martedì 30 agosto 2016

Liberati dalla paura



Le meditazioni per gli esercizi spirituali quaresimali della Curia romana, predicati alla presenza di Papa Francesco dal 6 all’11 marzo nella casa Divin Maestro di Ariccia, sono state raccolte nel volume Le nude domande del Vangelo (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 202, euro 15). Pubblichiamo ampi stralci del capitolo che il predicatore, religioso dei servi di Maria, ha intitolato con le parole dell’evangelista Marco (4, 40): «Perché avete paura?».
(Ermes Ronchi) «Perché avete paura? Non avete ancora fede?»: paura e fede, le due antagoniste che si disputano eternamente il cuore dell’uomo.
La parola di Dio, da un capo all’altro della Bibbia, conforta e incalza, ripetendo infinite volte: non temere. Non avere paura! Sulla bocca di Dio, di Gesù, di profeti, di donne e di angeli, di re e di mendicanti per centinaia di volte questa parola ci raggiunge, quasi fosse il “buongiorno” di Dio. A ogni nostro risveglio, a ogni inizio di giornata, come nostro pane quotidiano, il “non avere paura” di Dio. Sono mille i motivi dei nostri timori. Abbiamo la paura del bambino, quella del malato, del povero, dell’aggredito, del morente, del perseguitato. Mille motivi.
Ma il primo “perché” della paura risale al giardino dell’Eden. La paura entra nel mondo e non lo lascerà più. Entra non come figlia della nudità, come pretende Adamo, ma di un’altra madre. L’uomo si nasconde perché chi gli fa paura è Dio. Lo immagina dentro la logica colpa/punizione, peccato/castigo. Neppure immagina la possibilità della misericordia. Ha paura, diventa incapace di dialogo, riesce soltanto ad aggredire per difendersi. La paura di Dio è la paura delle paure. La peggiore di tutte, quella da cui tutte le altre discendono. Ed è figlia di una mancanza di fiducia.
Il peccato originale non racconta la semplice trasgressione di un divieto, ma lo stravolgimento del volto di Dio, che il serpente induce: vi ha dato mille alberi, è vero, ma vi ha negato il meglio; ha paura di voi, è geloso, vi ha proibito la cosa più importante. Non fidatevi. Adamo ed Eva credono a questa immagine capovolta di Dio: un Dio che toglie e non un Dio che dona; un Dio che ruba libertà, invece che offrire possibilità; un Dio cui importa più la sua legge che non la gioia dei suoi figli; un Dio dallo sguardo giudicante, da cui fuggire anziché corrergli incontro; un Dio di cui non fidarsi. Scrive padre David Maria Turoldo: «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci sbagliamo su tutto, sulla storia, sull’uomo, su noi stessi, sul bene e sul male, sulla vita».
Il primo di tutti i peccati è un peccato contro la fede. Dall’immagine sbagliata di Dio nasce la paura delle paure. Dal volto di un Dio temibile discende il cuore impaurito di Adamo. Entrambi Gesù è venuto a riempire di sole.
Il filo che rammenda lo strappo nella trama d’amore tra Dio e l’uomo si chiama fiducia. Ciò che si oppone alla paura non è il coraggio, ma la fede: perché avete paura? Non avete ancora fede? I due antagonisti, inversamente proporzionali. «Venuta la sera, Gesù disse loro: “Passiamo all’altra riva”». Le barche, le piccole barche sono al sicuro, ormeggiate nel porto, ma non è per questo che sono state costruite. Sono fatte per navigare, e anche per affrontare tempeste. Non è nel segno del vangelo rimanere immobili in rada, trattenuti all’ancora. Il nostro posto non è nei successi e nei risultati trionfali, ma in una barca in mare, mare aperto, dove prima o poi durante la navigazione della vita verranno acque agitate e vento contrario. Vera formazione non consiste nell’insegnare le regole della navigazione, ma nel trasmettere la passione per il mare aperto, il desiderio di navigare oltre, passione d’alto mare.
