martedì 20 settembre 2016

Per discernere nella storia


Brunico (Val Pusteria). Estate 2016


"....Quell'anticipo di simpatia senza il quale non c'è nessuna comprensione" (J. Ratzinger)

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L'INIZIAZIONE CRISTIANA CUORE E FONDAMENTO DELLA MISSIONE DI UN VESCOVO, E, QUINDI, DELLA CHIESA

Tutto quanto è grande ha bisogno di un percorso per potervisi addentrare. Tanto più la Misericordia divina, che è inesauribile! Una volta afferrati dalla Misericordia, essa esige un percorso introduttivo, un cammino, una strada, una iniziazione. Basta guardare la Chiesa, Madre nel generare per Dio e Maestra nell’iniziare coloro che genera perché comprendano la verità in pienezza. Basta contemplare la ricchezza dei suoi Sacramenti, sorgente sempre da rivisitare, anche nella nostra pastorale, che altro non vuol essere che il compito materno della Chiesa di nutrire coloro che sono nati da Dio e per mezzo di Lei. La Misericordia di Dio è la sola realtà che consente all’uomo di non perdersi definitivamente, anche quando sventuratamente egli cerca di sfuggire al suo fascino. In essa l’uomo può sempre essere certo di non scivolare in quel baratro in cui si ritrova privo di origine e destino, di senso e orizzonte. Il volto della Misericordia è Cristo. In Lui essa rimane una offerta permanente e inesauribile; in Lui essa proclama che nessuno è perduto - nessuno è perduto! -. Per Lui ognuno è unico! Unica pecora per la quale Egli rischia nella tempesta; unica moneta comprata con il prezzo del suo sangue; unico figlio che era morto ed ora è tornato vivo. Vi prego di non avere altra prospettiva da cui guardare i vostri fedeli che quella della loro unicità, di non lasciare nulla di intentato pur di raggiungerli, di non risparmiare alcuno sforzo per recuperarli. Siate Vescovi capaci di iniziare le vostre Chiese a questo abisso di amore. Oggi si chiede troppo frutto da alberi che non sono stati abbastanza coltivati. Si è perso il senso dell’iniziazione, e tuttavia nelle cose veramente essenziali della vita si accede soltanto mediante l’iniziazione. Pensate all’emergenza educativa, alla trasmissione sia dei contenuti sia dei valori, pensate all’analfabetismo affettivo, ai percorsi vocazionali, al discernimento nelle famiglie, alla ricerca della pace: tutto ciò richiede iniziazione e percorsi guidati, con perseveranza, pazienza e costanza, che sono i segni che distinguono il buon pastore dal mercenario.
Mi viene in mente Gesù che inizia i suoi discepoli. Prendete i Vangeli e osservate come il Maestro introduce con pazienza i suoi nel Mistero della propria persona e alla fine, per imprimere dentro di loro la sua persona, Egli dona lo Spirito che “insegna tutte le cose”. Sempre mi colpisce una annotazione di Matteo durante il discorso delle parabole che dice così: «Poi [Gesù] congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: “Spiegaci…”». Vorrei soffermarmi su questa annotazione apparentemente irrilevante. Gesù entra in casa, nell’intimità con i suoi, la folla resta fuori, si accostano i discepoli, domandano spiegazioni. Gesù era sempre immerso nelle cose del suo Padre con il quale coltivava l’intimità nella preghiera. Perciò poteva essere presente a sé stesso e agli altri. Usciva verso la folla, ma aveva la libertà di rientrare. Vi raccomando la cura dell’intimità con Dio, sorgente del possesso e della consegna di sé, della libertà di uscire e di tornare. Essere Pastori in grado anche di rientrare in casa con i vostri, di suscitare quella sana intimità che consente loro di accostarsi, di creare quella fiducia che permette la domanda: “Spiegaci”. Non si tratta di una qualsiasi spiegazione, ma del segreto del Regno. È una domanda rivolta a voi in prima persona. Non si può delegare a qualcun altro la risposta. Non si può rimandare a dopo perché si vive in giro, in un imprecisato “altrove”, andando da qualche parte o tornando da qualche luogo, spesso non ben saldi su sé stessi. Vi prego di curare con speciale premura le strutture di iniziazione delle vostre Chiese, particolarmente i seminari. Non lasciatevi tentare dai numeri e dalla quantità delle vocazioni, ma cercate piuttosto la qualità del discepolato. Né numeri né quantità: soltanto qualità. Non private i seminaristi della vostra ferma e tenera paternità. Fateli crescere fino al punto di acquisire la libertà di stare in Dio “tranquilli e sereni come bimbi svezzati in braccio alla loro madre” (cfr Sal 131,2); non preda dei propri caprici e succubi delle proprie fragilità, ma liberi di abbracciare quanto Dio chiede loro, anche quando ciò non sembra dolce come fu all’inizio il grembo materno. E state attenti quando qualche seminarista si rifugia nelle rigidità: sotto c’è sempre qualcosa di brutto. (Papa Francesco, Discorso ai Vescovi di recente nomina)


