inuit, a cui ne seguirono altri, tanto che monsignor Ovidio Charlebois fece costruire una chiesa in onore della piccola Teresa a Pointe-aux-Esquimaux, grato per quanto stava accadendo. Anni dopo padre Turquetil fu nominato prefetto apostolico della Baia di Hudson e consacrò la nascente circoscrizione al patrocinio della santa che amava la neve e ne espose una statua in chiesa, attirando un gran numero di inuit, al punto che dovette aprire altre quattro nuove residenze e un ospedale dedicandolo alla santa. A questo punto interviene di nuovo monsignor Charlebois che comunica la sua idea ad alcuni vicari apostolici: proclamare la santa patrona delle missioni! Era l’anno della sua canonizzazione (1925), e la proposta fu subito accolta. Occorreva naturalmente l’approvazione pontificia e l’anno dopo il “vescovo polare”, com’era stato definito monsignor Charlebois, si impegnò a chiedere i consensi necessari, raccogliendo 232 adesioni e alcune lettere che contenevano relazioni entusiaste: vescovi e vicari apostolici attestavano di aver sperimentato segni manifesti dell’intercessione e della protezione della santa carmelitana. Suor Maria della Redenzione, orsolina di Trois-Rivières e amica di madre Agnese di Gesù, sorella di Teresa, raccolse tutto in un album che fu consegnato a Pio XI. Papa Ratti il 14 dicembre 1927 proclamò la giovanissima santa patrona delle missioni assieme a san Francesco Saverio. L’anno dopo il Santo Padre, che aveva definito la santa “stella del mio Pontificato”, firmò l’enciclica Rerum ecclesiae nella quale presentava la santa come «colei che, mentre viveva quaggiù la sua vita claustrale, prendeva sotto la sua protezione e, per così dire, adottava uno o l’altro missionario per aiutarlo, come già faceva, con le preghiere, con le penitenze volontarie o anche prescritte e, soprattutto, offrendo al divino sposo i forti dolori della malattia».

L'Osservatore Romano

Nessun commento:

Posta un commento