Nella breve navigazione Gesù si addormenta. È stanco, viene da situazioni che gli hanno tolto forze preziose: erano venuti sua madre e i suoi fratelli, forse per riportarselo a casa, al sicuro nel porto del focolare domestico. E Gesù aveva riaffermato la sua distanza: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Marco, 3, 33). Sono quelli che con me partono per l’altra riva. Distacco e fatica di legami e di affetti, stanchezza del cuore. E Gesù si addormenta sfinito. E agli uomini pare di essere abbandonati, appena si alzano il vento e le onde dei tradimenti. È come se tutto il mondo fosse nella tempesta, una situazione in cui il diritto è del più forte, del più armato, del più crudele. E Dio sembra dormire! Mentre noi vorremmo che intervenisse subito, ai primi segni della fatica, al primo morso della paura, appena il dolore ci artiglia. Ma lui interviene, lui è lì, sorgente della forza dei rematori che non si arrendono, lui è nella presa robusta del timoniere, lui è nel coraggio condiviso, è negli occhi di tutti fissi a oriente a scrutare quanto manca della notte. E la barca, simbolo di me e della mia vita fragile, della grande comunità e dei suoi problemi, intanto resiste e avanza. E non per il morire del vento, non perché finiscono i problemi, ma per il miracolo umile dei rematori che non abbandonano i remi, che sostengono ciascuno la speranza dell’altro.
Dio non agisce al posto nostro, non ci toglie dalle tempeste, ma ci sostiene dentro le tempeste. «Non salva dalla sofferenza ma nella sofferenza, non protegge dal dolore ma nel dolore». L’espressione è di Dietrich Bonhoeffer: «Dio non salva dalla croce, ma nella croce». Un semplice cambiamento di preposizione e tutto acquista un’altra luce. Dio non porta la soluzione dei nostri problemi, porta se stesso, e dandoci se stesso ci dá tutto (Caterina da Siena).
Pensavamo che il vangelo avrebbe risolto i problemi del mondo, o almeno che con Gesù sarebbero diminuite le violenze e le crisi della storia, invece non è così. Anzi il vangelo ha portato con sé rifiuto, persecuzioni, altre croci, le quattro suore a servizio degli anziani uccise ad Aden, nello Yemen: «Sarete perseguitati, imprigionati, traditi, alcuni uccisi». Abbiamo tanto pregato e la pace non è venuta: questo miracolo fragile e mille volte infranto, eppure sogno di cui non ci è concesso stancarci. Non hanno colpa i discepoli per l’improvvisa burrasca, né per la loro paura. Non c’è da colpevolizzarsi per le nostre paure; se l’aver paura, se la debolezza fossero una colpa, sarebbe una colpa anche pregare. Io non so perché si alzano tempeste nella vita. Non lo sa Luca, non lo sa Marco, non lo sa Matteo: raccontano tempeste sempre uguali e tutte senza perché. Io, come voi, vorrei che non sorgessero mai, che il viaggio verso le altre rive della vita fosse rapido e facile, che il cammino della Chiesa fosse tracciato con chiarezza, invece ci sentiamo su un guscio di noce. E Dio sembra dormire, indifferente e muto. Guardo gli apostoli, gente di lago, gente che intanto fa le cose giuste nella tempesta, e sento: «Fa’ tutto quello che dipende da te, con il massimo impegno, e poi impara a fidarti perché tutto dipende da me». Tutto, come afferma san Paolo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Romani, 8, 28). Tutto lavora per il bene, anche il lago. Tutto, anche le tempeste, anche i dubbi, perfino il peccato concorre al bene. Felix culpa: uno degli ossimori più belli della fede cristiana. Questa la speranza ultima, finale, totale: «Tutto sarà bene» (Giuliana di Norwich). Dio trae il bene anche dal male. Anche dal peccato, dalla morte, dalla croce, dalla tomba. Una storia di capovolgimenti attraversa tutta la Bibbia e la storia, anzi l’intero universo. Sembravano traversie ed erano opportunità.