LA LUCE DEL BATTESIMO

Per prima cosa, ha spiegato il Papa, non bisogna cadere in un equivoco, perché di solito «noi, nel parlato quotidiano, diciamo: “Ma, questa è una persona luminosa; questa non è luminosa”». In realtà nel Vangelo «non si parla di questa luminosità umana. La luce del Signore non è simpatia, soltanto. C’è un’altra cosa». Infatti «custodire la luce è custodire qualcosa che ci è stata data come dono e se noi siamo luminosi, siamo luminosi» nel senso «di aver ricevuto il dono della luce nel giorno del Battesimo». Proprio per questo, ha aggiunto, «all’inizio, nei primi secoli della Chiesa, anche in alcune Chiese orientali ancora il battesimo si chiama “l’illuminazione”»; e ancora oggi, «quando noi battezziamo un bambino, diamo una candela, con la luce, come segno: perché è la luce che è il dono di Dio». Ora, ha continuato Francesco, questa luce che dà Gesù nel battesimo «è una luce vera», una luce «che viene da dentro, perché è una luce dello Spirito Santo. Non è una luce artificiale, una luce truccata. È una luce mite, serena che non si spegne più». Per questo «non va coperta». E «se tu copri questa luce, divieni tiepido o semplicemente cristiano di nome». Per meglio comprendere la natura di questa luce che «Gesù ci dice di custodire» e «che ci è stata data in dono a tutti», il Pontefice ha richiamato anche il brano evangelico della trasfigurazione: «pensiamo al Tabor, quando lui fa vedere tutta la luce che lui ha»... «Siate figli della luce, e non figli delle tenebre; custodite la luce che vi è stata data in dono il giorno del battesimo». E, concludendo, ha invitato «tutti noi che abbiamo ricevuto il battesimo» a pregare lo Spirito Santo affinché «ci aiuti a non cadere in queste abitudini brutte che coprono la luce, e ci aiuti a portare avanti la luce ricevuta gratuitamente, quella luce di Dio che fa tanto bene: la luce dell’amicizia, la luce della mitezza, la luce della fede, la luce della speranza, la luce della pazienza, la luce della bontà». (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 19 settembre 2016)


IL BENE NON TOLLERA IL FRIGORIFERO

«Non dire al tuo prossimo: “Sì, va, va, va... ripassa e te lo darò domani”. Se tu possiedi adesso ciò che ti chiede — e questo è un argomento tanto forte, nella Bibbia — non fare aspettare quello che ha bisogno; non pagare lo stipendio il giorno dopo». Francesco ha anche fatto un esempio citando un passo del libro dell’Eso do: «Se tu hai in pegno il suo mantello, perché gli hai fatto un prestito, daglielo alla sera, perché possa dormire». Tutto questo per raccomandare: «Mai rimandare il bene». In tal senso il Papa ha utilizzato un’immagine molto concreta: «Il bene non tollera il frigo», cioè non va conservato; «il bene è oggi, e se tu non lo fai oggi, domani non ci sarà. Non nascondere il bene per domani». (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 19 settembre 2016)


LITIGI

«Non litigare senza motivo con nessuno, se non ti ha fatto nulla di male». Anche qui si riaffaccia la vita quotidiana. Ha sottolineato Francesco: «Come ci piace litigare, eh? Sempre. Sempre cerchiamo qualcosina per litigare. Ma alla fine stanca litigare: non si può vivere» così. «È meglio — ha aggiunto — lasciar passare, perdonare...», al limite «far finta di non vedere le cose» pur di «non litigare continuamente». (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 19 settembre 2016)



