venerdì 5 agosto 2016

Neve d’agosto



(Fabrizio Bisconti) Sul punto più alto del Cispius, sul versante settentrionale dell’Esquilino, in un quadrante urbano attraversato dal vicus suburbanus, odierna via in Selci, e dal vicus patricius, attuale via Urbana, nel corso del IV secolo e, segnatamente, nel 358, secondo la tradizione, nel cuore della notte tra il 4 e il 5 agosto, Papa Liberio (352-366) fece costruire una basilica laddove era caduta miracolosamente la neve, secondo un sogno premonitore che aveva come protagonista la Vergine, apparsa simultaneamente al Pontefice e al ricco senatore Giovanni. Sisto III (432-440) ridefinì la costruzione, rendendola ancora più solenne e preziosa, mutando però la postazione. 
Gli scavi condotti tra il 1960 e il 1961 hanno evidenziato, sotto l’attuale basilica non l’edificio liberiano, come tutti si aspettavano, ma alcune complesse strutture riferibili a un edificio privato organizzato attorno a un atrio dalle pareti dipinte; i recenti restauri hanno mostrato un segmento di un calendario relativo al secondo semestre dell’anno. L’attuale basilica, che rappresenta il più significativo santuario mariano di Roma sorto all’indomani del concilio efesino del 431, mantiene — nonostante gli infiniti rifacimenti — l’aspetto ampio e avvolgente di un tempio paleocristiano inondato da una luce abbagliante, dovuta alle enormi finestre, ben ventuno per lato, che costellavano l’alzato della navata centrale, impreziosite da raffinatissime lastre marmoree ornate a traforo. 
Il grande edificio, scandito e organizzato in tre navate da venti colonne monolitiche che terminano in altrettanti monumentali capitelli ionici reimpiegati, era presumibilmente coperto da un tetto a capriate lignee e doveva essere pavimentato con grandi lastre marmoree e reso prezioso da un complesso sistema di transenne, che costituivano uno dei più ricchi arredi liturgici dell’urbe. Sopra al colonnato scorrono ancora i quadri musivi — in parte ben conservati, in parte restaurati o completamente riconcepiti — relativi alla storia infinita del Vecchio Testamento, che vede come protagonisti Abramo, Giacobbe e Giosuè. Tutto si muove verso l’arco absidale, su cui si incastonano i manifesti più significativi dell’Infantia Salvatorisispirata ai vangeli canonici, ma anche a quelli apocrifi, mentre, nella controfacciata, come nella coeva basilica di Santa Sabina sull’Aventino, si distendeva una lunga iscrizione — oggi perduta — che certificava la committenza pontificia del più imponente santuario mariano della capitale. Della decorazione absidale non rimane più nulla, se non una sottile fascia floreale che sorge da due vasi, impreziosita da un cristogramma. 
Nell’alto medioevo i Pontefici fecero a gara nel ripristinare parti deteriorate dell’edificio: da Gregorio VII (731-751) ad Adriano I (772-795), da Leone III (795-816) a Eugenio III (1145-1153). Ma il momento più vivace per il tempio mariano si colloca nel XIII secolo. Papa Niccolò IV (1288-1292) infatti fece abbattere l’antica abside per introdurre un ampio transetto e una nuova maestosa abside. I lavori, seguiti dal cardinale Giacomo Colonna, vollero imitare le strutture absidali di Santa Maria sopra Minerva, della basilica Lateranense e della basilica superiore di Assisi, forse in ossequio al Pontefice francescano. Il progetto di Niccolò IV trova il suo apice nella nuova abside, interamente concepita dal francescano Jacopo Torriti, come recita il cartiglio: Iacobus Torriti pictor hoc opus mosaicum fecit. L’apparato musivo, finanziato da Giacomo e Pietro Colonna, si concluse dopo la morte del Pontefice committente, nel 1295. Tutto il progetto decorativo si muove dall’Incoronazione della Vergine, che la vede assisa insieme al Figlio, seduta sul medesimo trono. 
Il Cristo mostra un codice aperto sulle cui pagine si leggono le parole tratte dal Cantico dei Cantici: Veni electa mea et ponam te thronum meum. Il manifesto figurativo si staglia su un firmamento costellato di stelle, sulle quali sovrintendono la luna e il sole, mentre ai lati si dispongono diciotto angeli. Il tutto è definito, in basso, dall’enfatica didascalia: Maria Virgo assumpta est ad ethereum thalamum in quo Rex Regum stellato sedet solio. Exaltata sancta Dei Genetrix super chorus angelorum ad caelestia regna. Sulla sinistra, si riconoscono Francesco d’Assisi, Paolo, Pietro, con il Pontefice committente inginocchiato, mentre, sulla destra, sfilano Antonio da Padova, Giovanni Evangelista e Giovanni Battista, preceduti da Giacomo Colonna, pure inginocchiato. Questa solenne teoria, situata sul Giordano che sgorga dai quattro fiumi paradisiaci, è incorniciata, in alto, da un velario prezioso che vuole alludere all’empireo e, ai lati, da girali popolati da uccelli. Sotto l’abside, sono sistemati alcuni quadri iconici che rappresentano Davide, sant’Agnese, santa Cecilia, santa Lucia e santa Caterina, tra il monte Sion e il monte Uliveto, mentre, ai lati della Dormitio Virginis, si riconoscono le scene della Natività, dell’Annunciazione, dell’Adorazione dei magi, della Presentazione al Tempio. Il tutto è inquadrato dalla scena di san Girolamo che educa Paolo, e di san Mattia, che predica agli ebrei. 
Ma Niccolò IV si preoccupò di decorare anche la facciata della basilica, che ancora si intravvede al di là della loggia settecentesca. Il ciclo musivo fu affidato a Filippo Rusuti, allievo del Torriti, che allestì il prezioso tessellato per una abbondante porzione, mentre altre zone furono perfezionate da altri artisti rimasti anonimi. Tutto ruota attorno al Cristo del tipo bizantino intronizzato in clipeo. Il seggio è gemmato; il Cristo, in tunica purpurea, sostiene un libro aperto. Ai suoi piedi si legge l’autentica dell’opera: Philippo Rusuti fecit hoc opus. Alle spalle di quattro angeli, si riconoscono le immagini dei committenti Jacopo e Pietro Colonna. Lungo i lati, sfilano le figure della Vergine, di Paolo, di Giacomo, di Girolamo, del Battista, di Pietro, di Andrea, di Mattia, mentre in alto si scorgono i quattro viventi. Nel registro inferiore — per tornare all’esordio del nostro racconto — sono disposti i quattro riquadri che rievocano il sogno liberiano e il miracolo della neve d’agosto, definiti da dettagliate didascalie che descrivono, rispettivamente, il sogno di Papa Liberio, il sogno del nobile Giovanni, il racconto di Giovanni del suo sogno a Papa Liberio, il gesto del Pontefice che disegna sulla neve la pianta della basilica. 
 L’affabulazione leggendaria, che avrà grande fortuna nella storia dell’arte, arricchisce il monumento mariano di un fascino e di una sedimentazione di storia e leggenda che fa assurgere il monumento romano a luogo privilegiato e prezioso della memoria mariana nell’urbe e in tutto l’ecumene cristiano antico, tanto che la basilica sarà, nei secoli, il contenitore ideale dei segni più significativi del repertorio mariano relativo alla Vergine e all’Infantia Salvatoris: dal presepe di Arnolfo di Cambio alla suggestiva icona della Salus populi romani tanto amata da Papa Francesco.

L'Osservatore Romano

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