Gli apostoli, in quella sera di paure, gridano a Gesù: «Ma non ti importa niente di noi?». Non t’importa della vita o della morte dei tuoi amici? Parole dure, di lacrime e paura: non è vero niente di ciò che dicevi, non ti interessa di noi! Gesù risponde, una risposta senza parole ma che ha la forza dei gesti: mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante per me. Mi importano i passeri del cielo e voi valete più di molti passeri, mi importano i gigli del campo e voi valete più di tutti i fiori della terra. Tu mi importi al punto che ti ho contato tutti i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore (cfr. Matteo, 10, 29-31). Dio altro non fa che, in eterno, considerare ogni uomo più importante di se stesso. Io sono quell’uomo. E sono un uomo grato. Su questo mi appoggio, sul Signore che ripete: mi importa di te. A questo mi aggrappo, come un bambino che può dormire nella tempesta perché sa di essere in braccio a sua madre, presente anche nel cuore buio della più dura tempesta. Dio non salva dalla tempesta, ma nella tempesta. Io vorrei che il Signore gridasse subito all’uragano: «Taci!», che rimproverasse subito le onde: «Calmatevi!» e che alla mia angoscia ripetesse: «Pace!». Vorrei essere esentato dalla lotta, vorrei un cielo sempre sereno e luci chiare a indicare la rotta della mia barca. Ma io ho tanta luce quanta ne serve per il primo passo; ho tanta forza quanta ne basta per il primo colpo di remo. Gesù ci insegna che c’è un solo modo per vincere la paura, ed è la fede! Non la religione, ma la fede. «Quando è religione e quando è fede? La religione è quando fai Dio a tua misura; la fede è quando fai te stesso a misura di Dio» (David Maria Turoldo).
La fede si manifesta in tre passi: ho bisogno, mi fido, mi affido. E crede che nel tempo della tempesta Dio non è altrove, sta nel riflesso più profondo delle tue lacrime, a farsi argine alle tue paure. Dio è presente, ma non come vorresti tu, bensì come vuole lui. È presente, ma a modo suo: non agisce al mio posto ma insieme a me, non per esentarmi dalla tempesta ma per darmi forza dentro la tempesta. Facendo appello alla perseveranza, il tener duro, il non lasciarsi cadere le braccia, il riprendere in mano i remi, e il secchio per svuotare l’acqua. «Erano perseveranti» dice Luca descrivendo gli apostoli dopo l’ascensione (Atti, 1, 14), e la perseveranza è virtù umile, senza effetti speciali hollywoodiani, che non sta sotto i riflettori, ma è cemento della comunità. Anche la prima comunità cristiana di Gerusalemme è raccontata con questo aggettivo messo all’inizio, come un cartello indicatore, un segnale stradale: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (Atti, 2, 42). La perseveranza non è clamorosa, non strappa applausi, ma è la virtù solida che fa avanzare la barca della comunità. Quando, come i dodici, non ti arrendi, ma continui a remare e a lottare, le mani sul timone, gli occhi a scrutare la riva, e fai tutto ciò che devi fare, allora lo incontri nel cuore della tempesta. E si fa argine e confine alla tua paura. Fede nuda è perseverare, anche nella burrasca, certo che Dio è sulla mia barca, che intreccia il suo respiro con il mio, la sua rotta con la mia. Magari addormentato. Magari muto. Ma se parla è per amore, se tace è ancora per amore.
