venerdì 5 agosto 2016

Trasfigurazione del Signore. Omelia della liturgia vigiliare



Sadao Watanabe, Trasfigurazione, tecnica mista

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Questi è il mio Figlio amato.
Se è amato, non temere, Pietro.
Nessuno abbandona chi ama.
Non turbarti;
anche se lo ami immensamente,
non lo ami quanto colui che lo ha generato 



Giovanni Crisostomo,
Om. 56,3 sul vangelo di Matteo

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6 agosto 2016
di ENZO BIANCHI
Lc  9.28-36
In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Carissimi fratelli e sorelle,
siamo in veglia nella notte, come a Pasqua e a Natale, per dire e cantare insieme la nostra fede nel Signore Gesù Cristo. Il mistero che celebriamo è sempre quello della vittoria di Gesù risorto sulla morte: mistero che questa notte contempliamo nell’evento della trasfigurazione avvenuta sull’alta montagna come rivelazione, apocalisse per tre discepoli, i più intimi di Gesù, quelli chiamati al coinvolgimento totale con il suo abbassamento e la sua glorificazione. È il vangelo secondo Luca che quest’anno ci rende destinatari e testimoni della trasfigurazione, e noi dunque lo ascoltiamo ancora una volta, convinti che l’ascolto è la nostra vocazione, che l’ascolto è la nostra porzione, che l’ascolto è ciò che ci è possibile nei nostri giorni di vita.
Gesù sale sulla montagna “per pregare”, dice il terzo vangelo, collocando così la trasfigurazione nello spazio della preghiera di Gesù: anche il suo battesimo era avvenuto mentre egli pregava (cf. Lc 3,21-22), anche la confessione di Pietro è appena stata collocata nello spazio della preghiera di Gesù (cf. Lc 9,18-20), e anche altre azioni decisive di Gesù, come la scelta dei Dodici (cf. Lc 6,12-16), trovano la loro ispirazione e la loro forza nella sua preghiera. Nella preghiera, dunque, Gesù rivela ai suoi la propria relazione con Dio, e questi “vedono la sua gloria”. Cosa è accaduto?
Marco e Matteo ci dicono che Gesù “fu trasfigurato” (metemorphótheMc 9,2Mt 17,2), Luca scrive che “l’aspetto del suo volto divenne altro”. I vangeli sinottici tentano, cercano di dire ciò che non è esprimibile, ma che pure è stata un’esperienza di Pietro, Giovanni e Giacomo. Sull’alta montagna Gesù non è stato visto da loro nella sua condizione ordinaria di uomo fragile e mortale, ma in un’altra forma: irradiante luce, radioso di luce, splendente come il Signore cantato dal salmo  76 (“splendente di luce sei tu e magnifico”: v. 5a) e dal salmo  104 (“avvolto dalla luce come da un manto”: v. 2a). Per dirla con il linguaggio paolino, colui che era “en morphê theoû”, “in forma di Dio”, e aveva preso la “morphé doúlou”, “la forma di schiavo” (cf. Fil 2,6-7), ora riprende la forma di Dio e dunque risplende. Si compie così la profezia di Isaia: “Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni carne la vedrà” (Is 40,5) e accade ciò che è testimoniato dal quarto vangelo: “E la Parola si è fatta carne e ha piantato la sua tenda tra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14).
Ma qui noi ci poniamo una domanda. Siccome in Marco e in Matteo sta scritto che Gesù “fu trasfigurato émprosthen autôn, davanti a loro” (Mc 9,2Mt 17,2), e solo davanti a loro, allora ci chiediamo: è il corpo di Gesù che si è trasfigurato oppure sono stati i discepoli che, per grazia di una rivelazione, hanno visto nella carne fragile e umana di Gesù la sua gloria divina? Già Origene si poneva tale domanda, e concludeva che sono stati i discepoli a subire una trasfigurazione della loro vista nella fede, fino a vedere nell’umanità del Servo, nella forma dello schiavo, la forma di Dio (cf. Commento a MatteoXII,37,1-21; su Mt 17,2). Ma affinché questa rivelazione, questa apocalisse sia per i discepoli autentica e definitiva, ecco anche la visione della Legge e dei Profeti, di Mosè ed Elia che conversano con Gesù. Mosè ed Elia, servi del Signore, appaiono qui nella condizione gloriosa di viventi presso Dio, quali testimoni della gloria di Gesù. La Legge e i Profeti che sull’alta montagna avevano visto la teofania, la manifestazione di Dio e della sua gloria (cf. Es 19,16-25; 24,12-18,33,18-34,281Re 19,8-18), ora sull’alta montagna vedono la cristofania, la manifestazione del Messia Gesù! È manifestazione, questa, della Parola di Dio detta dalla Legge e dai Profeti e fatta carne in Gesù. Non a caso, secondo Luca, Mosè ed Elia saranno testimoni e interpreti della tomba vuota: saranno loro – “in abito sfolgorante” (Lc 24,4), come qui è sfolgorante la veste di Gesù – a svelare alle donne discepole che Gesù è il Risorto, il Vivente (cf. Lc 24,4-7).