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IN PRIMO PIANO


NAZISMO 3.0. IN BELGIO IL PROGRESSO INGOIA I BAMBINI

Il programma di eutanasia infantile della Germania nazista, guidato dal dottor Karl Brandt, non fu condotto nei campi di Auschwitz e Treblinka. Prese il via, più sottilmente, nelle corsie di ospedale. L’eutanasia dei bambini per legge riappare settant’anni più tardi, per gli stessi motivi e in un paese che condivide una frontiera con la Germania: il Belgio. E’ successo che a un diciassettenne Fosse impartita la “dolce morte”. Settant’anni fa, fu soltanto grazie Alla denuncia di un vescovo, August von Galen, se i tedeschi vennero a conoscenza dell’annientamento dei bambini, dei malati, degli handicappati. “Il primo convoglio dei condannati a morte senza alcuna colpa è partito da Marienthal”, disse dal pulpito Von Galen. Questi fece i nomi e circostanziò le accuse. Oggi l’eutanasia infantile è eseguita con il plauso di tutti. Quando il Belgio discuteva di questa orrenda legge pilatesca, sulla prima pagina del Morgen sedici pediatri lanciarono un appello: “Euthanasie voor kinderen. Nu”. Eutanasia dei bambini, ora. Giovanni Paolo II disse: “Se l’uomo può decidere, senza Dio, ciò che è buono e ciò che è cattivo, egli può anche disporre che un gruppo di uomini debba essere annientato”. Anche inermi bambini, della cui “qualità di vita”, e della sua durata, si vorrebbe decida una commissione, con l’agghiacciante presenza dei genitori. Anche il dottor Brandt si giustificò evocando la sofferenza delle sue vittime al processo di Norimberga: “Volevo abbreviare l’esistenza tormentata di tali creature infelici”. Oggi, in Belgio, Karl Brandt, anziché in cima alla forca, sarebbe a capo di una commissione medica per la cura dell’infanzia.


CERCARE E TROVARE A TUTTI I COSTI LA FESSURA ATTRAVERSO CUI POSSA PASSARE IL SOFFIO DEL TEMPO CHE RESTA COME UN'ALTRA POSSIBILITA'

Una vita puoi non riuscire a salvarla, ma di quella vita devi prenderti cura fino alla fine. E’ il senso di una legge molto importante che in Italia è stata approvata sei anni fa, la legge numero 38 del 2010: regola le cure palliative pediatriche e la terapia del dolore, prevede, precisamente, l’accompagnamento alla fine di un bambino inguaribile, il suo diritto alla migliore vita possibile, fino a che sarà possibile. Eliminare il dolore, aiutare i genitori, aiutare anche a far comprendere il significato e l’opportunità, nei casi estremi, della sedazione continua. E’ un’idea di mondo totalmente diversa, che va oltre il bisogno sanitario e anche oltre l’idea di trionfo della medicina, che apre la testa alle necessità della vita. Dove c’è un bambino che soffre, e che non guarirà, deve esserci un mondo intero di aiuto, una rete di soccorso, e la consapevolezza che un bambino non è un piccolo adulto, ma è un universo a parte, con malattie e con reazione alle malattie molto diverse, e che degli adulti ha bisogno e che agli adulti si affida. L’umanità del dolore non è un’espressione vaga, riguarda le persone una per una, riguarda i palloni e le punture, gli orsi di pezza e i film alla tivù e la mamma che gli tiene la mano tutto il tempo, e non riguarda nemmeno Dio, ha spiegato la dottoressa Franca Benini, che ha portato le cure palliative in Italia e che lavora ventiquattr’ore su ventiquattro all’Hospice Pediatrico di Padova (ma la legge 38 va applicata in ogni regione italiana, e tutto il mondo la studia): quando la vita diventa estrema e grida bisogni ogni istante, l’uomo deve dare una risposta. Non significa rimuovere la morte, metterla in un angolo, non accettarne la possibilità, l’inevitabilità, e perfino, anche se suona brutale, il sollievo che potrebbe portare con sé. Ma significa vivere per la vita, per trovare una fessura, da qualche parte, in cui possa passare il senso del soffio di tempo che resta, non come un conto alla rovescia ma come un’altra possibilità. Un bambino delle elementari, malato inguaribile e gravissimo, ha detto che è diverso il dolore fuori dal dolore dentro. Che cos’è il dolore dentro? E’ quando sei solo. Le legge 38 del 2010 è stata fatta per non lasciarli soli, fino alla fine. (Annalena Benini, Il Foglio 20 settembre 2016)


"ADESSO TI ADDORMENTI E POI STARAI MEGLIO"

