venerdì 30 settembre 2016

Interroga pure gli animali

Jacopo Bassano; Gli animali entrano nell’arca, 1570 circa, olio su tela, 207  x 265 cm, Museo del Prado, Madrid
Jacopo Bassano; Gli animali entrano nell’arca, 1570 circa, olio su tela,
207 x 265 cm, Museo del Prado, Madrid



di ENZO BIANCHI
Per il ciclo «Guardate gli uccelli del cielo» Enzo Bianchi interverrà domani a Torino Spiritualità con una lectio dal titolo“Interroga pure gli animali: trovare Dio nella Creazione» (ore 10, Teatro Carignano) di cui pubblichiamo un estratto.
Chi ha una certa dimestichezza con la Bibbia, anche solo dal punto di vista letterario, non solo sa che gli animali sono co-creature che condividono la terra con gli esseri umani, ma scopre anche che essi, creature volute e benedette da Dio, sono in relazione con Dio. E questo non soltanto perché Dio pensa a loro fornendo il cibo con sollecitudine o perché Dio dà loro un soffio vitale e poi glielo toglie, ma perché essi comunicano con Dio servendosi di linguaggi impenetrabili e impensabili per l’uomo. Al di là dello straordinario, del miracoloso che ci cattura, nella Bibbia sta scritto che Dio tramite una colomba ha comunicato la fine del diluvio, attraverso un asino ha ammonito un profeta, con un grosso pesce ha fatto capire a Giona la direzione da prendere in obbedienza alla sua volontà, con un corvo ha nutrito il profeta Elia in una grotta, ancora con una colomba ha significato la discesa dello Spirito santo su Gesù di Nazaret, con il canto di un gallo ha ridestato Pietro alla coscienza del suo peccato, ed è con un agnello che ha designato l’uomo per eccellenza, il servo del Signore.
Ma se fossimo meno malati di antropocentrismo, dovremmo riconoscere che anche gli animali partecipano alla lode di Dio e alla supplica a Dio. Basta guardare negli occhi un animale ferito per scorgervi il suo bisogno di salvezza, basta ascoltare il suo canto gioioso o il suo grido vittorioso per riconoscervi una lode a Dio: la salvezza che ogni essere umano attende, qualunque sia il nome che la sua fede le attribuisce, dovrà coinvolgere tutto e tutti, anche gli animali, e con loro i vegetali e il cosmo intero! Una preghiera dei primi secoli del cristianesimo, attribuita agli ambienti legati a Basilio di Cesarea, così esprime questa consapevolezza:
Signore e salvatore del mondo,
noi ti preghiamo anche per gli animali,
che umilmente portano con noi
il peso e il calore del giorno
e offrono le loro semplici vite,
aiutandoci a vivere bene.
Noi ti preghiamo
anche per le creature selvagge,
che tu hai creato sapienti, forti, belle.
Ti preghiamo
per tutte le creature,
anche quelle che non sono intelligenti,
perché esse hanno una loro missione,
sebbene noi siamo incapaci di riconoscerla.
E supplichiamo
la tua grande tenerezza,
perché tu hai promesso
di salvare insieme l’uomo e gli animali (cf. Sal  36,7)
e hai concesso a tutti il tuo amore infinito.
Forse può sorprendere noi occidentali del XXI secolo trovare su questo tema un’impressionante analogia tra due testi liturgici – tra loro lontanissimi nel tempo – che contengono la memoria degli animali al cuore della celebrazione eucaristica, là dove si rievoca la “continua creazione” in atto da parte di Dio. Il primo risale alle Costituzioni apostoliche (iv secolo) e recita così: «Tu, o Dio, hai popolato il tuo mondo e lo hai ornato con erbe profumate e medicinali, con molti e differenti animali, robusti o più deboli, domestici e selvatici, con i sibili dei rettili, con i canti degli uccelli dai vari colori». Il secondo si trova nella preghiera eucaristica della chiesa del Congo, elaborata dopo il concilio Vaticano II e approvata nel 1988 e sembra un adattamento del testo di millecinquecento anni prima: «Per mezzo di tuo Figlio Gesù Cristo tu, o Dio, hai creato il cielo e la terra; per mezzo di lui tu fai esistere i fiumi del mondo, i torrenti, i ruscelli, i laghi, e tutti i pesci che vivono in essi. Per mezzo di lui fai vivere le stelle, gli uccelli del cielo, le foreste, le savane, le pianure, le montagne e tutti gli animali che in esse vivono». Al cuore dell’eucaristia, all’interno della preghiera eucaristica – che per i cristiani costituisce il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione e che, prioprio per questo costituisce anche la “norma” di ciò che si crede – si collocano anche gli animali e le piante, anch’essi opera della creazione di Dio, anch’essi parte di quella terra che Dio ama, anch’essi segnati da caducità e sofferenza e partecipi dell’anelito di redenzione e vita piena dell’intera creazione.
Il problema serio nel nostro rapporto con gli animali e i vegetali è che la nostra visione e percezione è ostruita, i nostri occhi sono ciechi, i nostri orecchi non sanno ascoltare le cose; non fosse così, tutto ci apparirebbe opera di Dio, in relazione con lui. Noi dovremmo saper ritrovare Dio al cuore della vita, vederlo all’opera nella terra da lui creata, in relazione con tutte le creature. Dovremmo esercitarci alla “conoscenza degli esseri”, per imparare la contemplazione della natura, per avere lo stesso sguardo di Gesù quando osservava gli uccelli dell’aria, la chioccia che raduna i pulcini, le piante da frutto messaggere dell’estate, i gigli dei campi più eleganti di Salomone…
Il nostro amore diverrebbe così amore non solo per gli esseri umani, ma anche per gli animali e per le creature tutte, animate e inanimate: un amore cosmico! Allora i cristiani saprebbero attendere, insieme al ritorno del Signore, anche il compimento dell’alleanza con le bestie selvagge, gli uccelli del cielo e i rettili della terra, nella re-intestazione di tutte le creature in Gesù Cristo e nella trasfigurazione di tutto. E saprebbero fare di questa loro attesa, voce di un’attesa cosmica, una speranza davvero universale, una speranza per tutti.
Pubblicato su: La Stampa

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