mercoledì 8 giugno 2016

Il coraggioso chiede perdono 400 volte al giorno.



L’UNICA MAYA PREMIATA A OSLO
Rigoberta Menchú Tum (nella fotografia di ieri dell’Università Cattolica), indigena maya, è la pacifista guatemalteca, che ha ricevuto nel 1992 il Premio Nobel per la Pace. Il premio le è stato conferito «in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene». Il suo impegno è riassunto nella biografia del 1983 «Mi chiamo Rigoberta Menchú». La sua candidatura al premio Nobel assegnato a Oslo è stata fortemente appoggiata anche da un comitato promotore italiano, che raccolse l’adesione di 131 parlamentari.

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di Lucia Capuzzi
«Nella cultura maya, il coraggioso deve chiedere perdono 400 volte al giorno. Per il male consapevole e per quello fatto senza saperlo. La persona di valore, inoltre, deve dire grazie 400 volte al giorno. Per i doni che sa di aver ricevuto e per quelli, immensi, di cui non si rende conto». Nel caso di Rigoberta Menchú Tum l’esercizio non è stato vano. «Perdono» e «grazie» sono le luci-guida nella vita di questa guatemalteca nata 57 anni fa a Chimel, remoto villaggio ancora senza acqua né luce, e insignita del Nobel per la pace, nel 1992. Aveva 16 anni quando dovette fuggire, a piedi, dalla guerra civile nel vicino Chiapas. Tremante, l’adolescente indigena accettò l’incarico del vescovo Samuel Ruiz di raccontare al resto della Chiesa messicana il dramma dei nativi guatemaltechi, vittime di un genocidio da parte dell’esercito. Quel giorno, Rigoberta scoprì nella parola la sua forza. E con la parola cominciò a combattere, senz’armi, la dittatura, contribuendo a sconfiggerla. Menchú partecipò alla stesura degli accordi di pace, nel 1996. Ora l’ex contadina di Chimel continua a lottare: per la difesa dell’ambiente, per la dignità dei popoli indios, per l’educazione, per la giustizia. «La pace non è la firma su un trattato. È una scelta quotidiana. Ognuno può fare la differenza», ha affermato la Nobel alla conferenza tenuta all’Università Cattolica di Milano, insieme al docente Dante Liano. Nell’occasione, il dipartimento di Scienze linguistiche e Letterature straniere della Cattolica ha annunciato un contributo alla Fondazione Menchú per aiutare le giovani maya negli studi universitari.

Una delle grandi sfide che la vede in prima linea è quella per la cura della casa comune. Perché le sta tanto a cuore?Siamo terra: è lei a darci il necessario per vivere. Siamo acqua: di liquido è fatto il 90 per cento delle nostre cellule. Siamo cosmo: secondo la tradizione maya, una donna resta incinta quando il suo utero è allineato con la luna e terra. Recuperare la consapevolezza di chi siamo e per che cosa Dio ci ha creato, ci aiuta a comprendere che siamo legati e complementari. Abbiamo necessità gli uni degli altri per andare avanti. Ognuno nasce con una missione sociale. L’educazione deve ricordarcelo e guidarci verso una “vita piena”, in armonia con la natura, Dio e i fratelli. È altro rispetto alla “bella vita”, in cui il denaro è la misura di tutte le cose. E l’ambiente è una “risorsa” da sfruttare, comprare e vendere. Per questo, sono rimasta molto colpita dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. È un messaggio di grande saggezza perché non si basa su teorie astratte ma su un’analisi profonda della realtà.

Che cosa ha significato per lei, maya, la richiesta di perdono di Francesco ai popoli indigeni formulata in Chiapas?È stato un gesto di grande coraggio. E di vera umiltà. Il Papa, però, non si limita alle parole. Ogni suo atto è un omaggio alla dignità umana.

L’esercito ha sterminato la sua famiglia. È riuscita a perdonare?Nessuno mi ha mai chiesto perdono. Mi sarebbe piaciuto poterlo concedere ma i colpevoli, ancora, rifiutano di sentirsi responsabili. A 30 anni dagli accordi di pace, però, il Guatemala ha compiuto cruciali passi avanti nel recupero della verità e della giustizia. Oltre 20 militari d’alto grado sono stati condannati per il genocidio. L’anno scorso, un tribunale ha finalmente riconosciuto che mio padre, Vicente, non era un guerrigliero. Lo bruciarono vivo, dentro l’ambasciata spagnola, per il suo impegno di dirigente contadino e catechista. Tali traguardi sono il risultato di una lunga lotta pacifica compiuta insieme a tanti che ora non ci sono più. Come il vescovo Juan Gerardi.

Lei fu uno dei 12 guatemaltechi a ricevere dalle mani del pastore le prime copie del rapporto “Nunca más” sugli orrori di 36 anni (1960-1996) di guerra.Ho conosciuto monsignor Gerardi quando, costretto all’esilio, continuava a denunciare all’Onu le atrocità del Guatemala. Ammiravo quell’uomo umile e testardo. Non avrei mai pensato che ci saremmo trovati a lavorare insieme. Fu grazie a monsignor Gerardi se abbiamo potuto dare un nome ai troppi morti sepolti nelle fosse comuni, se tanti massacri sono arrivati in tribunale. Sapeva di rischiare tanto. Ma non aveva paura. Me lo disse quel 24 aprile 1998, quando mi consegnò il Nunca Más. Non lo vidi più. Due giorni dopo, lo assassinarono.

In America Latina non ci sono più dittature ma la violenza continua in altre forme. Lei, dopo aver vissuto tanto dolore, è ottimista sul futuro?Chiunque, come me, abbia dedicato la vita a lottare contro l’impunità e l’ingiustia, ha il dovere di essere ottimista. Oggi e sempre. Il passato non si può cambiare. Possiamo, però, impedire che si ripeta. Costruendo un futuro più umano per quanti verranno. È questo il nostro impegno di uomini e donne. E, ne sono convinta, ne vale la pena.
Avvenire

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