venerdì 15 luglio 2016

Logica di misericordia



Nella festa della Madonna del Carmelo, pubblichiamo stralci dell’omelia del cardinale segretario generale del Sinodo dei vescovi, durante la messa celebrata a Messina, nella parrocchia di Santa Maria del Carmine.(Lorenzo Baldisseri) Non stupisce che il Santo Padre si sia ispirato all’incontro tra Gesù e la Samaritana quando ha descritto, in Amoris laetitia, la «logica della misericordia pastorale» fondata sul triplice pilastro dell’accompagnamento, del discernimento e dell’integrazione. Citando la Relatio synodi del 2014, il Papa afferma che le situazioni che non corrispondono ancora o non corrispondono più all’ideale evangelico sul matrimonio «vanno affrontate in maniera costruttiva, con pazienza e delicatezza», aggiungendo subito dopo: «È quello che ha fatto Gesù con la Samaritana». 
Invito per queste ragioni a non accontentarsi di una pastorale di preservazione, che si prende cura di quelli “che stanno dentro” e dimentica i tanti che invece “stanno fuori”, sentendosi spesso giudicati e condannati dai credenti. Al contrario, ciascuna comunità cristiana è chiamata a diventare “Chiesa in uscita” e “ospedale da campo” per quanti sono feriti dalle circostanze della vita, attraverso l’arte dell’accompagnamento, il discernimento nelle singole situazioni, l’integrazione nella vita ecclesiale.
Come ogni anno santo, sia questa l’occasione per praticare vicendevolmente la riconciliazione, il perdono, la misericordia. In questo luogo dedicato alla Madonna Santissima del Monte Carmelo, ci affidiamo alla potente intercessione di Maria, Mater misericordiae. Nonostante da qualche tempo la comunità non sia più affidata all’ordine carmelitano, occorre continuare a coltivare la spiritualità del Carmelo, che nei secoli ha prodotto innumerevoli frutti di bene e di santità, alimentando costantemente la devozione per la Vergine Maria Flos Carmeli.
Le mura di un edificio non imprigionino la nostra fede in forme e strutture, pur necessarie. Chi adora Dio deve adorarlo nella sua Parola. L’ascolto attento e orante della Parola di Dio è, per noi cristiani, la prima maniera di adorare. Al riguardo, Papa Francesco, fin dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium, vero e proprio “manifesto programmatico” del suo pontificato, non si stanca di additare la Parola di Dio come sorgente del rinnovamento pastorale e missionario della Chiesa, al quale tutte le comunità cristiane sono chiamate.
Recentemente, il Santo Padre ha ancora affrontato questo tema nell’esortazione apostolica Amoris laetitia, documento che ha autorevolmente concluso il lungo cammino sinodale sulla famiglia che ha coinvolto la Chiesa intera nel corso di oltre due anni. La Parola di Dio conforta l’animo, illumina il cammino, rinsalda il cuore: questo vale per i singoli come per le famiglie, per le comunità religiose come per quelle parrocchiali. In realtà, non c’è autentica spiritualità cristiana che non sia costantemente nutrita dalla sorgente inesauribile della Bibbia.
Chi adora Dio, poi, deve adorarlo in tutti i fratelli. Non possiamo accontentarci di rendere culto a Dio all’interno di splendidi templi e attraverso solenni liturgie. È certamente vero che nei Sacramenti, e in modo culminante nell’Eucaristia, è Cristo stesso che si rende presente per la nostra santificazione. Ma è altrettanto vero, come affermava già san Giovanni Crisostomo, che Dio va riconosciuto e adorato anche nel «Sacramento del fratello». Non possiamo negare che le nostre comunità cristiane sono spesso contagiate dai virus del protagonismo, della mormorazione, del pregiudizio, dell’indifferenza, se non addirittura dell’ostilità e dello scontro tra gruppi, movimenti, associazioni. Ciò è spesso di scandalo agli occhi di coloro che ci osservano e vanifica la nostra testimonianza nel mondo.
Non si può adorare Dio soltanto nel fratello che ci è accanto, che la pensa come noi, che vive la vita cristiana come noi, che è almeno apparentemente “in regola”. Chi adora Dio, ci dice Gesù, deve adorarlo anche nel lontano, nel diverso, nel cosiddetto “irregolare”. Tale è la donna Samaritana. Proprio a questa donna il Maestro insegna in cosa consiste la vera adorazione di Dio: non è questione di “luoghi” ma di “cuore”. Chi vuole tributare a Dio la giusta adorazione non può più accontentarsi di cercarlo entro le mura del tempio: la sacralità del santuario di Gerusalemme è del resto costantemente relativizzata dal ministero itinerante di Gesù e dalle sue severe parole sulla distruzione del tempio. In Cristo, Dio si mostra come colui che esce dal tempio per andare a cercare le pecore perdute: dunque, chi vuole trovare e adorare Dio, lo dovrà cercare fuori dal santuario, presso quei malati che il Medico celeste è venuto a curare con la medicina della misericordia.

L'Osservatore Romano

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