sabato 30 luglio 2016

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (27-31 luglio 2016) - Veglia di preghiera con i giovani nel “Campus Misericordiae” di Kraków. Discorso del Santo Padre



Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (27-31 luglio 2016) - Veglia di preghiera con i giovani nel “Campus Misericordiae” di Kraków. Discorso del Santo Padre: "E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare
 L'Osservatore Romano 

Nel Campus Misericordiae alla periferia di Cracovia - ma nel comune di Wieliczka – si svolge questa sera la Veglia di preghiera dei giovani che partecipano alla XXXI Giornata Mondiale della Gioventù. Di seguito riportiamo il testo del discorso del Papa:
Il simbolo (...) indica le parti del discorso pronunciate a braccio. 

Discorso del Santo Padre
Cari giovani,
è bello essere qui con voi in questa Veglia di preghiera.
Alla fine della sua coraggiosa e commovente testimonianza, Rand ci ha chiesto qualcosa. Ci ha detto: “Vi chiedo sinceramente di pregare per il mio amato paese”. Una storia segnata dalla guerra, dal dolore, dalla perdita, che termina con una richiesta: quella della preghiera. Che cosa c’è di meglio che iniziare la nostra veglia pregando?

Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti, o addirittura sono in guerra. Altri veniamo da paesi che possono essere in “pace”, che non hanno conflitti bellici, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa. Ma siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come il coraggioso Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato paese.
Ci sono situazioni che possono risultarci lontane fino a quando, in qualche modo, le tocchiamo. Ci sono realtà che non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo (del cellulare o del computer). Ma quando prendiamo contatto con la vita, con quelle vite concrete non più mediatizzate dagli schermi, allora ci succede qualcosa di forte, sentiamo l’invito a coinvolgerci: “Basta città dimenticate”, come dice Rand; mai più deve succedere che dei fratelli siano “circondati da morte e da uccisioni” sentendo che nessuno li aiuterà. Cari amici, vi invito a pregare insieme a motivo della sofferenza di tante vittime della guerra, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto. E in questa richiesta di preghiera voglio ringraziare anche voi, Natalia e Miguel, perché anche voi avete condiviso con noi le vostre battaglie, le vostre guerre interiori. Ci avete presentato le vostre lotte, e come avete fatto per superarle. Siete segno vivo di quello che la misericordia vuole fare in noi.
Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare. La nostra migliore parola, il nostro miglior discorso sia unirci in preghiera. Facciamo un momento di silenzio e preghiamo; mettiamo davanti a Dio le testimonianze di questi amici, identifichiamoci con quelli per i quali “la famiglia è un concetto inesistente, la casa solo un posto dove dormire e mangiare”, o con quelli che vivono nella paura di credere che i loro errori e peccati li abbiano tagliati fuori definitivamente. Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre "guerre", le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore. (...)
(SILENZIO)
Mentre pregavamo mi veniva in mente l’immagine degli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Una scena che ci può aiutare a comprendere tutto ciò che Dio sogna di realizzare nella nostra vita, in noi e con noi. Quel giorno i discepoli stavano chiusi dentro per la paura. Si sentivano minacciati da un ambiente che li perseguitava, che li costringeva a stare in una piccola abitazione obbligandoli a rimanere fermi e paralizzati. Il timore si era impadronito di loro. In quel contesto, accadde qualcosa di spettacolare, qualcosa di grandioso. Venne lo Spirito Santo e delle lingue come di fuoco si posarono su ciascuno di essi, spingendoli a un’avventura che mai avrebbero sognato. (...)
Abbiamo ascoltato tre testimonianze; abbiamo toccato, con i nostri cuori, le loro storie, le loro vite. Abbiamo visto come loro, al pari dei discepoli, hanno vissuto momenti simili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse. La paura e l’angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità. Loro hanno condiviso con noi la stessa esperienza che fecero i discepoli, hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto: alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita.
 (...) La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. (...)
Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO / KANAPA! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” / “kanapa-szczęście” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più (...); perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti (...) mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore.
(...) Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà.
(...) Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito. E’ certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà.
Amici, Gesù è il Signore del rischio, del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri.

