lunedì 13 giugno 2016

Rigidità e flessibilità della legge




Da Padre Giovanni Cavalcoli
La vera legge è un principio solido e stabile di azione, perché deve assicurare una vita rigogliosa, vigorosa e durevole, al riparo dai pericoli, come dice la Scrittura, a proposito dei comandi divini: “stabili sono tutti i tuoi comandi” (Sal 111,7). E’ una solida pista di lancio per i voli dello spirito, dà a coloro che la praticano la certezza di compiere il bene, è principio di fermezza, perseveranza e fedeltà. Mantenendo la propria identità, conserva l’identità propria di colui che le obbedisce. Essendo incorruttibile, rende incorruttibile chi la pratica.
La pratica della legge produce una rigorosa giustizia. Occorre però distinguere il rigore, che è perfezione e serietà, dalla rigidità o rigorismo, che è dispotismo e intolleranza. La vera legge non è rigida, ma equanime e clemente. La rigidità è una falsa fermezza legata all’orgoglio e alla crudeltà. La rigidezza soffoca, paralizza, mortifica, schiavizza, rende servili e paurosi.
La solidità o rigore della legge, invece, è quella qualità, per la quale la legge non si incrina, non si macchia, non s’intorbida, ma mantiene contro ogni insidia o tentativo di adulterazione la sua linearità, onestà e limpidezza, non deflette dalla sua dirittura, che la rende stimabile, affidabile ed onorabile. Essa non si lascia comprare, non si compromette col disonesto. Essa procura all’uomo il suo bene, a patto che ne abbia rispetto e non la pieghi alle sue voglie.
Per la verità, la flessibilità, così come la rigidità, è più propria della volontà che della legge, la quale è una proposizione della ragione e quindi è un concetto e i concetti come tali non mutano. Si può tuttavia parlare di leggi flessibili, nel senso che possono essere mutate, adattate, mitigate e addolcite, possono subire eccezioni per andare incontro o per un maggior bene di chi le pratica.
In certi casi queste leggi possono essere addirittura sospese in nome di una legge superiore. Si ha allora la virtù dell’epichèia, che possiamo chiamare “equità” o clemenza. Sono le leggi umane, sia civili che ecclesiastiche.
Le leggi non hanno dunque tutte la stessa autorità, forza, obbligatorietà, estensione e permanenza. Tutte indicano e prescrivono all’uomo il da farsi e come agire per conseguire in ogni campo e in tutte le circostanze il suo bene e il suo fine. Alcune, quelle fondamentali, ordinano al bene la natura umana come tale e si pongono su due piani di azione: la legge morale naturale, che è fissata dalla ragion pratica in base alla considerazione dei fini della vita umana; e la legge divina rivelata da Cristo, che è materia di fede ed è insegnata dalla Chiesa.
Ma queste leggi non ci dicono in concreto, nel dettaglio, che cosa dobbiamo fare o non fare. Ora, l’azione umana, che esse intendono guidare, è nel concreto, si realizza in una serie di singoli atti contingenti, mutevoli e passeggeri, uno diverso dall’altro, in circostanze sempre diverse. I fini particolari, i bisogni, le forze e le esigenze dei singoli, le condizioni di vita di ciascuno sono diversi gli uni dagli altri.
Per arrivare a guidare l’azione concreta, la legge morale naturale e divina dev’essere mediata da ulteriori leggi, norme, disposizioni particolari o regionali, contingenti, flessibili, mutevoli, abrogabili, dispensabili, di competenza dell’autorità civile ed ecclesiastica.
Ma questo non basta ancora, perchè anche qui siamo ancora sul piano dell’astratto, dato che il precetto è un giudizio che comporta una sintesi di concetti, mentre l’azione da realizzare è concreta. Perché avvenga questo passaggio dall’astratto del pensiero al concreto dell’azione, dall’universale al singolare, dall’ideale al reale, perché cioè la legge sia calata nei fatti, occorre la virtù della prudenza, la quale decide in ultima istanza dell’applicazione della legge nel concreto illuminando la conoscenza o esperienza della situazione concreta con la conoscenza astratta della legge. Il giudizio o comando prudenziale decide come la legge dev’essere applicata qui ed ora.
