venerdì 15 luglio 2016

Senza rete







Migrazione al femminile. Sempre più numerose e vulnerabili 

Cresce nel mondo il numero di donne e ragazze rese più vulnerabili a causa dei fenomeni migratori, in combinazione con ulteriori fattori di ineguaglianza legati al sesso, l’etnia e la classe sociale. Dal 2000 al 2015 il numero totale dei migranti internazionali donne è aumentato di oltre 32 milioni, con ricadute per la loro sicurezza e la loro salute. Oggi il sessanta per cento delle morti materne evitabili e il cinquantatré per cento dei decessi di bambini al di sotto dei cinque anni si svolgono in contesti di conflitto, spostamento e disastri naturali. 
Si stima che nel mondo oltre 26 milioni di donne e bambine in età riproduttiva vivono in situazioni di emergenza e in condizione di bisogno rispetto ai servizi di salute sessuale e riproduttiva. Sono questi alcuni dei temi al centro dell’audizione tenuta il 14 luglio presso la Commissione affari esteri del Parlamento italiano da Flavia Bustreo, vice direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). «Le crisi — ha dichiarato Bustreo al termine dell’incontro — sono oggi sempre più caratterizzate da spostamenti di massa e di lungo termine, con conseguenze sempre più rilevanti, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione quali donne, bambini e adolescenti, colpite in modo sproporzionato e con gravi conseguenze anche per la loro salute». 
Secondo le stime fornite dall’Oms, nei Paesi colpiti da conflitti o da crisi migratorie aumentano i casi di violenza sessuale e di violenza da parte del partner. All’interno di questi contesti, pratiche tradizionali dannose per la salute come la mutilazione genitale femminile o i matrimoni forzati e minorili, possono essere ulteriormente esacerbate. Le condizioni stesse in cui donne e adolescenti si spostano le rendono particolarmente vulnerabili. Molte viaggiano senza documenti, svolgono attività lavorative a basso salario, o non regolamentate, mancano di protezione, si trovano in condizioni di particolare dipendenza e rimangono vittime di soprusi che possono includere anche la violenza sessuale. Per rispondere alla sfida posta dal rischio per la salute delle popolazioni migratorie, l’Oms sta lavorando alla stesura del rapporto Women on the Move che sarà sviluppato attraverso un ampio processo di consultazione, anche di politici, parlamentari, ambasciatori, leader mondiali, esperti di salute, e le principali parti interessate che operano in settori rilevanti per le donne, le ragazze, la migrazione e la salute. 

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Il dramma dei minori stranieri non accompagnati. 