Dicono che la legge belga che consente l’eutanasia anche ai bambini, senza limiti di età, sia “rigorosa”. La Prof.ssa Claudia Mancina, docente di etica alla Sapienza di Roma, si è spinta a dire che se lalegge belga finora non era stata mai applicata ai minori, allora vuol dire che è “ben fatta”: chissà se si è resa conto che, continuando il suo ragionamento, visto che invece, in dieci anni le richieste di eutanasia per i maggiorenni sono continuamente e considerevolmente aumentate, si dovrebbe dedurre che la legge in generale è stata un totale disastro, e andrebbe ritirata. Tanto rigore viene spiegato con i requisiti “stringenti” richiesti: il minore deve avere una malattia in stato terminale, e soffrire dolori che non si possano alleviare. Ma già qui non ci siamo, perché è noto che, fortunatamente, a oggi non esistono sofferenze che non si possano lenire con terapie dedicate, dalle terapie del dolore alla sedazione palliativa continua profonda (la cosiddetta “sedazione terminale”, che non ha niente a che vedere con l’eutanasia), sono molti i mezzi con cui controllare il dolore fisico.Quindi una delle condizioni richieste, in pratica non si verifica mai, e l’eutanasia, a rigor di legge, dovrebbe essere dichiarata sconfitta e bandita innanzitutto da chi dice di credere nella scienza ufficiale, quella certificata, la stessa che ci ha regalato i vaccini e la chemioterapia, tanto per intenderci, salvando milioni di vite. Il messaggio dovrebbe essere quindi il contrario: affidiamoci alla scienza, e potremo morire con dignità, senza dolore, senza farci uccidere dai medici. Ma alcuni sedicenti paladini del progresso sembrano improvvisamente colpiti da una strana afasia, quando si parla di fine vita: all’improvviso la scienza non c’entra, quel che conta è la “libera scelta” di morire. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante – se possibile – della faccenda, su cui è bene soffermarsi: oltre l’equipe medica che ha in cura il malato che chiede l’eutanasia, ci deve essere uno psicologo che, nel caso di un minorenne, ne valuti la capacità di giudizio. Lo psicologo deve accertarsi che il ragazzino abbia ben capito cosa significa morire, perché la legge belga – che consente l’eutanasia a tutti, senza limiti di età – prevede che sia il minore a chiederla, ripetutamente, e che i genitori diano il proprio consenso. Cerchiamo quindi di seguire lo svolgersi dei fatti, così come descritto dalla norma, ma non in modo burocratico: pensiamo per un momento al succedersi reale degli eventi. Un bambino sofferente chiede di morire. Lo chiede ai medici, lo chiede a suo padre e a sua madre, più volte. Dice che non ce la fa più.  Allora arriva uno psicologo che si mette a parlare con lui, e parlano di morte. Lo psicologo gli deve spiegare cosa significa morire, e probabilmente gli fa anche delle domande, per rendersi conto se il ragazzino ha capito bene. Ma di che parlano, concretamente? Cosa si dicono? E lo fanno in presenza dei genitori, o no? E questi, se sono presenti, a loro volta, che dicono al figlio? E lo psicologo, che cosa gli dirà, della morte? Non è come quando viene il prete con l’estrema unzione. Quali domande potrà fare, lo psicologo, per essere certo che il ragazzino ha capito che sta chiedendo di essere ucciso? E che i suoi genitori sono d’accordo? Sarà detta la verità, al ragazzino – è il tuo ultimo giorno qua, è l’ultima volta che vedi i tuoi – o in nome della libera scelta gli saranno dette mezze verità – adesso ti addormenti e dopo starai meglio? E se il ragazzino capisce veramente, e chiede cosa succede dopo, domanda cosa lo aspetta dopo che sarà morto, lo psicologo che cosa potrà rispondere? E tutto questo c’è qualcuno che ha il coraggio di chiamarlo “diritto”? Piuttosto, non dovremmo chiamarlo “rovescio”? Rovescio della libertà, rovescio dell’amore, rovescio della scienza, rovescio dell’arte medica, insomma, il rovescio dell’umano? (Assuntina Morresi, L'Occidentale)

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FOOD-PORN, PERCHE' IL CIBO E' MEGLIO FOTOGRAFARLO E POSTARLO CHE MANGIARLO (ALMENO NON INGRASSA). UNA PARABOLA TRAGICA SULLA NOSTRA (IN)CIVILTA'