Ma la visione, la phanía, è spiegata dalla voce che scende dal cielo, la voce del Padre che proclama: “Questi è mio Figlio, l’eletto; ascoltatelo!”. Parola di Dio su Gesù ascoltata dai tre discepoli: “Questi è il Figlio”, ecco la relazione tra Dio e Gesù. Gesù è il Messia Figlio di Dio, di cui parla il Sal  2,7, e dunque Dio è suo Padre. E quale uomo nato da Maria è proclamato “l’eletto”, come il Servo profetizzato da Isaia (cf. Is 42,1): Figlio e Servo insieme, Figlio amato e Servo scelto, eletto tra gli uomini. Il Dio invisibile si fa ascoltare, per indicare che ormai l’ascolto va rivolto al Figlio. E così si compie la promessa fatta da Dio nella Torah: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta. Ascoltatelo!” (Dt 18,15). L’ascolto del Dio invisibile significa ascolto del Figlio, di Gesù, il Servo, l’Eletto, il Profeta definitivo dopo il quale non ce ne sarà un altro. “Shema‘ Jisra’el, ascolta Israele!” (Dt 6,4) risuona ormai come: “Ascoltate lui, Gesù!”.
Ecco il messaggio dell’evento della trasfigurazione: occorre ascoltare Gesù. Ma ciò va compreso bene: l’ascolto di Gesù è ascolto della parola del Vangelo e non di altre parole, è ascolto di ciò che Gesù ha detto e fatto, è ascolto della sua umanità, quell’umanità che egli ha vissuto con noi, condividendola in tutto, in tutto, senza venire meno all’amore del Padre. È significativo che Luca concluda: “Gesù resto solo”, che significa non la sua solitudine ma che i discepoli dopo la rivelazione vedevano soltanto Gesù, vedevano un uomo. Vedevano un uomo come prima, ma con la grazia della rivelazione da quel momento nell’umanità di Gesù potevano vedere Dio. I discepoli sono dunque invitati a un cammino che è ben riassunto in un detto di Gesù riportato da Clemente Alessandrino: “Hai visto tuo fratello, un uomo? Hai visto Dio” (Stromati I,19,94).
Concludo la riflessione con un monito rivolto a me e a voi, amici. Siamo chiamati a esercitarci alla capacità di vedere l’umanità, come i tre discepoli l’hanno vista in Gesù: una “visione” di Dio, almeno per noi, una traccia di Dio. Essere uomini e donne destinatari della trasfigurazione significa anche essere capaci di mutare lo sguardo per vedere l’invisibile nel volto umano, e lì vedere Dio… Al nostro orizzonte c’è la promessa del profeta Malachia: “Si leverà per voi che credete nel suo Nome il sole della giustificazione, nei cui raggi c’è la guarigione” (Ml 3,20). Sole che, illuminando i volti degli umani, così feriti, piagati, sporchi, li guarirà e li farà apparire a noi come i volti dei fratelli di Gesù, dei figli di Dio, di Dio stesso!
Permettetemi qui di ricordare il grande impegno e servizio dell’ospitalità monastica che ci siamo assunti e che finora ha caratterizzato la nostra vita qui a Bose. Impegno a ricevere l’ospite, l’altro, come Cristo stesso, perché nell’ultimo giorno lui ci dirà: “Ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25,35). È come dice Benedetto nella sua Regola: “Davanti agli ospiti che arriveranno o partiranno si inchinerà la testa o ci si prosternerà a terra, adorando in essi il Cristo che si accoglie nella loro persona” (53,6-7). Nella nostra vita non facciamo grandi cose, non abbiamo nessun potere né nella chiesa né nel mondo, ma siamo animati dalla passione di vedere in ogni uomo o donna Dio stesso.
Questo è il mistero della trasfigurazione: Hai visto tuo fratello, tua sorella? Hai visto Dio”.

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