lunedì 22 agosto 2016

Singletudine.

do-not-touch-me

di Tonino Cantelmi  per agenSIR
 Fa rima con solitudine, ma ormai è la condizione sempre più frequente o comunque più duratura nei paesi più ricchi, come nel Nord Europa per esempio, quella parte di Europa “progredita”, dove l’eutanasia e il suicidio assistito sono diritti acquisiti e alla quale molti italiani guardano con ingenua ammirazione, come fosse una sorta di eden! Rivoluzione epocale persino in Giappone: in costante e vertiginoso incremento le donne single. E in Italia? Secondo alcuni dati, le mono-famiglie sfiorano il 30%. Certo, nulla a che vedere con la Svezia, dove siamo ormai al 50%.
Per favore lasciamo da parte la faccenda se la singletudine sia una scelta o una condizione subita e non voluta. Ed evitiamo di chiederlo ai single stessi, quasi a volerli crocifiggere con domande inopportune (e dolorose).
Ma i dati sono questi. Esistono i single-sempre-single: mai sposati, non figli, relazioni light, sempre alla ricerca dell’uomo (o della donna) giusta, condannati a costruire relazioni che poi si disfanno, una sorta di “sfigati”, alla moda però, adultescenti quarantenni e oltre vorticosamente impegnati in aperitivi, eventi, chat e social. Non lo ammetteranno mai, ma la singletudine, elevata pubblicamente a scelta e quasi ostentata, è in realtà una sorta di maledizione sotto voce. Esistono anche i single-ideologici-convinti, ma sembrano essere una sparuta minoranza. E poi esistono i single-di-ritorno, quelli del mai più: un passato di convivenze, matrimoni e anche figli, tutto fallito e per carità se ci ripenso. Insomma, vuoi in un modo, vuoi in un altro, la carica dei single è in costante incremento, soprattutto nei luoghi del benessere.
Tutto bene? A mio parere proprio no. Secondo me la singletudine è un fenomeno legato alla rinuncia a quella che ho definito la “progressione magnifica”: esserci, “esserci-con”, “esserci-per”.
E sì, perché la “progressione magnifica” permette di partire da un Io (l’esserci), per passare ad un Tu (l’“esserci-con”) e infine giungere ad un Noi (l’“esserci-per”), dimensione ultima e sola che apre alla generatività, alla creatività ed all’oblatività. In questa progressione però irrompono le formidabili componenti della postmodernità: il narcisismo e la sua forma virale su base digitale, la tecnomediazione della relazione, l’amicizia light, a portata di “click” e di Facebook, le relazioni virtuali nelle loro varie declinazioni ambigue, l’ipersessualizzazione dell’infanzia e il mostruoso incremento della cyberpornografia, la “gamizzazione” immersiva (ogni attesa è invasa da giochi digitali e intere generazioni crescono con i video games), la ricerca di emozioni forti, la velocità estrema. Ma a questo mix va aggiunta la spinta a rinunciare ad una identità stabile, per entrare nell’unica dimensione possibile secondo i guru della postmodernità: quella della liquidità, ovvero quella dell’identità mutevole, difforme, dissociata e continuamente ambigua di chi è e al tempo stesso non è. Insomma si tratta della demolizione dell’esserci, cioè del punto di partenza. Ed ecco che la possibilità più semplice è proprio la singletudine. In fondo la tecnologia digitale consente all’uomo e alla donna del terzo millennio di essere senza vincoli, di tecnomediare la relazione senza essere in relazione, di connettersi e di costruire legami liquidi, mutevoli, cangianti e in ogni istante fragili, privi di sostanza e di verifica, pronti ad essere interrotti. Cosicché si è passati dall’uomo-senza-qualità di Musil all’uomo-senza-legami di oggi, in una sorta di continua sovrapposizione che viene a definire il nuovo orizzonte del tema identitario.
La crisi dell’identità maschile e femminile, per esempio, ne è l’espressione più evidente. L’identità, cioè l’idea che ognuno di noi ha di se stesso e il sentirsi che ognuno di noi sente di se stesso, è dunque in profonda crisi, e il nuovo paradigma è l’ambiguità. La crisi dell’esserci ha una enorme conseguenza.
Se all’uomo d’oggi è precluso il raggiungimento di una identità stabile, che si articola e si declina nelle varie dimensioni, come in quella psicoaffettiva e psicosessuale, la conseguenza prima è che l’“esserci-con” (per esempio la coppia) assume nuove e multiformi manifestazioni, fino a dissolversi impietosamente. L’“esserci-con” non è più il reciproco relazionarsi fra identità complementari (maschio-femmina per esempio), sul quale costruire dimensioni progettuali, nelle quali si dispiegano le legittime attese esistenziali, ma si riduce all’occasionale incontro tra bisogni individuali che vanno reciprocamente a soddisfarsi, per un tempo minimo, al di là di impegni reciproci e di progetti che superino l’istante. E’il trionfo dell’individualismo. E forse anche dell’infelicità.

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