(...) Potrete dirmi: Padre, ma questo non è per tutti, è solo per alcuni eletti! Sì, e questi eletti sono tutti quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri. Allo stesso modo in cui lo Spirito Santo trasformò il cuore dei discepoli nel giorno di Pentecoste, (...) lo ha fatto anche con i nostri amici che hanno condiviso le loro testimonianze. Uso le tue parole, Miguel: tu ci dicevi che il giorno in cui nella “Facenda” ti hanno affidato la responsabilità di aiutare per il migliore funzionamento della casa, allora hai cominciato a capire che Dio chiedeva qualcosa da te. Così è cominciata la trasformazione.
Questo è il segreto, cari amici, che tutti siamo chiamati a sperimentare. Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. E’ così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso.
Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro.
 (...) Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te.
(...) Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare? Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte.
Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti.
La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità:
(...) abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri! (...) E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. (...)Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso, qui, questo ponte primordiale, e datevi la mano. (...) E’ il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!… ma non per la fotografia, (...) bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi. Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un’impronta.
Oggi Gesù, che è la via, ti chiama a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? Cosa rispondono le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Signore benedica i vostri sogni!


***

Veglia di preghiera con i giovani nel “Campus Misericordiae” di Kraków. Testimonianze di tre giovani 
Sala stampa della Santa Sede 
Natalia
Prima testimonianza(Natalia, polacca)
Il 15 aprile 2012, di domenica, mi ero svegliata nel mio appartamento a Łódź. Si tratta della terza città della Polonia. In quel periodo ero redattore capo di riviste di moda e da 20 anni non avevo nulla in comune con la Chiesa.
Avevo riportato successi sul lavoro, avevo avuto incontri con ragazzi carini, passavo da una festa ad un'altra e in ciò consisteva il senso della mia vita. Andava tutto bene. Soltanto quel giorno mi ero svegliata con una certa inquietudine causata dal pensiero che quello che stavo facendo della mia vita era ben lontano dall'essere qualcosa di buono. Compresi che avevo bisogno di andare a confessarmi nell'arco di quella stessa giornata. Non sapevo bene come si fa, per cui cercai su Google la parola “confessione”. In uno degli articoli che trovai, lessi questa frase: Dio è morto per l'amore verso di noi. Compresi pienamente il senso di questa affermazione: Dio era morto per l'amore che nutriva nei miei confronti, voleva darmi appieno la vita, mentre io chiusa nella mia indifferenza me ne stavo in cucina e fumavo una sigaretta.

Così mi appariva la situazione in quel momento. Scoppiai a piangere, presi un foglio di carta e cominciai ad elencarvi per iscritto i miei peccati. Erano tutti molto chiari, si ergevano da soli davanti ai miei occhi e io mi rendevo conto di essere andata contro tutti e 10 i comandamenti. Provai un immediato bisogno di parlare senza indugi con un prete. Trovai su internet l'informazione che alle 15 in cattedrale erano previste le confessioni. Corsi lì, ma avevo una tremenda paura che il sacerdote mi dicesse: “I tuoi peccati sono troppo gravi, non posso fare nulla per te”. Nonostante ciò trovai il coraggio e mi accostai alla confessione. Raccontai tutto e scoppiai in un forte pianto. Il prete non diceva nulla. Quando finii, affermò: “E' stata una confessione molto bella”. Non capivo a cosa si riferisse, non c'era nulla di bello in ciò che gli avevo raccontato. “Sai che giorno è oggi?”- chiese - “E' la domenica della Misericordia. Sai che ore sono? Sono le 15 passate. Questa è l'ora della misericordia. Sai dove ti trovi? In cattedrale, nel posto dove Santa Faustina pregava quotidianamente, quando viveva ancora a Łódź. Allora le apparve proprio il Signore Dio che disse di voler perdonare in quel giorno tutti i peccati, a prescindere da quali fossero. I tuoi peccati sono stati perdonati. Non ci sono più, non tornare a pensare a loro, togliteli dalla testa”. Erano parole forti. Andando alla confessione ero convinta di aver perso irrimediabilmente la vita eterna, mentre ora avevo appena sentito che Dio aveva fatto sì che quanto avevo compiuto di male, fosse scomparso per sempre. Avevo sentito anche che lui mi aspettava da sempre e mi aveva dato appuntamento proprio in quella giornata. Uscii dalla chiesa come se stessi tornando da un campo di battaglia: tremendamente stanca, ma allo stesso tempo arcifelice, con un sentimento di vittoria e la convinzione che Gesù stesse tornando a casa assieme a me.
Negli ultimi due anni sono stata impegnata nei preparativi della GMG a Łódź, affinché anche gli altri possano provare quello che ho provato io. La Misericordia di Dio è viva e continua ad agire ininterrottamente anche oggi. Ne sono testimone e auguro a ciascuno di voi di provare la stessa cosa.
Seconda testimonianza (Rand, siriano) 

