sabato 23 luglio 2016

Le antiche fedi «sopravvissute»




di Maurizio Cecchetti

La tesi – se di tesi si può parlare, perché in realtà è piuttosto una raccolta di prove – del libro che Gerard Russell ha impiegato quattro anni a scrivere, mettendo a frutto due decenni di peregrinazioni nelle terre mediorientali, è compresa tutta in un aneddoto storico che si lega alla discesa sulla Luna di Neil Armstrong. L’orma lasciata sul suolo lunare dal piede dell’astronauta americano, lui, che pianta il vessillo a stelle e strisce e lo guarda sventolare, fu fonte di esaltazione in Occidente, ma per altri fu come un amaro risveglio, uno choc destabilizzante: quello subito dai fedeli di antichissime religioni fondate sulla venerazione dei pianeti e dei corpi celesti. Come gli alawiti, gli yazidi e gli harraniani. Ma parliamo del passato oppure del presente? Del presente, non c’è dubbio, anche se di un presente che comincia a sfarinarsi in un passato prossimo che sembra consegnare definitivamente alla storia qualcosa miracolosamente sopravvissuto fino a ieri. 


L’aneddoto che Russell riporta nel suo primo e finora unico libro, Regni dimenticati (Adelphi, pagine 386, euro 25,00), dice che la discesa sulla Luna «suscitò una crisi teologica tra gli studiosi alawiti. Al pari degli harraniani, gli alawiti della Siria credevano che la Luna fosse la manifestazione fisica di uno spirito che nella gerarchia celeste fungeva da intermediario tra Dio e gli uomini: ma come poteva essere vero se la Luna era solo un ammasso di roccia, e neppure l’unica luna dell’universo ma una tra le tante?». Un anziano saggio alawita, un certo Ahmad Mohammad Haidar, cercò di parare il colpo scrivendo un trattato esplicito fin dal titolo:Dopo la Luna ma pare che, pur avendone accertato la pubblicazione, Russell non abbia potuto reperirne nemmeno una copia. È soltanto uno degli infiniti misteri legati alle «religioni minacciate del Medio Oriente», come recita il sottotitolo del libro.



L’autore, nato quarantatré anni fa in America da genitori inglesi, parla perfettamente arabo e persiano e per questo ha ricoperto vari incarichi diplomatici a nome del governo britannico e per le Nazioni Unite. Ha trascorso lunghi periodi in Egitto, Israele e Palestina, Afghanistan, Libano, Siria, Iran e Iraq. Ha vissuto sul campo i postumi dell’11 settembre, trovandosi spesso nelle zone più calde del Medio Oriente. Come riassume bene il prefatore del libro, Rory Steward, coetaneo di Russell e militante tra i conservatori inglesi, l’autore «appartiene di diritto alla tradizione dei funzionari imperiali britannici che si distinsero come studiosi», figura conclude Steward oggi assai rara (perché oggi abbiamo tutti un po’ la sensazione che in questo nostro mondo l’aumento di capacità tecniche e comunicative corrisponda a una perdita di gusto, cultura e raffinatezza?).



Il monito che corre fra le righe del libro di Russell potrebbe essere questo: attenti, la volontà di potenza e l’imperio della guerra, la forza tecnologica e un falso concetto di progresso portano, là dove si afferma un dominio, a cancellare o a distruggere i costumi, anche religiosi, delle minoranze, di antiche culture tramandate dai pochi eredi di quelle tradizioni, sopravvissuti alle macine della storia abitando luoghi impervi e praticando l’ascesi religiosa e rituali di cui, talvolta, si trovano riflessi nelle religioni oggi prevalenti. È questa, infatti, una delle convinzioni di Russell: queste minoranze religiose, che erroneamente possono sembrare quasi reperti archeologici, hanno lasciato in tempi remoti tracce assimilate da cristianesimo, islam, ebraismo, talvolta anche nelle religioni asiatiche. Gli alawiti, per esempio, ritengono che Dio possa assumere forma umana («una dottrina assai diffusa in Siria prima dell’arrivo dell’islam»).