Nell'era di internet tutto è diventato più social, le nostre giornate, le nostre abitudine e anche il cibo che mangiamo: ecco che proprio così è nato il foodporn. La pratica, agli inizi, non era molto diffusa in Italia. Il primato spetta agli Usa, ma da qualche anno, in particolare con la crescente diffusione di Instagram, anche noi ci siamo adattati al foodporn: non vediamo l'ora di fotografare e condividere sui social le immagini dei nostri piatti per ricevere un mare di like. Questa ossessione di immortalare tutto ciò che ci circonda ha invaso anche la tavola e gli effetti molte volte sono devastanti. Sì, perché spesso siamo più concentrati a fotografare il nostro piatto che a gustarlo. Quante volte capita di essere al ristorante, ordinare, aspettare impazienti l'arrivo del nostro piatto e...tac, quando arriva fare subito una bella fotografia da mostrare agli amici? Prima non era così. Prima non si vedeva l'ora che arrivasse il piatto per poterlo divorare. Stando ai dati TradeLab, come scrive Repubblica, quando si va al ristorante, un intervistato su quattro pubblica immagini o video della propria esperienza nel locale. Per avere idea delle dimensioni del fenomeno, è sufficiente fare una ricerca su Instagram perché proprio questo social è stato scelto come meta preferita del foodporn. Se cerchiamo la parola chiave #foodporn vengono fuori 70,3 milioni di risultati. Una vera mania viene da dire. Tra le altre cose, molti chef sono contrari a questo fenomeno perché lamentano che i loro piatti hanno dei tempi ben precisi che questa pratica distrugge. "Spesso - dice lo chef Tomei - il nostro cibo è fatto per essere mangiato in pochi minuti. Con il foodporn si perde tempo e i nostri piatti perdono quella particolarità che li caratterizza".


MADRI ANSIOSE E QUEL CORAGGIO CHE PUO' RENDERLE FORTI ANCHE SE DEBOLI
SILVANA DE MARI

Le madri ansiose sono in costante bilico sulla catastrofe, la tubercolosi che ci travolgerà se non mettiamo la maglietta di lana, il trauma cranico che arriverà se ci arrampichiamo su qualche cosa, la congestione che ci fulminerà se andiamo in acqua con una briciola nello stomaco. Le madri sono ansiose perché così insegnano la prudenza.
Le madri troppo ansiose tirano su dei figli che diventano a volte adulti fobicii, ma una madre ansiosa ci trasmette il senso del nostro valore.
Però se il compito delle madri è insegnare la prudenza e raccomandare la facilità e la comodità, quello dei padri è insegnare il coraggio, la lealtà, l’etica.
Nei popoli dove c’è uno squilibrio tra maschile e femminile si perde l’equilibrio. I padri si sono diradati. La paternità si è spampanata negli ultimi 60 anni, i valori maschili si sono persi e dispersi e con loro il coraggio.
Siamo un’epoca ansiosa e spaventata anche perché più nessuno insegna il coraggio.
Il coraggio adesso si chiama sindrome dell’eroe.
Un passaggio indispensabile è il coraggio. Senza coraggio non è possibile ottimismo e senza ottimismo non è possibile felicità.
Siamo la prima epoca dall’inizio del mondo che ha beatificato la vigliaccheria e che disprezza il coraggio, si chiama sindrome dell’eroe, stupendosi ancora che, senza coraggio, non sia possibile vivere e costruire.
Il coraggio è la capacità di agire in maniera lucida o in maniera etica anche in presenza della paura. La paura è, insieme al dolore, la custode della vita.
Una persona che si trovi in mezzo a un incendio se resta lucido aumenta le sue capacità di trovare una via di fuga. Il coraggio è un adattamento evoluzionistico. In un incendio il coraggio può spingerci a rischiare di essere uccisi o ustionati per salvare un bambino intrappolato. In entrambi i casi il coraggio mi spinge ad affrontare un dolore o rischio immediato, levarmi da dove sono e fare, in cambio di un bene futuro, la mia sopravvivenza, la sopravvivenza di colui che sto salvando, cioè il percepirmi come persona etica. O se preferite in cambio di un dolore immediato, muovermi, affrontare le fiamme, evito un dolore più grande futuro, la mia morte, o il mio percepirmi come un cialtrone che ha fatto morire un altro in un incendio.
Il pavido terrorizzato è una figura perdente perché non è in grado di fare questa scelta. Nelle catastrofi collettive, affondamento del Titanic, tzunami, cinema in fiamme, crollo dello stadio, nella maggioranza dei casi non c’è nulla da fare, ma in una piccola parte di casi c’è una via di uscita e in se c’è una possibilità di fare qualcosa e salvarsi, i coraggiosi ci riescono, perché la paura genera paralisi.
Se torniamo alla definizione di coraggio, la capacità di agire in maniera lucida o in maniera etica anche in presenza della paura, si evince che dove non ci sia paura non può esserci coraggio.
La paura è l’ emozione primaria, quella che compare per prima nella nostra vita, già l’ameba se si avvicina uno spillo cerca di spostarsi perché ne ha paura. Se non avessimo paura, passeremmo il tempo a guidare contromano con i fari spenti di notte per vedere cosa si prova. Gli affetti da analgesia congenita, una rarissima malattia che impedisce di provare dolore, tendono a ferirsi, ustionarsi e ammazzarsi con sconvolgente facilità.
La paura è disinserita nell’ubriacatura, da alcool, da allucinogeni, da anfetamina, metanfetamina, cocaina, da fanatismo e molto diminuita in molte psicosi. Le persone molto coraggiose, ma veramente tanto, che rischiano continuamente la vita in sporto estremi, ma veramente tanto estremi, spesso hanno forme di disequilibrio. Dove non c’è paura, non può esserci coraggio. La mancanza di paura e il coraggio quindi non sono sinonimi, anzi sono antitetici.
Noi amiamo la morte e voi amate la vita , ed è per questo che voi perderete è la frase classica dell’orco. Chi ama la morte e lo dichiara, sempre , è un individuo schiacciato dalle frustrazioni e in particolare quella sessuale. Chi ama la morte non è coraggioso. Non è coraggio, ma psicosi, e le spicosi, questa è un’informazione tecnica, non una metafora, sono contagiose. La radio di Goebbles, la maledetta radio hutu in Rwanda, internet ora, possono veicolare il virus del vittimismo omicida.
Ma, attenzione, anche il coraggio è contagioso. Il capo carismatico è colui che riesce a infondere il coraggio. E può anche essere un personaggio non fisicamente presente, perché è un personaggio storico o perché non è mai esistito. Noi amiamo il Fantasy perché i grandi eroi e quelli piccoli (Sam e Frodo) contagiano il coraggio.
E tra tutti gli uomini eroici, come ci ha ricordato Chesterton, grandissimo è anche l’uomo che ha affrontato l’avventura incredibile di essere padre, la donna che ha accolto l'avventura di essere madre. Eroi quotidiani la mamma e il papà che tengono tutti i giorni a galla la barchetta con dentro i bambini.
Un saluto anche ai pompieri di Amatrice. 


