domenica 18 settembre 2016

Padri del vento, e dell'alba



di Luigino Bruni
«Non esiste profezia che non sia apocalittica, a cominciare dal libro di Isaia. Gli oracoli dei profeti sono traboccanti di futuro, e di un futuro che è inseparabilmente apocalittico e messianico. Se la profezia appare quando il popolo è nel fondo dell’abisso, è perché non c’è creazione senza caos»
Sergio Quinzio 
Un commento della Bibbia

I profeti non sono mai teneri con il denaro. Conoscono bene il suo fascino e la sua capacità di sedurre il cuore dell’uomo, perché si presenta come idolo che promette di appagare la nostra sete di sicurezza e il nostro bisogno di salvezza, e che, come tutti gli idoli, ci chiede tutto in cambio. Anche Isaia, al termine dei suoi oracoli sulle nazioni, prima di introdurci nella sua Apocalisse-rilevazione, ci dona parole mirabili sul denaro. 

La distruzione di Tiro, immagine della potenza commerciale fenicia, viene descritta con la metafora della prostituta non più giovane che si aggira per piazze in cerca di nuovi clienti: «Prendi la cetra, gira per la città, prostituta dimenticata; suona con abilità, moltiplica i canti, perché qualcuno si ricordi di te» (Isaia 23, 16). Il commercio uno scambio mercenario, il profitto un turpe guadagno. Ma anche al denaro e ai suoi commercianti fenici è indicata una via di conversione: «Il suo salario e il suo guadagno saranno sacri al Signore. Non saranno ammassati né custoditi, ma andranno a coloro che abitano presso il Signore, perché possano nutrirsi e vestirsi con decoro» (23,18). Il guadagno ammassato è maledizione; il denaro, usato per "nutrirsi e vestirsi con decoro", è "sacro al Signore".

Erano denaro le trenta monete di Giuda, erano denaro le due monete che il samaritano usò per associare l’albergatore alla sua prossimità. L’oro che gli ebrei portarono con sé fuggendo dall’Egitto fu usato nel deserto per la costruzione del tabernacolo nell’arca e per forgiare il vitello d’oro. Lo stesso oro, le stesse mani, opposti destini. La nostra civiltà dapprima ha disimparato a distinguere i vitelli aurei dai tabernacoli, poi ha fuso i tabernacoli per plasmare nuovi idoli, e infine ha decretato la "morte di Dio" dopo averlo trasformato in un inutile idolo luccicante sempre più distante dalla Bibbia e sempre più simile agli antichi culti di Baal.

I profeti sono un dono immenso perché chiamano gli idoli per nome e li distinguono dall’arca dell’alleanza, e perché sanno restare, soffrendo, davanti alle nostre fucine dove continuano a entrare gli ultimi tabernacoli e a uscire quantità industriali di tori aurei.

I capitoli della cosiddetta "Apocalisse di Isaia" (24-27) ci aiutano a entrare dentro una nuova dimensione della vocazione profetica e di ogni autentica vocazione. Scopriamo che anche Isaia ha il suo "segreto" e la sua "rilevazione" (apocalisse), un segreto che svela la sua missione e il suo destino. «È il mio segreto, è il mio segreto: Ohimè!» (Isaia 24,16).

Non sappiamo più cosa quel segreto significasse veramente, per le corruzioni del tempo e (forse) dei copiatori e glossatori. Ma qualcosa possiamo, dobbiamo, intuire e provare a dire. Ciò che sappiamo è che il segreto di Isaia non ha nulla a che fare con i segreti misterici di una certa apocalittica (a lui successiva), con i numeri e lettere misteriose che hanno sempre popolato le religioni nei momenti di decadenza spirituale – e che quindi oggi conoscono un grande revival. Possiamo pensare che il segreto di Isaia è la sua vocazione.

È la coscienza di essere abitato da una voce che gli fa vedere realtà che gli causano molto dolore. «Guai a me! I traditori tradiscono, e tradendo compiono tradimenti perché sono traditori. Terrore, trappola e lacciuolo ti sovrastano, o abitante della terra» (24,16). I suoi occhi profetici gli mostrano il mondo come un grande spettacolo di tradimento e di falsità.
Isaia vede-sente che il tradimento è la condizione ordinaria degli uomini sotto il sole. Tradiamo tutti, almeno una volta. Tradiamo gli amici perché non siamo abbastanza generosi, i figli quando li trasformiamo nei nostri idoli e "penati" domestici, il coniuge almeno nel "cuore", colleghi e responsabili quando lasciamo l’anima fuori dell’ufficio e entriamo col nudo contratto di lavoro. Tradiamo i nostri elettori quando il nostro interesse privato usa parole di bene comune solo per sedurli. E soprattutto tradiamo noi stessi, quando abbiamo il dono di riconoscere la voce vera, e non la ascoltiamo. Tutti tradiamo, quasi sempre, almeno una volta. Il nostro cuore ci fa dimenticare i tradimenti fatti e ricevuti, il cuore non resisterebbe.

