giovedì 25 agosto 2016

Il discernimento secondo Papa Francesco

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Dialogo del Papa con alcuni gesuiti polacchi a Cracovia. Il discernimento
L'Osservatore Romano
Sulla Civiltà Cattolica. Durante il suo viaggio in Polonia, il Papa, nel pomeriggio del 30 luglio, ha incontrato nell’arcivescovado di Cracovia — come racconta padre Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», nel prossimo numero della rivista — un gruppo di ventotto gesuiti polacchi appartenenti alle due provincie della Compagnia di Gesù del paese e due collaboratori laici, accompagnati dai due padri provinciali, Tomasz Ortmann e Jakub Kołacz. Durante l’incontro, svoltosi in un clima di grande semplicità e cordialità, il Papa ha fatto riferimento alle riflessioni che padre Hugo Rahner scrive nel capitolo ottavo del volume la cui edizione italiana più recente reca il titolo Come sono nati gli Esercizi. 
Il cammino spirituale di sant’Ignazio di Loyola. Da rilevare che il terzo capitolo dello stesso studio fu citato da Paolo VI, il 3 dicembre 1974, parlando alla trentaduesima Congregazione generale della Compagnia di Gesù. Papa Francesco raccomanda quindi che il sacerdozio come gesuita sia bagnato della spiritualità del Suscipe, la preghiera che sant’Ignazio inserisce nei suoi Esercizi Spirituali. La preghiera così recita: «Suscipe, Domine, universam meam libertatem. Accipe memoriam, intellectum atque voluntatem omnem. Quidquid habeo vel possideo mihi largitus es; id tibi totum restituo, ac tuae prorsus voluntati trado gubernandum. Amorem tui solum cum gratia tua mihi dones, et dives sum satis, nec aliud quidquam ultra posco» (“Prendi, o Signore, e accetta tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto, la mia volontà, tutto quello che ho e possiedo. Tu me lo hai dato; a te, Signore, lo ridono. Tutto è tutto: tutto disponi secondo la tua piena volontà. Dammi il tuo amore e la tua grazia, e questo solo mi basta”). Anche Benedetto XVI aveva raccomandato il Suscipe ignaziano, rispondendo ai seminaristi durante una visita al seminario romano maggiore, il 17 febbraio 2007. Anticipiamo il dialogo, finora inedito, di circa quaranta minuti tra il Papa e i gesuiti polacchi.
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Il suo messaggio arriva al cuore dei giovani. Come fa a parlare loro così efficacemente? Potrebbe darci qualche consiglio per lavorare con i giovani?
Quando parlo, devo guardare la gente negli occhi. Non è possibile guardare gli occhi di tutti, ma io guardo gli occhi di questo, di questo, di questo... e tutti si sentono guardati. È qualcosa che mi viene spontaneo. Così faccio con i giovani. Ma poi i giovani, quando parli con loro, fanno domande... Oggi a pranzo, mi hanno fatto alcune domande... Mi hanno persino chiesto come mi confesso! Loro non hanno pudore.
Fanno domande dirette. E a un giovane bisogna sempre rispondere con la verità. Oggi a pranzo a un certo punto siamo arrivati a parlare della confessione. Una giovane mi ha chiesto: «Lei come si confessa?». E ha cominciato a parlarmi di sé. Mi ha detto: «Nel mio Paese ci sono stati scandali legati ai preti, e noi non abbiamo il coraggio di confessarci con il tal prete che ha vissuto questi scandali. Non ce la faccio». Vedete: ti dicono la verità, a volte ti rimproverano... I giovani parlano direttamente. Vogliono la verità, o almeno un chiaro «non so come risponderti». Non bisogna mai trovare sotterfugi con i giovani. Così con la preghiera. Mi hanno chiesto: «Come prega lei?». Se tu rispondi una teoria, rimangono delusi. I giovani sono generosi. Ma il lavoro con loro ha bisogno anche di pazienza, tanta pazienza. Uno mi ha domandato oggi: «Che cosa devo dire a un amico o una amica che non crede in Dio perché possa diventare credente?». Ecco: si vede che a volte i giovani hanno bisogno di «ricette». Allora si deve essere pronti a correggere questo atteggiamento di richiesta di ricette e di risposte pronte. Io ho risposto: «Guarda che l’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Comincia a fare qualcosa. Poi sarà lui o lei che ti chiederà spiegazioni su come vivi e perché». Ecco: bisogna essere diretti, diretti con la verità.
Qual è il ruolo dell’Università dei gesuiti?
Una Università retta dai gesuiti deve puntare a una formazione globale e non solamente intellettuale, una formazione di tutto l’uomo. Infatti se l’Università diviene semplicemente una accademia di nozioni o una «fabbrica» di professionisti, o nella sua struttura prevale una mentalità centrata sugli affari, allora è davvero fuori strada. Noi abbiamo in mano gli Esercizi. Ecco la sfida: portare l’Università sulla strada degli Esercizi. Questo significa rischiare sulla verità e non sulle «verità chiuse» che nessuno discute. La verità dell’incontro con le persone è aperta e richiede di lasciarsi interpellare davvero dalla realtà. E l’Università dei gesuiti deve essere coinvolta anche nella vita reale della Chiesa e della Nazione: anche questa è realtà, infatti. Una particolare attenzione deve essere sempre data agli emarginati, alla difesa di coloro che hanno più bisogno di essere protetti. E questo — sia chiaro — non è essere comunisti: è semplicemente essere davvero coinvolti con la realtà. In questo caso, in particolare una Università dei gesuiti deve essere pienamente coinvolta con la realtà esprimendo il pensiero sociale della Chiesa. Il pensiero liberista, che sposta l’uomo dal centro e ha messo al centro il denaro, non è il nostro. La dottrina della Chiesa è chiara e bisogna andare avanti in questo senso.