Nel racconto parallelo di Luca Gesù chiede ai marinai: «Dov’è la vostra fede?» (Luca, 8, 25). I discepoli sono incantati davanti al silenzio improvviso del vento, alla bonaccia delle onde. Ma Gesù li scuote: dov’è la vostra fede? Dove sta? Nei segni dell’onnipotenza? In un Dio che mostra di essere in grado di piegare le regole della natura? Nel Dio onnipotente o nell’onniamante? Il termine “onnipotente” ripetuto in modo martellante nella liturgia non ricorre mai nel vangelo, mai sulla bocca di Gesù come attributo di Dio. Gesù è il racconto non della onnipotenza, ma della tenerezza di Dio, della sua combattiva tenerezza. Dio è amore, e non può tutto, può soltanto ciò che l’amore può. La sua non è la potenza di un chirurgo che interviene ed estirpa il male, la potenza di un esercito che distrugge i nemici, o di un vulcano che cambia la geografia di un’isola; è la potenza di un seme, di un amante, di una madre accanto al figlio malato, che non lo può guarire, ma sta accanto, e non se ne va, è lì cuore a cuore, forza, sicurezza, presenza che non abbandona. Dio non è un “Onnipotente che ama”, il re dal potere assoluto che si degna di amare; è un “Amore onnipotente”, che può amare le sue creature fino all’estremo, fino in fondo, senza limiti, come nessuno (cfr. Giovanni, 15, 13). Lui ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio. Un Dio che può solo ciò che l’amore può. Non un Dio onnipotente, secondo il linguaggio politico o i nostri miti umani, che annienta i nemici, ma un Dio onni-amante, che può solo e tutto ciò che l’amore può. Onni-amante vuol dire bello, perché la norma, la regola, il nómos della bellezza è l’amore. Bello è ogni gesto d’amore, bellissimo è chi ti ama fino all’estremo.
Nel suo testamento, un prete operaio della diocesi di Milano, don Cesare Sommariva, ha lasciato queste semplici grandi regole: «A conclusione di tutto», scrive, «possiamo porre le tre leggi dell’umano educatore: non aver paura, non far paura, liberare dalla paura. Quello che conta è una relazione nuova, in cui non ci sia nulla che possa avere a che fare con la paura». Non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura: una missione ecclesiale, una pedagogia da fare nostra, per la Chiesa tutta.
Non avere paura. Spesso noi, come gli adolescenti, abbiamo una faccia quando siamo nel ruolo, e un’altra faccia con gli amici; una faccia con i nostri familiari, un’altra con i collaboratori, un’altra ancora con i superiori. Maschere, che sono l’annuncio a noi stessi che non siamo liberi. E non siamo liberi perché abbiamo paura. Paura dei giudizi prima di tutto, e viviamo di sponda, di riflesso, d’eco di ciò che gli altri dicono di noi. Un po’ come sui social media, come facebook o twitter, dove chi li usa insegue l’effetto che ha sugli altri, il numero dei contatti o dei “mi piace”, di chi lo segue, ed è portato a vivere come al di fuori di se stesso. Abbiamo molte facce e abbiamo paura perché non siamo persone risolte, realizzate, riuscite. Avere una faccia sola e non avere paura, questo mi basterebbe per essere vero.
Non fare paura. Per un lungo tempo la Chiesa ha trasmesso una fede impastata di paura. Che ruotava attorno al paradigma colpa/castigo, anziché su quello di fioritura e pienezza. Il prete intimidiva i ragazzi del paese, lo fuggivamo. La paura è nata in Adamo perché non ha saputo neppure immaginare la misericordia, e il suo frutto che è la gioia: del cielo, del pastore, del padre buono, della donna che ritrova la moneta. La paura invece produce un cristianesimo triste, un Dio senza gioia. Qualcuno prova perfino piacere nel mettere soggezione, nell’intimidire gli altri. Diventa così l’anticreatore.
Liberare dalla paura. Significa operare attivamente per sollevare questo sudario della paura posato sul cuore di tante persone, la paura dell’altro, e passare dall’ostilità all’ospitalità, dalla xenophobía alla philoxenía. Gesù viene in aiuto a chiunque è sorpreso al largo, a chiunque è catturato dalla tempesta, a chiunque stia affondando. Lo invochiamo e verrà, ma dopo la nostra lotta con le onde, lui sì sgridando il vento e calmando il mare. Verrà dentro la nostra poca fede a salvarci da tutti i nostri naufragi. E la piccola barca di canne, il cuore, avanzerà verso l’altra riva, dove il grido di paura diventa abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.
L'Osservatore Romano

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