giovedì 21 luglio 2016

Meditazioni su Maria Maddalena apostola



(Enzo Bianchi) Maria di Magdala è una delle figure femminili più intriganti per chi legge la Scrittura. Presente in tutti i vangeli insieme alle altre discepole di Gesù, donne di Galilea, è da Giovanni particolarmente evidenziata come donna vicina al Signore e come prima testimone della sua risurrezione. Significativamente, nel quarto vangelo appare presso la croce insieme alla madre di Gesù, alla sorella della madre, Maria di Cleopa e al discepolo amato dal Signore. Nell’ora di Gesù, nell’ora dell’innalzamento del Figlio dell’uomo (cfr. Giovanni, 3, 14; 8, 28) e della sua glorificazione (cfr. Giovanni, 12, 23), sotto la croce sono presenti gli amici del Signore, quelli legati a lui da amore e ora chiamati a diventare la comunità di Gesù, nella scandalosa assenza di tutti i discepoli, meno uno.
Ora Maria di Magdala è là sotto la croce, nell’ora estrema della vita di Gesù (cfr. Giovanni, 19, 25), mentre tutti gli altri discepoli sono fuggiti abbandonandolo. Proprio lei e il discepolo amato sono gli unici testimoni della morte di Gesù e della sua risurrezione. Alla croce non dice e non fa nulla, ma il terzo giorno dopo la morte, cioè nel primo giorno della settimana ebraica, di buon mattino, mentre è ancora buio, Maria viene al sepolcro (cfr. Giovanni, 20, 1-2.11-18). Secondo il quarto evangelista la sua è un’iniziativa personale, ma di fatto in quel suo andare alla tomba, quale figura tipica ed esemplare rappresenta anche le altre donne che, secondo i vangeli sinottici, vi erano andate con lei; ecco perché parla al plurale, anche a nome loro: «Non sappiamo dove l’abbiano posto». 
 Perché Maria, passato il sabato, appena possibile, va alla tomba? Il quarto vangelo non ci fornisce il motivo: non va per ungere il cadavere di Gesù (cfr. Marco, 16, 1; Luca, 24, 1), né per osservare la tomba (cfr. Matteo, 28, 1), ma in modo totalmente gratuito. Possiamo solo dire che in lei c’è un desiderio di stare vicino al corpo morto di Gesù: colui che Maria ha amato è morto, ora il suo corpo è là nella tomba e Maria vuole stargli semplicemente vicino. È come torturata da quell’«ardente intimità dell’assenza» che sarà cantata da Rainer Maria Rilke. Giunta alla tomba, vede la pietra rimossa e allora fa una corsa, va da Pietro e dal discepolo amato e dice loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro, e non sappiano dove l’abbiano posto». 
All’udire ciò, i due discepoli corrono subito al sepolcro, e in quella corsa c’è una vera e propria con-correnza: il discepolo amato è più veloce e giunge per primo, poi arriva anche Pietro, che entra, vede le bende che giacciono a terra e il sudario avvolto in modo ordinato. Pietro è nell’aporia (cfr. Giovanni, 20, 3-7), mentre il discepolo amato, entrato pure lui nel sepolcro, «vide e credette» (Giovanni, 20, 8). Mentre attorno a Maria avviene tutto questo, ella, come se non se ne accorgesse, continua a piangere e, chinatasi verso il sepolcro, «scorge due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro presso i piedi, dove giaceva il corpo di Gesù». Maria non fa molto caso neppure ai due angeli, che pure erano una manifestazione divina e avrebbero dovuto destare in lei timore (cfr. Matteo, 16, 5 e paralleli). No, Maria cerca Gesù, il suo Signore e — si potrebbe dire — degli angeli non sa che farsene. Proprio come Bernardo di Clairvaux che, commentando il Cantico dei cantici, esprime così la sua ricerca di Gesù: «Rifiuto le visioni e i sogni, (...) mi infastidiscono anche gli angeli. Perché il mio Gesù li supera di molto con la sua bellezza e il suo splendore. Non altri, dunque, sia angelo, sia uomo, ma lui prego di baciarmi con i baci della sua bocca (cfr. Cantico dei cantici, 1, 2)!» (Sermoni sul Cantico dei cantici II, 1). Gli angeli luminosi le chiedono: «Donna, perché piangi?», ma Maria continua ad affermare in modo ossessivo la sua ricerca di Gesù, che definisce “il mio Signore”. 