SINDROME DI CALIMERO. QUANDO IL VITTIMISMO SEDUCE, INGANNA E SCHIAVIZZA L'ALTRO

Capita a tutti, almeno una volta nella vita di sentirsi vittime di circostanze negative, di sentirsi per una volta come Calimero, il pulcino protagonista di un cartone animato degli anni settanta che alla fine di ogni puntata si ritrova solo e sconsolato. Quando la sensazione di essere costantemente vittime di soprusi e ingiustizie e di sfiducia negli altri e nella vita perdura nel tempo, diventando un’abitudine, se non uno stile di vita, possiamo parlare di sindrome di Calimero o vittimismo patologico. Le cause possono originare da diverse situazioni tra cui:  modalità apprese in famiglia, continue svalutazioni, violenza fisica o psicologica subita da piccoli. Esiste una chiara differenza tra vittima e vittimista. Entrambe possono aver subito (per il vittimista non è detto),  ingiustizie e disgrazie, ma la prima non usa ciò che è successo per manipolare gli altri, anzi, tenta di risolverlo in silenzio. Al vittimista invece non interessa risolvere tanto l’ingiustizia, quanto usarla per manipolare  in modo immaturo e tirannico le relazioni. Sono queste persone eternamente insoddisfatte che non fanno altro che ripetere: "Capitano tutte a me. Pago sempre io per gli altri. Sapevo che sarebbe andata a finire così. Sono sempre sfortunato." E’ così che la realtà viene vissuta in maniera distorta, per non sentire il dolore, la frustrazione o il senso di impotenza. Ciò che non vedono i vittimisti cronici è che sono proprio loro a fungere in un certo senso da catalizzatori delle avversità con il proprio atteggiamento. Sono anche individui permalosi che alla minima critica, frase non gradita o battuta ironica accentuano e manifestano anche con scene teatrali la loro posizione vittimistica. Questo atteggiamento si innesca quando, più o meno inconsciamente, si ritiene di non essere alla pari degli altri e ci si pone in modo immaturo nei loro confronti. Ma qual è il vantaggio del vittimismo patologico? Con questo modo di porsi, in modo più o meno subdolo si può diventare tiranni relazionali. Cioè, tenere in pugno le persone che per senso di colpa o compatimento tendono ad assecondare la "vittima" in tutte le sue richieste. E’ proprio questo infatti il vantaggio: ottenere in modo tirannico ascolto, protezione e indulgenza altrui. Il vittimismo patologico ricorda alcuni aspetti del narcisismo patologico. E’ infatti uno dei meccanismi che serve ad attirare e tenere legate a se le vittime. Il vittimista patologico tende a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, mai quello pieno. Mostra una tendenza a non volersi liberare veramente dalla sofferenza, facendo di essa uno schema difensivo patologico utile a tenere su di se l’attenzione altrui che viene pretesa in modo più o meno esplicito. E quando dall’altra parte non arriva la “giusta” attenzione, allora il vittimista diventa aggressivo, colpevolizzando gli altri in modo efferato, aumentando la percezione di tradimento subita per l’ennesima volta. Non riconosce infatti le sue responsabilità e farglielo notare fomenta a sua volta la posizione da vittima. (Caterina Steri, http://m.tiscali.it/content/lifestyle/socialnews/Steri/17007/Sindrome-di-Calimero-quando-il-vittimismo-viene-usato-per-manipolare-gli-altri.html)