(Giovanni Giulio Valtolina) Il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati (Msna) rappresenta un modello di traiettoria migratoria molto particolare e in costante aumento sull’intero territorio europeo. Si tratta di minori che giungono in Europa, e in Italia, per ragioni diverse: fuggono da conflitti, povertà, catastrofi naturali, discriminazioni o persecuzioni. Molto spesso sono le stesse famiglie a spingerli a migrare, nella speranza di una vita migliore oppure nel tentativo di inviarli presso familiari che già si trovano in qualche Stato dell’Unione europea. 
Questi minori compaiono sulla scena italiana già a partire dalla fine degli anni Ottanta, ma la loro rapida crescita in termini quantitativi caratterizza l’ultimo scorcio degli anni Novanta, in concomitanza con l’aumento dei flussi migratori provenienti dai Paesi dell’est europeo, e soprattutto questo ultimo quinquennio, a seguito delle cosiddette primavere arabe e dei vari conflitti esplosi in Medio oriente. La caratteristica che contraddistingue questi minori — e che li connota con specifici bisogni e aspettative — è il fatto di sperimentare l’esperienza migratoria senza famiglia o adulti di riferimento. Proprio perché giunti sul territorio europeo senza una rete parentale di assistenza e di cura, i Msna risultano più vulnerabili e maggiormente esposti al rischio di sfruttamento e marginalità sociale. Per questa ragione, a tale tipologia di minori è stata dedicata una particolare attenzione nella disciplina dell’Unione europea e in quella italiana. Tra le diverse priorità che emergono oggi, due meritano di essere evidenziate. 
La prima riguarda la definizione di un programma nazionale, condiviso a livello europeo, per l’integrazione di questi minori, una volta che essi compiono il diciottesimo anno d’età. Attualmente, infatti, ogni Paese agisce secondo un proprio orientamento, molto spesso in condizioni di emergenza, e senza alcun coordinamento a livello sovranazionale. Tale priorità risulta di particolare rilevanza in quanto circa i due terzi del totale delle presenze nell’Ue di Msna si concentra nella fascia d’età tra 16-17 anni. Con il compimento dei 18 anni, si modifica radicalmente lo status dei Msna, e, a seconda della normativa vigente in quel Paese, ciò può avere conseguenze sul suo accesso a percorsi formativi o al mondo del lavoro. Solo nel caso di Msna richiedenti asilo, essi possono rimanere legalmente nel Paese d’accoglienza: sino al termine del processo di valutazione della richiesta, oppure per un tempo illimitato, se hanno già ricevuto il riconoscimento alla protezione internazionale, ricevendo una carta di soggiorno, che gli garantisce tutti i diritti fondamentali. Nel caso dei Msna non richiedenti asilo, invece, al compimento del diciottesimo anno d’età, lo scenario muta drasticamente. 
In alcuni Paesi, come Italia, Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Norvegia, Polonia, essi divengono immigrati illegali e possono essere fatti ritornare coattivamente nel Paese d’origine; se però hanno una valida ragione per rimanere nel Paese ospitante, come, per esempio, la frequenza a un corso di formazione o una regolare attività lavorativa, allora possono ottenere un permesso di soggiorno a tempo limitato, di modo da poter regolarizzare la loro posizione da maggiorenni. Una seconda priorità, che riguarda in particolar modo l’Italia, riguarda la funzione delle comunità per minori in cui è attualmente ospitata la gran parte dei Msna, presenti sul territorio nazionale. La caratterizzazione di percorso educativo “vicario” investe soprattutto le figure degli educatori di tali comunità. Il compito che costoro sono chiamati a svolgere, in un ambito che deve però dare al minore l’implicita certezza che la relazione è una relazione “tra adulti”, chiama in causa necessariamente i bisogni psicologici dei minori non accompagnati, bisogni che sono in parte simili a quelli degli altri minori stranieri, ma in parte molto diversi. Considerata la complessità della loro situazione, i metodi di intervento educativo da utilizzare con questi minori devono incorporare molte dimensioni e tenere conto di una molteplicità di problematiche che devono essere trattate necessariamente in modo multidisciplinare. 
Da una ricerca condotta dalla Fondazione Ismu nel 2014, emergono alcuni importanti elementi che non possono non essere tenuti in considerazione come parametri di riferimento, nel momento della stesura del progetto educativo individuale. Essi sono: La dimensione attiva del processo di acculturazione: questi minori possono manipolare i codici culturali della società che li ospita, possono classificare e gerarchizzare le loro appartenenze a seconda dei loro interessi, possono prendere in prestito o rifiutare modelli più o meno funzionali al loro essere stranieri; la loro non è però accettazione passiva, ma rielaborazione — seppur in termini talvolta semplificatori — di proposte identitarie e di codici di comportamento: i comportamenti illegali anche gravi — come furto, spaccio, aggressione — sono vissuti, ad esempio, come “stupidaggini”, da intendersi come superficiali strategie adattive a una condizione che non lasciava alternative. Il bisogno di contenimento emotivo: il sentimento di solitudine, il non avere nessuno di cui potersi realmente fidare e con cui poter abbassare quel muro di dura consapevolezza della propria vulnerabilità che quotidianamente li accompagna, connota molti di questi minori; alcuni di loro descrivono addirittura come migliore la condizione in cui erano sfruttati, rispetto a quella in cui erano liberi dal giogo dei criminali che li costringevano a spacciare droga o a prostituirsi; la presenza e le attenzioni degli stessi sfruttatori diventano un contenitore che permette a questi minori di sentire meno forte la paura e il terrore di perdersi in un caos che non ritengono di riuscire a controllare; avere qualcuno che li controlla dà loro, invece, la convinzione almeno di esistere, di non esser totalmente “invisibili” e di avere comunque degli obiettivi da raggiungere. 
Lo stato di precarietà e di incertezza sul futuro: la situazione di indeterminatezza in cui vivono questi minori, a causa del loro essere presenti in Italia, del non avere una prospettiva certa rispetto al proprio futuro, del non poter fare affidamento su alcun familiare o amico, li pone in una situazione che, come documenta la letteratura internazionale, può condurli anche a evidenziare seri problemi di salute mentale. L’interdipendenza dei bisogni affettivi e dei bisogni materiali: i bisogni materiali di questi minori sono inestricabilmente connessi a quelli affettivi; questi due tipi di bisogni, cioè, si sovrappongono a tal punto che è difficile quasi farli rientrare all’interno delle categorie definite tradizionalmente; nel sostegno psicologico che si vuole offrire a questi minori, non si può dunque dimenticare di far posto anche a forme concrete di aiuto materiale. A fronte di queste caratterizzazioni il lavoro educativo da svolgere è caratterizzato da condizioni di estrema incertezza, di compressione temporale e di turbolenza derivante dal continuo evolversi delle domande e dei bisogni.
L'Osservatore Romano

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