Gesù è il Signore, il kýrios della Chiesa, ma è da lei chiamato “il mio Signore”. C’è qualcosa di straordinario in questo amore persistente al di là della morte, che induce Maria a cercarlo, a soffrire per il suo non sapere dove sia il suo corpo morto. Il pianto testimonia il suo dolore reso eloquente da tutto il corpo: è la Maddalena, con tutto il suo essere, corpo, mente e cuore, che cerca il corpo di Gesù, il corpo dell’amato. A Maria non bastano né il ricordo, né le sue parole, né il sepolcro che è un memoriale (in greco mneméion, come il sepolcro è definito in tutti i vangeli): vuole stare accanto al corpo di Gesù. Ricerca amorosa, fedele, perseverante, che fatica ad accettare la realtà della fine di un rapporto, perché per lei Gesù significava tutto. Maria, la madre di Gesù, certamente viveva per Gesù, Maria di Magdala invece viveva grazie a Gesù. A lei è stato dato di fare quell’esperienza che alcuni nella propria vita fanno per straordinaria grazia: risalire, grazie a qualcuno, dall’ombra di morte, dal non senso, dall’essere preda del nulla, a una vita che conosce l’essere amati e l’amare. 
La Maddalena, infatti, è amata da Gesù e ama a sua volta Gesù, verso il quale si sente debitrice. Ecco perché il suo pianto è quello dell’amata-amante che ha perduto il suo amato-amante, come avviene nel Cantico dei cantici, dove la ragazza di notte cerca il suo amato, si alza, con audacia vaga nel buio per cercarlo, interroga le guardie notturne, e poi finalmente lo trova nel suo giardino (cfr. 3, 1-4). E così avviene in quell’aurora primaverile, sul monte degli aromi (cfr. 2, 17; 8, 14), là dove c’era un giardino, luogo della sepoltura di Gesù. Tra le lacrime, Maria risponde ai due angeli che l’hanno interrogata sul suo pianto: «“Hanno portato via il mio Signore, e non so dove l’abbiano posto”. Detto questo, si voltò indietro (estráphe éis tà opíso)», dando inizio al dialogo con un altro personaggio, questa volta umano. Il suo voltarsi indietro ha un valore simbolico: Maria rilegge tutta la sua vita con Gesù, fa anamnesi del suo rapporto carico di amore con lui e quindi continua a piangere anche per la nostalgia per ciò che è stato e non potrà più ritornare. Nel suo dolore, si volta indietro, non guarda più la tomba né gli angeli, ma scorge un uomo, il quale le pone la medesima domanda: «Donna, perché piangi?». 
Come Gesù pianse per Lazzaro morto (cfr. Giovanni, 11, 35), così Maria piange per Gesù morto. Piange per amore e per dolore dell’amore, e non affatto per i suoi peccati: Maria è la sola che piange per Gesù! È solo Pietro l’icona evangelica che piange i suoi peccati, la sua orrenda viltà, il suo amore breve come la rugiada del mattino (cfr. Osea, 6, 4). Pietro non piange su Gesù ma su di sé, per aver tradito l’amico (cfr. Marco, 14, 72 e paralleli). Sì, Pietro dovrebbe essere icona del pentimento cristiano e Maria Maddalena icona dell’amore per Gesù! Maria, pensando che colui che ora ha di fronte sia il giardiniere, il custode di quel giardino in cui Gesù era stato seppellito da Giuseppe di Arimatea e da Nicodemo, gli risponde: «Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto, e io andrò a prenderlo». Ma quell’uomo, che è Gesù, le chiede anche: «Chi cerchi?», domanda analoga a quella da lui posta ai due discepoli del Battista: «Che cosa cercate?» (Giovanni, 1, 38: le sue prime parole nel quarto vangelo!). In questo interrogativo c’è qualcosa che per Maria non è nuovo, perché è la domanda essenziale che Gesù poneva a chiunque volesse diventare suo discepolo: cercare è la condizione specifica del discepolo. 
A quel punto Gesù, con il suo volto contro il volto di Maria, le dice: Mariám!, la chiama per nome, e subito lei, “voltandosi” (straphéisa) nuovamente verso di lui, il Gesù glorificato, è pronta a riconoscerlo e a dirgli: «Rabbunì, mio maestro!». Quante volte era avvenuto quel dialogo tra lei e Gesù: lei, la pecora perduta ma ritrovata da Gesù (cfr. Matteo, 18, 12-14; Luca, 15, 4-7), chiamata per nome, riconosce la voce del pastore (cfr. Giovanni, 10, 3-4). «Maria!», una nuova chiamata, e, subito dopo, un invito: «Cessa di toccarmi», cioè stacca le tue mani da me, perché non c’è più possibilità di incontro tra corpi come prima, essendo ormai il corpo di Gesù risorto nel seno del Padre. Maria, che poteva dire di essere tra quelli che «avevano udito, visto con i loro occhi, contemplato e toccato con le loro mani la Parola della vita» (cfr. 1 Giovanni, 1, 1), ora deve credere e amare Gesù in modo altro: il suo amore non muore, non verrà meno, ma altro è il modo in cui ora Maria deve amare Gesù! Si era voltata indietro verso il suo passato, ma ora, chiamata da Gesù, si volta verso di lui, il risorto, senza più nostalgia del tempo precedente il suo esodo da questo mondo al Padre (cfr. Giovanni, 13, 1). 