Come mai si è fatto gesuita?
Quando sono entrato in seminario, avevo già una vocazione religiosa. Ma a quel tempo il mio confessore era anti-gesuita. Mi piacevano pure i domenicani e la loro vita intellettuale. Poi mi sono ammalato, ho dovuto subire un intervento chirurgico al polmone. In seguito mi ha aiutato spiritualmente un altro sacerdote. Ricordo che quando poi ho detto al primo sacerdote che entravo dai gesuiti, lui davvero non l’ha presa bene. Ma qui si è mossa l’ironia del Signore. Infatti a quel tempo si ricevevano gli Ordini minori. La tonsura si faceva al primo anno di teologia. Il rettore mi disse di andare a Buenos Aires dal vescovo ausiliare, monsignor Óscar Villena, per cercarlo perché venisse a fare la cerimonia della tonsura. Io andai lì alla Casa del clero, ma mi dissero che monsignor Villena si era ammalato. C’era al posto suo un altro monsignore, che era proprio quel primo sacerdote che poi era diventato vescovo! E proprio da lui ricevetti la tonsura! E abbiamo fatto la pace dopo tanti anni... Comunque sì, la mia scelta per la Compagnia, posso dire, è maturata da sola...
In questo gruppo ci sono alcuni preti appena ordinati. Ha consigli per il loro futuro?
Tu sai: il futuro è di Dio. Il massimo che noi possiamo fare sono i futuribili. E i futuribili sono tutti del cattivo spirito! Un consiglio: il sacerdozio è una grazia davvero grande; il tuo sacerdozio come gesuita sia bagnato della spiritualità che tu hai vissuto fino ad ora: la spiritualità del Suscipe di sant’Ignazio.
[In questo momento l’incontro sembra terminare con la consegna al Pontefice di doni da parte di alcuni gesuiti che hanno seguito i giovani legati alla spiritualità ignaziana, che sono venuti da tutto il mondo alla gmg. Francesco però desidera aggiungere una raccomandazione, e tutti si siedono nuovamente] 
Voglio aggiungere adesso una cosa. Vi chiedo di lavorare con i seminaristi. Soprattutto date loro quello che noi abbiamo ricevuto dagli Esercizi: la saggezza del discernimento. La Chiesa oggi ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale. Alcuni piani di formazione sacerdotale corrono il pericolo di educare alla luce di idee troppo chiare e distinte, e quindi di agire con limiti e criteri definiti rigidamente a priori, e che prescindono dalle situazioni concrete: «Si deve fare questo, non si deve fare questo...». E quindi i seminaristi, diventati sacerdoti, si trovano in difficoltà nell’accompagnare la vita di tanti giovani e adulti. Perché molti chiedono: «Questo si può o non si può?». Tutto qui. E molta gente esce dal confessionale delusa. Non perché il sacerdote sia cattivo, ma perché il sacerdote non ha la capacità di discernere le situazioni, di accompagnare nel discernimento autentico. Non ha avuto la formazione necessaria. Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacità di discernere. E soprattutto i sacerdoti ne hanno davvero bisogno per il loro ministero. Per questo occorre insegnare ai seminaristi e ai sacerdoti in formazione: loro abitualmente riceveranno le confidenze della coscienza dei fedeli. La direzione spirituale non è un carisma solamente sacerdotale, ma anche laicale, è vero. Ma, ripeto, bisogna insegnare questo soprattutto ai sacerdoti, aiutarli alla luce degli Esercizi nella dinamica del discernimento pastorale, che rispetta il diritto, ma sa andare oltre. Questo è un compito importante per la Compagnia. Mi ha colpito tanto un pensiero del padre Hugo Rahner. Lui pensava chiaro e scriveva chiaro! Hugo diceva che il gesuita dovrebbe essere un uomo dal fiuto del soprannaturale, cioè dovrebbe essere dotato di un senso del divino e del diabolico relativo agli avvenimenti della vita umana e della storia. Il gesuita deve essere dunque capace di discernere sia nel campo di Dio sia nel campo del diavolo. Per questo negli Esercizi sant’Ignazio chiede di essere introdotto sia alle intenzioni del Signore della vita sia a quelle del nemico della natura umana e ai suoi inganni. È audace, è audace veramente quello che ha scritto, ma è proprio questo il discernimento! Bisogna formare i futuri sacerdoti non a idee generali e astratte, che sono chiare e distinte, ma a questo fine discernimento degli spiriti, perché possano davvero aiutare le persone nella loro vita concreta. Bisogna davvero capire questo: nella vita non è tutto nero su bianco o bianco su nero. No! Nella vita prevalgono le sfumature di grigio. Occorre allora insegnare a discernere in questo grigio.
L'Osservatore Romano

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