Rand
My name is Rand Mittri. I am 26 years old, and I am from Aleppo, from Syria. As you may know, our city has been destroyed, ruined, and broken. The meaning in our lives has been cancelled. We are the forgotten city.
It may be hard for many of you to know and understand the full breadth of what is happening in my beloved country, Syria. It will be very hard for me to impart a life of pain to you in a few sentences, but I will try to share a few aspects of our reality with you.
Every day we live lives that are surrounded by death. But like you, we close our doors behind us as each morning as we leave for work or school. It is in that moment that we are gripped by fear that we will not return to find our homes and our families as we left them. Perhaps we will be killed that day. Or perhaps our families will. It is a hard and painful feeling to know that you are surrounded by death and killing, and there is no way to escape; no one to help.
Is it possible that this is the end, and that we were born to die in pain? Or are we born to live, and to live life to the fullest? My experience in this war has been a harsh and difficult one. But it has caused me to mature and grow up before my time, and to see things in a different perspective.
I serve at the Don Bosco Center in Aleppo. Our center receives more than 700 young men and women who come hoping to see a smile and hear a word of encouragement. They are also seeking something that is otherwise lacking in their lives: genuine humanitarian treatment. But it is very difficult for me to give joy and faith to others while I myself am bankrupt of these things in my life.
Through my meager life experience, I have learned that my faith in Christ supersedes the circumstances of life. This truth is not conditioned on living a life of peace that is free of hardship. More and more, I believe that God exists despite all of our pain. I believe that sometimes through our pain, He teaches us the true meaning of love. My faith in Christ is the reason for my joy and hope. No one will ever be able to steal this true joy from me.
I thank you all and I earnestly ask you to pray for my beloved country, Syria.
Terza Testimonianza (Miguel, paraguaiano) 

Miguel
Mi nombre es Miguel tengo 34 años y soy de Asunción, Paraguay. Somos 11 hermanos y fui el único con problemas de drogadicción. Me recuperé en la Fazenda de la Esperanza San Rafael | RS - Brasil.
Durante 16 años use drogas, desde los 11. Siempre tuve grandes dificultades de relacionamiento con mi familia, no me sentía querido ni cercano a ellos. Discutíamos constantemente y vivíamos en continua tensión. No recuerdo sentarme en familia a la mesa, para mí la Familia era un concepto inexistente, la casa sólo era un lugar donde dormir y comer.
A los 11 años de edad escapé de mi casa ya que el vacío era muy grande. En aquel tiempo aun estudiaba pero yo quería "libertad". En pocos meses estaba experimentando con drogas de camino a la escuela. Esto no hizo más que ahondar el vacío dentro mío, no quería regresar a mi casa, enfrentar a mi familia, enfrentarme a mí. Al tiempo dejé toda educación formal y mis padres tuvieron que cerrarme las puertas de su casa, estaban perdiendo la esperanza. A los 15 años cometí un delito por el cual fui preso. Estando en prisión recibí la visita de mi padre quien me preguntó si quería cambiar y respondí "Sí". Rápidamente logró tramitar mi libertad. Salí y volví a delinquir. Un día cometí un delito mayor por el cual fui preso seis años, años de mucho sufrimiento. No conseguía entender por qué ninguno de mis hermanos me visitaba. Así pasaron los años y cumplí la totalidad de la condena. Mis padres continuaban vinculados a la Iglesia.
A un mes de haber salido de prisión un sacerdote amigo de la familia me invitó a conocer un lugar llamado Fazenda de la Esperanza. Estaba sin rumbo en la vida. Todos esos años perdidos se reflejaban fuertemente en mi mirada, en mi rostro. Acepté ir, por primera vez me sentí en familia.
Al principiome costaba mucho el relacionamiento, la convivencia. En esta comunidad el método de sanación es La Palabra de Dios, vivirla. En mi proceso de recuperacióntuve un compañero al cual me costaba mucho perdonar, yo precisaba paz y él ser amado.A mi séptimo mes me dieron una responsabilidad en la casa, la de ayudar a que funcione mejor. Así comencé a entender que Dios pedía algo de mí. Entonces este compañero recibió una carta de su esposa, cuya relación estaba desgastada, esto me ayudó a comprenderlo mejor. Le entregué la carta y me dijo "Hermano, me perdona?" yo le respondí que por supuesto. A partir de ese momento tuvimos una excelente relación.Realmente Dios nos transforma, Dios nos renueva.
Me recuperé hace 10 años y hoy soy responsable de la casa "Quo Vadis?" de la Fazenda de la Esperanza en Cerro Chato - Uruguay hace 3 años.

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