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APPROFONDIRE


MITI DEMITIZZATI: LA SVEZIA, UN CONFORTEVOLE INFERNO
Rodolfo Casadei, Tempi 20 settembre 2016

Di un film particolarmente riuscito si suole dire che dovrebbe essere fatto vedere nelle scuole, ma prima che fra i banchi l’ultima produzione di Erik Gandini meriterebbe di essere proiettata a Camere riunite, come monito a deputati e senatori in procinto di approvare le proposte di legge che vogliono trasformare l’Italia in un paradiso dei diritti individuali sul modello dei paesi scandinavi. E benché si tratti di pellicola laica laicissima, potrebbe benissimo per una volta sostituire la catechesi di parrocchie e movimenti ecclesiali: chiarirebbe loro le idee intorno alla condizione umana odierna, mostrerebbe loro dove è diretta quella modernità con cui vogliono dialogare. Infine, per assottigliare i flussi di migranti e richiedenti asilo che stanno mettendo in crisi mezza Europa, andrebbe mostrato a chi sta per imbarcarsi sui gommoni a rischio della vita: vedrebbero che l’agognato paradiso del benessere e della sicurezza consiste nella realtà in un confortevole inferno antropologico.
La teoria svedese dell’amore, che debutta nelle sale italiane il 22 settembre, ha un messaggio molto chiaro da comunicare: una società di individui perfettamente liberi perché perfettamente indipendenti è una società di esseri umani infelici, solitari e annoiati. E siccome ogni critica vale per le soluzioni che offre al problema che evidenzia, Gandini non si tira indietro e con l’ausilio del papa laico della sociologia, il 90enne Zygmunt Bauman, propone l’alternativa: scambiare l’indipendenza e la sicurezza materiale con quella speciale versione della dipendenza che è l’interdipendenza, e con un mondo di rischi sia materiali che psicologici.
Che cos’è allora la teoria svedese dell’amore? È l’idea, contenuta nel programma del partito socialdemocratico svedese al tempo del primo governo di Olof Palme (1969-1976), di trasformare la società svedese in una società di individui indipendenti. Rendere i figli indipendenti dai genitori, le donne dagli uomini, gli anziani dai figli. Abolire la dipendenza materiale e psicologica degli uni dagli altri, perché solo in una società di persone tutte ugualmente indipendenti i rapporti fra di esse sarebbero diventati rapporti veramente liberi e autentici, e non condizionati dal bisogno.
Per quarant’anni di seguito i governi, non solo socialdemocratici, si sono applicati a tradurre in realtà tale programma, e il risultato è stato molto lontano da quello atteso: la Svezia non è diventata il paese dei rapporti autentici fra le persone, ma della assenza di rapporti umani. Oggi quasi la metà degli svedesi vivono da soli, uno su quattro muore da solo, e persino i rapporti sessuali, stando ad alcune inchieste, sono diminuiti del 25 per cento nell’arco dell’ultimo ventennio.
Niente meglio di un documentario di Gandini ci rende partecipi di queste realtà. Il suo tocco magico è indubitabile. Il suo stile asciutto solleva onde emotive nello spettatore. Si vede la giovane Maria Elena, madre di due figli concepiti con la fecondazione assistita da donatore anonimo, mentre fa jogging solitario. «Volevo un figlio, non volevo una relazione. Mi piace la compagnia, ma solo temporanea. Sì, a volte mi manca la presenza di qualcuno che mi porti la colazione la mattina, qualcuno con cui discutere le notizie del telegiornale».
Quindi brevi interviste ad alcuni donatori della banca del seme alla quale la donna ha fatto ricorso: un centro danese dove sono contenuti 170 litri di sperma umano, probabilmente il più grande del mondo. I ragazzi mettono a disposizione video e file sonori in cui si presentano. Tutti affermano convintamente di fare quello che fanno per altruismo: «Voglio aiutare gli altri. È incredibile come facendo così poco fai così tanto per gli altri». Non sanno nulla della donna che riceverà il loro seme, nulla mai sapranno dei figli che verranno al mondo e che sono biologicamente loro, ma si sentono buoni perché si masturbano a vantaggio di altri. Metà dei clienti è costituito da donne single, moltissime svedesi. Il kit per l’inseminazione può essere richiesto a domicilio. Arriva col corriere, come i libri di Amazon. Si deve scaldare la busta fra le mani, caricare la siringa, sdraiarsi sul letto a gambe insù, immettere il liquido nella vagina, restare in posizione mezz’ora. E il risultato è garantito.