Ma i profeti li vedono, soffrono per noi, non possono dimenticarli perché se li dimenticassero smetterebbero di amarci, ci toglierebbero la possibilità di redimerli. E continuano a vedere le nostre devastazioni, infedeltà, tradimenti. Ma restano "sentinelle" e abitanti della notte: le sue pupille più dilatate gli fanno vedere meglio le sagome delle ombre notturne, e annunciare l’alba che non c’è ancora. Vede il dolore, gli errori e i peccati della propria gente e sa che non può fare nulla, o può fare poco, troppo poco.
"Ohimè", allora: "povero me". I profeti hanno ricevuto più doni dei non-profeti, ma se sono fedeli soffrono di più. Vedono di più e diversamente, e quindi soffrono di più e diversamente. Questa "sofferenza degli occhi impotenti" è parte essenziale della vocazione dei profeti e dei carismi (che continuano nella storia la funzione profetica). È il loro pane quotidiano insieme alle tipiche e meravigliose gioie che sono l’altra faccia di queste vocazioni – non si consolano con il bello che pur vedono, perché più forte è il dolore per la non-bellezza che vedono di più. Sofferenza di vedere troppo e poter fare troppo poco, di sentire una pressoché infinita potenza nello sguardo che diventa infinita impotenza di alleviare la pena del mondo. Non tradisce la propria vocazione il profeta che impara ad abitare questa forma di sofferenza, chi sa stare in questa impotenza e non decide un giorno di strapparsi gli occhi dell’anima per il troppo grande. Molti profeti si perdono per strada, o diventano falsi profeti (che non soffrono perché non vedono), perché non riescono a stare in questa tipica sofferenza, che dura tutta la vita e aumenta con gli anni – è difficile rispondere a una vocazione da giovani, difficilissimo è restarvi fedeli da vecchi.
Per esprimere questa dimensione del suo "segreto", il profeta usa l’immagine delle doglie di una donna che termina senza la gioia del bambino: «Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e grida nei dolori, così siamo noi di fronte a te, o YHWH. Abbiamo concepito, siamo nelle doglie, ma partoriamo vento» (26, 17-18).

Partorire vento, generare vanitas.
Travaglio senza figlio: cosa supera questo dolore? Isaia, un uomo, per dare parole a questa dimensione della sua vocazione può solo ricorrere alla più intima esperienza femminile, per lui mistero che il dono di profezia gli consente quanto meno di intuire, prendendo le carni della sua parola. Isaia sa di non «aver portato la salvezza sulla terra», di «non aver generato un popolo nuovo», che la forza quasi infinita della sua parola non è riuscita a vincere la morte («I morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno»: 26,14). Ed è a questo punto che la sua parola si sublima, inizia il canto della speranza messianica, esce dal suo giorno ed entra in quel giorno: «In quel giorno il Signore punirà con la spada dura, grande e forte, il Leviatàn, serpente guizzante, il Leviatàn, serpente tortuoso» (27,1).

Il Leviathan, il grande mostro marino che divora e uccide, sarà finalmente sconfitto. La vigna non sarà più guastata e abbandonata (cap. 5), ma, in quel giorno «la vigna sarà deliziosa: cantàtela! Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno» (27,2).
Non sappiamo – non lo sa Isaia, non lo sa nessun profeta – quando "quel giorno" giungerà: ma, con lui, possiamo credere che arriverà. So che non sarò io a vedere l’alba di quel giorno, so che quel "tu" che intonerà il "canto della vigna risorta" sarà un figlio, un nipote, un bambino del mondo. È questa gratuità la natura profonda della speranza. Ma mentre il popolo che era "ancora nelle tenebre" leggeva queste parole di Isaia, anticipava quella salvezza, attingeva già alle sue sorgenti. È questo il primo miracolo della parola: mentre oggi leggiamo e ci diciamo l’un l’altro le parole della speranza di domani, dentro l’esilio inizia il ritorno e cominciamo a compiere azioni diverse che domani faranno diventare carne quelle parole che oggi ci fanno sperare. Ed è qui che l’impotenza degli occhi profetici si trasforma in una misteriosa e reale potenza dello sguardo diventato parola detta e scritta. I profeti sono i custodi del tempo tra il nostro-loro giorno e quel giorno che ancora non c’è. Loro partoriscono vento per consentire a noi di generare figli.
Isaia continua la rivelazione del suo segreto, e ci dice in quel giorno avverrà anche qualcosa di impensabile, impossibile: «Di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere» (26,18-19). Non c’è impotenza più grande di quella che proviamo di fronte alla morte. Questa sofferenza impotente la sentiamo tutti, i profeti però la sentono più forte e sempre, non solo quando muoiono i loro figli e amici. Forse allora in quell’alba del «primo giorno dopo il sabato», c’era tutto questo dolore dei profeti di fronte alle morti non risorte, quello dell’umanità sulle tombe delle figlie e dei figli. La fede ci dice che è stato il Padre a risorgere il Figlio; ma la vita e quella stessa fede ci suggerisce che è stato anche l’infinito dolore impotente delle madri e dei padri attraverso i millenni a far risorgere quel Figlio speciale, e a farci sperare nella resurrezione dei nostri figli e dei nostri amici. In quella notte c’era tutta la Legge, c’erano tutti i profeti, e c’era tutto il dolore impotente della terra. C’era, continua ad esserci.
l.bruni@lumsa.it

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