martedì 26 luglio 2016

Il silenzio di Auschwitz



(Abraham Skorka) Nella nostra ultima conversazione Papa Francesco mi ha spiegato che nella sua visita ad Auschwitz ha scelto di esprimersi attraverso il silenzio. Forse perché tutto quello che aveva da dire lo ha già detto nel suo messaggio allo Yad Vashem, a Gerusalemme, e nelle parole che ci siamo scambiati nel nostro incontro a Buenos Aires, poi riprese nel libro Il cielo e la terra(2010). L’arcivescovo di Buenos Aires affermava: «La Shoah è un genocidio come gli altri genocidi del XX secolo, ma ha una particolarità. Non intendo dire che è di primaria importanza mentre gli altri sono di secondaria importanza, ma c’è una particolarità, una costruzione idolatrica contro il popolo ebreo. La razza pura e l’essere superiore sono gli idoli sulla cui base si costituì il nazismo. Non è solo un problema geopolitico, ma esiste anche una questione religiosa e culturale. E ogni ebreo che veniva ucciso era uno schiaffo al Dio vivo in nome degli idoli».
Bergoglio pensa che, nel luogo stesso del massacro, le sue parole sarebbero troppo riduttive per esprimere le sensazioni che lo stanno già pervadendo al solo pensiero della sua presenza lì. In L’Exil de la Parole(Seuil, 1970), André Neher ci dice: «Auschwitz è soprattutto silenzio. Ciò è stato indubbiamente compreso meglio dai poeti che dai filosofi, perché è il silenzio a dominarli non appena dicono “Auschwitz”». Uno di loro, Uri Zvi Greenberg, cercando un solo termine per esprimere la caratteristica che contraddistingue i martiri di Auschwitz nel tempo e nell’eternità, scelse la parola silenzio: i martiri di Auschwitz sono i “martiri del silenzio” (Kedoshei Dumiah). Fu questo il titolo che il poeta diede a una poesia in ricordo di sua madre e di suo padre uccisi ad Auschwitz. 
Il testo del Levitico ci racconta che Aronne tacque dopo la morte dei suoi due figli (10, 3). D’altra parte, nel libro di Giobbe ci viene detto che i suoi fedeli amici rimasero accanto a lui per sette giorni senza rivolgergli una parola (2, 13), rispettando con il silenzio quello del loro amico sofferente. Nel dolore, dice il testo delle Lamentazioni (3, 28), l’uomo deve sedersi e restare in silenzio. Il silenzio si deve esprimere spesso, come negli episodi biblici menzionati, quel silenzio che trascende le parole. Quando il dolore è grande il grido resta soffocato nella gola.
«Come in altri luoghi che ho visitato, dove sono stati compiuti atti orribili», mi ha confidato il mio amico, «anche in questo luogo desidero esprimermi con il silenzio. Pregare e sentire, piangere se Dio mi benedice con lacrime da versare, senza dire una parola, è questo che devo fare ad Auschwitz». 
Ascoltando questo suo proposito, mi è tornata in mente la preghiera di Anna, madre di Samuele. «Si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva» (1 Samuele 1, 13). Il saggio rabbino Hamnuna, secondo il Talmud (Berakhot 31, a), insegnava che dalla descrizione della preghiera di Anna si possono evincere cose molto importanti su come pregare. Dal tono pacato della sua preghiera si deve desumere, secondo il saggio, che colui che prega non deve elevare troppo la propria voce. Perché quando uno prega deve ascoltare allo stesso tempo ciò che le sue labbra proferiscono e ciò che proviene dal suo cuore.
Come dice il libro dei Salmi (19, 4), i cieli e i suoi astri testimoniano la grandezza del loro Creatore, ma la sua voce non può essere udita. E nel primo libro dei Re (1, 19-12) si legge che Elia percepisce la voce dell’Eterno come un mormorio del silenzio. Prima dell’apparizione di quella voce, il profeta ha sentito un vento fortissimo, un terremoto e un fuoco grande, ma Dio si è rivelato con una voce che turbava appena il silenzio. Di fronte allo sguardo dell’essere sensibile, il silenzio degli astri e il suo messaggio testimoniano la grandezza di Dio tanto quanto le grandi, rumorose e drammatiche manifestazioni della natura, se non di più. 
In una haggadah del Talmud (Menachot 29 b) si racconta che Dio anticipò il futuro a Mosè mostrandogli la grandezza e la drammatica e crudele morte del Rabi Akiva, il più grande saggio del Talmud, per mano dei romani. Di fronte all’angosciante domanda di Mosè all’Eterno: è questa la ricompensa per lo studio e la dedizione alla Torah? Dio rispose: «Taci, così si è elevato il pensiero dinanzi a me». Ci sono cose imperscrutabili, che non è possibile esprimere a parole.
Bergoglio va ad Auschwitz per pregare. Per fermarsi di fronte al Creatore a piangere per quello che l’uomo ha fatto al suo prossimo in quel luogo. 
Ad Auschwitz l’uomo ha messo a tacere, per così dire, la voce di Dio nella realtà umana attraverso la consumazione di atti mai visti prima. I nazisti non avevano bisogno di costruire una torre che raggiungesse i cieli per sfidare Dio, come era avvenuto secoli prima a Babele. Scelsero di annientare il popolo che fece il patto con lui per cancellare la sua presenza dalla realtà umana. Lì dove l’ignominia mise a tacere le voci dei giusti e quella di Dio, il Papa sceglie il silenzio per onorare sia le vittime sia il Creatore. La sua richiesta a Dio di poter piangere in quel luogo differisce da quanto chiede il salmista (51, 17): «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode», ma assomiglia a quella di Geremia (8, 23), il profeta che predisse e assistette alla distruzione di Giuda e di Gerusalemme: «Chi farà del mio capo una fonte di acqua, dei miei occhi una sorgente di lacrime, perché pianga giorno e notte gli uccisi della figlia del mio popolo?». 
Con l’aiuto dell’Eterno, starò fisicamente vicino a lui in quel momento. La Shoah e il suo significato erano un tema ricorrente nelle nostre conversazioni a Buenos Aires, così lontana geograficamente da Auschwitz ma così vicina nel nostro dolore e nella nostra sofferenza.

L'Osservatore Romano

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