Questa pagina giovannea risulta molto affettiva, nel senso che è piena di sentimenti e, come tale, ispira anche la nostra immaginazione nel pensare il rapporto d’amore con il Signore Gesù. È una pagina che ha chiaramente in sottofondo il già ricordato Cantico dei cantici, nel quale in un giardino avviene un dialogo d’amore tra i due partner (cfr. 4, 16; 5, 1; 6, 2), che si perdono, si cercano e si ritrovano (cfr. 3, 1-4; 5, 1-8). Come la donna del Cantico dei cantici, Maria di Magdala è donna del desiderio, un desiderio talmente forte e tenace che consente solo a lei, rimasta al sepolcro per cercare Gesù, di poterlo vedere. Ma ciò che in particolare mi preme mettere in evidenza è il fatto che questa ricerca, questa perseveranza, questa individuazione della presenza del corpo sono tratti tipicamente femminili, essenziali nell’amicizia tra uomini e donne. Nello stesso tempo, questa pagina giovannea è dangereuse, pericolosa, per chi non sa capire l’amore con occhi puri, fino a essere indotto a molte fantasie sul rapporto tra Gesù e la Maddalena. 
Si tratta di una reazione non nuova, già avvenuta nella storia e testimoniata in testi apocrifi, soprattutto nel Vangelo di Filippo: deriva dovuta al prurito di chi non sa se non attribuire a Gesù i propri modesti desideri! In quell’incontro con il risorto, Maria di Magdala è subito resa apostola, inviata ai discepoli, ai fratelli di Gesù, per portare loro l’annuncio pasquale. Ed essa, in piena obbedienza, dichiara «ho visto il Signore» e riferisce ciò che egli le ha detto. Sì, all’origine della fede pasquale vi è innanzitutto Maria di Magdala (e le donne discepole da lei rappresentate), una donna che ha creduto nel Signore Gesù e lo ha amato. Purtroppo però in occidente Maria ha conosciuto una triste ma non strana vicenda ed è stata sottoposta a una serie di equivoci: è diventata anche la peccatrice, la prostituta del vangelo di Luca, anche Maria di Betania, e la si è dipinta nell’atto di piangere i suoi peccati, dei quali nessun evangelista ha mai parlato. 
Infatti, che Gesù «avesse scacciato da lei sette demoni» (cfr. Marco, 16, 9; Luca, 8, 2) indica solo il suo essere liberata da una grave situazione di malattia (sette è un numero che indica pienezza, dunque malattia grave), non i suoi peccati! L’incontro con Gesù aveva significato per lei guarigione, liberazione da queste forze oppressive, rinascita e possibilità di una vita nuova, sensata: da donna “morta” quale era, era stata rialzata e riportata da Gesù alla vita piena, quella in cui si vivono affetti, relazioni, amore, comunione, gioia, insieme alla fatica del duro mestiere di vivere. Va però riconosciuto che, se è vero che Maria di Magdala ha beneficiato in oriente del titolo di isapostola, cioè “uguale agli apostoli”, e in occidente di quello di “apostola degli apostoli”, in realtà non le sono mai stati riconosciuti nessun valore ecclesiale e nessuna qualità ministeriale. Siamo ben lontani dall’aver preso sul serio le parole di Rabano Mauro, un monaco e vescovo vissuto tra l’VIII e il IX secolo, il quale nella sua biografia di Maria di Magdala (Vita di santa Maria Maddalena, 26-27) commenta l’apparizione a lei di Gesù risorto, mettendo in risalto come tale evento conferisca una decisiva funzione nella Chiesa a questa donna discepola: «Maria crede al Cristo, attingendo la fede in lui dall’ascolto della desiderata voce del Signore, e dalla sua stessa presenza così desiderabile (...) Credette fermamente che il Cristo figlio di Dio, che lei vedeva risorto, era vero Dio, colui che ella aveva amato da vivo; che veramente era risuscitato dai morti colui che aveva visto morire (...) Il Salvatore, persuaso che quello di Maria era purissimo amore, (...) la elesse apostola della sua ascensione (...) come poco prima l’aveva istituito evangelista della risurrezione (...) Ella, innalzata a tanta e così alta dignità d’onore e di grazia, dallo stesso figlio di Dio e salvatore nostro, (...) non indugiò a esercitare il ministero di apostola del quale era stata onorata (...) Maria, con i suoi co-apostoli, annunciò il Vangelo della risurrezione di Cristo con le parole: “Ho visto il Signore” (Giovanni, 20, 18), e profetizzò la sua ascensione con le parole: “Ascendo al Padre mio e Padre vostro” (Giovanni, 20, 17)».
L'Osservatore Romano

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