martedì 27 settembre 2016

La Terza guerra mondiale

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di Riccardo Cascioli

Era il febbraio 1995, dal palco della Conferenza Internazionale dell’ONU sullo sviluppo sociale, a Copenhagen, l’allora first lady americana Hillary Clinton arringava la platea dei delegati invocando il diritto all’aborto “raro, legale, sicuro”. Non era certo una posizione nuova e già pochi mesi prima alla Conferenza del Cairo si era tentato di inserire l’aborto tra i mezzi consigliati di controllo delle nascite.

Ma il pulpito da cui partiva l’appello e l’autorità di chi lo lanciava imprimeva oggettivamente una forza che non poteva passare inosservata. A 21 anni di distanza appare chiaro che quel discorso non era un semplice esercizio di retorica, ma l’esplicitazione di una priorità politica per gli Stati Uniti che era destinata a incidere profondamente sulla realtà di molte popolazioni. Al punto che se vogliamo usare l’espressione “Terza guerra mondiale”, questa andrebbe meglio applicata alla guerra contro la vita che si combatte senza quartiere in tutto il mondo, con un bilancio annuale di 50 milioni di vittime: tanti sono gli aborti che vengono praticati. Nessun'altra guerra è mai stata più cruenta e più globale di questa.
Non a caso Santa Madre Teresa di Calcutta affermò che l’aborto è il più grande distruttore della pace. Ma si sa cosa succede con i santi: se ne esalta un aspetto, più gradito al mondo, e si “dimentica” tutto ciò che potrebbe apparire più fastidioso per il mondo stesso.
Ad ogni modo la guerra viene combattuta su più fronti: il primo e immediato è quello dell’attacco alle legislazioni dei paesi che ancora vietano l’aborto, in toto o con qualche eccezione. Nel mirino sono soprattutto i paesi latino-americani, ma come vediamo anche dalla cronaca di questi giorni, anche in Europa non si scherza: ciò che è avvenuto nel fine settimana per l’Irlanda, con manifestazioni in tutto il mondo a sostegno della richiesta di un referendum costituzionale, è perfino inquietante. Anche la Polonia è nel mirino, e non passa sessione degli organismi Onu a Ginevra che non contempli una condanna per Varsavia. Qui però il popolo sta reagendo, sono state raccolte centinaia di migliaia di firme per la presentazione di un progetto di legge che reintroduce il reato di aborto procurato.
Irlanda e Polonia, conosciute come terre di solida tradizione cattolica, hanno un forte valore simbolico e questo spiega le risorse che la lobby abortista investe per sovvertirne la legislazione. Del resto basta ricordare il modo in cui nel mondo è stato accolto il voto del referendum irlandese che sanciva il riconoscimento dei matrimoni gay. 
L’altro fronte è quello dell’obiezione di coscienza, un istituto che si vorrebbe cancellare, anche qui a suon di sentenze e ricorsi presso i tribunali internazionali. Per chi pretende che l’aborto sia una cosa doverosa e comunque scontata, è ovvio il fastidio che provoca una posizione di obiezione di coscienza: essa indica che nella pratica in questione c’è almeno qualcosa di moralmente discutibile, di non normale. È un pensiero intollerabile per chi vuole imporre un sistema di pensiero unico.
A sostegno dell’eliminazione dell’obiezione di coscienza dalle rispettive legislazioni nel mondo, sta anche un altro fronte, ovvero quello della rivendicazione di un presunto “diritto all’aborto”, da annoverarsi fra i diritti fondamentali dell’uomo. In questo stanno giocando un ruolo di primo piano non solo le agenzie dell’ONU ma anche note organizzazioni umanitarie (il caso più clamoroso è senz’altro quello di Amnesty International).
Almeno un altro fronte va sottolineato, è quello della propaganda eco-catastrofista. Riuscire a convincere dell’esistenza di una emergenza climatica, per esempio, rende più accettabile la sospensione di alcune libertà e garanzie personali. Ma soprattutto fa passare l’idea che una eccessiva popolazione – ed eccessivamente consumistica - porti alla distruzione dell’ambiente, della Terra. È la vecchia idea malthusiana delle risorse insufficienti per una popolazione in crescita che ritorna. «La popolazione inquina» fu un fortunato slogan degli anni ’70 che aiutò enormemente la crescita dei movimenti ecologisti. Ma oggi è sostituito da un messaggio ancora più diretto: «Più persone, più emissioni di anidride carbonica». 
Non c’è nulla lasciato al caso in questa guerra; non è lo spirito dei tempi che conduce ineluttabilmente a queste conseguenze, ma una precisa politica perseguita sistematicamente e tenacemente, da un potere che non è riconducibile agli interessi e alle azioni di un singolo Stato.  
San Giovanni Paolo II chiamava tutto questo “cultura della morte”, cui va opposta la “cultura della vita”, due categorie che però sono state abbandonate, chissà perché. Di sicuro, così facendo – ovvero perdendo le reali dimensioni della posta in gioco - si rende ancora più debole la posizione di chi in questa guerra mondiale è dalla parte della difesa della vita umana.

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