Si può parlare, in questi casi, di “arrendevolezza” (cf Gc 3,17), accondiscendenza, indulgenza o adattabilità, che sono forme di misericordia. Se uno non ce la fa, sul momento o anche in permanenza, ad ubbidire in pienezza ad una legge per lui troppo difficile o troppo esigente, si può prender per buono o computare come giustizia ciò che riesce a fare. Nemo ad impossibilia tenetur.
E’ quello che nel linguaggio popolare si chiama “chiudere un occhio”. Pretendere di più sarebbe dispotismo e crudeltà. La legge invece deve poter essere anche flessibile, proporzionata alle forze di chi la deve applicare, fare degli sconti a chi non può pagare. Viceversa, si devono far pagare “fino all’ultimo spicciolo” (Mt 5,26) i lavativi, gli scansafatiche, gli evasori fiscali, i furbi e chi vuol farla franca.
Non si tratta di cedere sui princìpi, ma di quello che il Papa chiama “realismo”, ossia di tener conto oggettivamente e realisticamente dei limiti del soggetto, limiti che egli non può superare neanche con tutta la buona volontà e lo stesso soccorso della grazia, perché anch’essa è limitata e Dio non chiede a nessuno di fare di più di quanto può fare con le forze naturali e con quella grazia delle quali dispone.
Come dicevano i Romani: dura lex, sed lex. Essi avevano il senso, come dice Kant, della “maestà della legge”, anche se non avevano chiara coscienza che tale maestà dipende dalla volontà divina del Dio Uno, dato che erano politeisti.
La legge morale, come diceva Kant, è un “imperativo categorico”, un dovere, un valore o un ideale oggettivo ed assoluto. Essa, poste le condizioni soggettive per poterle obbedire, ossia la sua conoscenza e il potere della volontà, obbliga in coscienza sempre, tutti, universalmente, immutabilmente, assolutamente, senza condizioni, senza scappatoie, pena il fallimento della vita. Non si può mai essere dispensati dall’obbedire alla legge morale, perché sarebbe il suicidio.
Occorre il giusto mezzo tra il rigorismo legalista e il lassismo permissivista. In medio stat virtus. La legge diventa rigida, quando deve essere flessibile o cedere il passo a una legge superiore. Allora al posto dell’arrendevolezza, nasce la durezza, che è mancanza di misericordia. Con zelo farisaico, ci si attacca alle inezie e si perdono di vista i valori supremi.
Ma se ci si mette a giocare tra il sì e il no, tra Cristo e Beliar, un colpo al cerchio e uno alla botte, se si mette in crisi o si rammollisce la saldezza della legge, essa diventa inaffidabile, diventa un terreno cedevole o sdrucciolevole, sul quale non ci si può più appoggiare, non vale più la pena di dare per essa la vita. Se l’obbedienza alla legge e in fondo a Cristo non fosse un valore irrinunciabile, il martirio non avrebbe senso. I martiri sarebbero dei rigoristi o fondamentalisti, chiusi al dialogo. E la saggezza sarebbe stare a galla in ogni modo e salvare la pelle a qualunque prezzo. L’arrendevolezza si trasformerebbe in vigliaccheria e tradimento.
Sarebbe il trionfo dell’etica della situazione, la quale, come già denunciava Pio XII e ribadisce S.Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor, erige la mutevole situazione a legge dell’agire, anziché concepire l’agire come applicazione della legge nella situazione, ed anzichè concepire la coscienza come regolata dalla legge, si concepisce la legge come regolata dalla coscienza.
L’uomo diventa una banderuola, una canna agitata dal vento, diventa inaffidabile, schiavo delle mode, vanesio, commediante, buffone, infedele agli impegni, fedifrago, incostante, ipocrita, voltagabbana, doppio, sleale, bugiardo, e merita le invettive di Cristo contro i “serpenti” e la “razza di vipere”.
Per rimediare alla rigidità non occorre quindi cadere nel lassismo o nel permissivismo, ma si deve recuperare la solidità ed universalità della legge naturale e divina. E’ su queste che si deve costruire il sistema della morale, la legislazione civile ed ecclesiastica e quindi la nostra azione.

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