Nota Russell che le persecuzioni verso i cristiani iracheni hanno fatto sì che se nel 1987 in Iraq ammontavano a circa l’8% della popolazione, oggi sono soltanto 1% («dal 2004 a oggi più di sessanta chiese cristiane sono state colpite da attentati terroristici»). Molti alawiti siriani, fedeli ad Assad, sono morti nella guerra che sta dilaniando il Paese e ha aperto la strada al Daesh (Isis). In proposito, Russell nota che «in realtà i seguaci dell’Isis si ingannano sulla storia dell’islam delle origini, che richiese molti più compromessi con le altre religioni di quanto essi vogliano ammettere... l’epoca d’oro dell’islam vide anzi i sovrani musulmani fare largo uso delle competenze delle varie comunità religiose che vivevano nei loro domini. Al contrario, il periodo di maggiore intolleranza dell’islam nei confronti delle altre fedi, nel Basso Medioevo, coincise con l’epoca di massima povertà e arretratezza della civiltà islamica». Il Daesh, scrive Russell, non vede soltanto nell’Occidente il nemico da abbattere, ma «avversa con pari violenza il passato dell’islam stesso. Vuole cancellare il ricordi dei molti califfi islamici che legittimarono e protessero le comunità non islamiche nei loro domini».


Trovandosi in queste zone calde per svolgere i suoi incarichi governativi, Russell molti anni fa ebbe modo di incontrare seguaci di queste antichissime fedi. «Da dove venivano? Come avevano fatto a sopravvivere?»: la curiosità intellettuale prese il sopravvento e in Russell nascevano altre domande sui costumi religiosi di quei «sopravvissuti»: «Perché gli yazidi si rifiutano di mangiare lattuga o di indossare abiti blu? Perché i mandei praticano il battesimo? Perché i drusi credono nella reincarnazione e qual è la ragione della loro segretezza?». Come un antropologo comparatista Russell ha trovato sul campo testimonianze, racconti, usi rituali che non immaginava potessero esistere oggi, e ha verificato che «queste religioni, benché siano oggi quasi sconosciute, hanno influenzato la storia della società occidentale». Naturalmente, comparando, il rischio può essere quello di basarsi sui parametri della fenomenologia che ragiona comparando le forme religiose, le quali rivelano magari analogie esteriori a cui però possono corrispondere significati anche opposti.


Ma Russell non intende misurare quanto sia profonda l’influenza di quelle antiche fedi sullo sviluppo di quelle successive. Gli interessa mostrare come l’Occidente moderno si sia comportato (dall’Impero ottomano all’accelerazione spaventosa dopo il 2001 con le guerre mediorientali) come un caterpillar, cancellando, costringendo molti a emigrare proprio in quello stesso Occidente nel quale si integrano a fatica e magari sono guardati con sospetto come potenziali terroristi. Così Nadia, seguace mandea, fuggita da Baghdad nel 2004, che vorrebbe tornare ma sa che oggi non potrebbe viverci; così gli yazidi iracheni, che confessano a Russell: «Il Paese è a pezzi, ci hanno portato via tutto, non abbiamo più un futuro»; così gli zoroastriani emigrati a Londra; mentre a Detroit può capitare di udire in un supermercato una strana lingua, e scoprire poi che era aramaico: «Avevo udito la lingua di Cristo», scrive Russell. E ci si può meravigliare che in Iraq lo si parli ancora (del resto, era la lingua che Mel Gibson scelse per i dialoghi della sua Passione). 


Probabilmente furono i cristiani iracheni, caldei e assiri, che nel VII secolo diffusero in Cina il cristianesimo, tanto che – osserva Russell – «sia il Tibet che la Mongolia hanno oggi alfabeti basati sulla scrittura siriaca introdotta dai missionari cristiani iracheni più di mille anni fa», eppure «oggi questa Chiesa non è neppure l’ombra di quella che fu» e quel che ne resta si deve alla fuga sulle montagne dei pochi che sopravvissero. È curioso che le comunità più numerose di questi cristiani oggi non siano in Iraq ma a Detroit. Segno che la diaspora sta cancellando da quei territori le ultime tracce di comunità forse minoritarie, ma millenarie. Un male per tutti.

Avvenire

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