Compila il modulo, ci pensa lo Stato

Che uno svedese su quattro muore da solo significa anche che il decesso di molti viene scoperto solo parecchio tempo dopo che è avvenuto. La Svezia ha dovuto creare un’apposita agenzia che si occupa di questi casi. I suoi impiegati sono impegnati a cercare parenti introvabili per regolare questioni di successione, e accedono agli appartamenti dei defunti in cerca di indizi. Risalta lo squallore di pareti vuote. Un suicida ha lasciato una busta piena di denaro. È destinato a saldare i suoi debiti con l’Agenzia delle entrate. Altri messaggi non ne ha lasciati. «L’ambizione per l’indipendenza ci ha accecati», commenta tristemente l’impiegata che ne ha già viste troppe.
Sia come sia, la Svezia (insieme alla Germania) è la mèta agognata di centinaia di migliaia di richiedenti asilo. Non appena arrivano, però, vengono messi in guardia. Neeba, profuga siriana e mediatrice culturale, cerca di spiegare ai nuovi arrivati che gli svedesi sono bravi ma poco socievoli: «Non amano le conversazioni, alle domande rispondete “sì” o “no”. A loro piacciono le risposte brevi». Un suo assistito le dice: «Perché dovrei imparare a parlare la lingua? Svedesi non ne incontro mai». Neeba riflette: «Gli svedesi non sono razzisti, si battono per i diritti umani di tutti. Ma desiderano mantenere le distanze. Vivono da soli, il centro di tutto è l’individuo. Se hai bisogno di qualcosa, compili un modulo. E lo Stato ti fornirà ciò di cui hai bisogno».

Il viaggio della speranza. In Africa

Fuori dal sistema sorgono piccoli santuari di calore e comunità. Giovani si incontrano nei boschi alla ricerca di rapporti umani più profondi. I loro sguardi sono mesti: «La nostra società ha per obiettivo la sicurezza, ma la sicurezza non ti rende felice: al contrario, è causa di infelicità. Viviamo soli, siamo gestiti dalla società, e dimentichiamo di prenderci cura l’uno dell’altro personalmente».
Quindi la telecamera fa un volo di parecchie migliaia di chilometri e inquadra la selva subtropicale del Wollega, in Etiopia. Il paese che nel grafico dei valori (sopravvivenza contro autorealizzazione, tradizionalismo contro razionalità) si trova all’estremo opposto rispetto alla Svezia. Lì si è trasferito il dottor Eriksen, per 30 anni chirurgo a Stoccolma. In un modestissimo ospedale totalmente privo di mezzi economici si arrangia per trasformare le cose più strane in presidi sanitari: viti comuni, raggi di ruota di bicicletta, fascette da idraulico, lenze da pesca, fermagli per capelli diventano fissatori, vasocostrittori, viti chirurgiche, eccetera. «Vivere in Etiopia mi ha dato tanto, in Svezia vivevo una vita noiosa», dice. «Qui si vive nella povertà materiale, ma la povertà spirituale della Svezia è di gran lunga superiore. Penso che qualcosa è andato storto nel sistema di ingegneria sociale svedese. La gente si sente troppo sola. Qui la gente non è mai sola: se ti ammali ti vengono a visitare, quando muori piangono la tua morte».
All’ospedale un giorno è arrivata una bambina con un enorme tumore alla lingua. Per salvarla Eriksen ha dovuto asportare l’organo e rimuovere pure la mascella. La ragazzina guarita visita l’ospedale e l’incontro col medico è commovente. C’è più comunicazione fra lei muta e il chirurgo svedese, che fra il medico e i suoi connazionali dotati di parola quando lui torna in Svezia: «Non c’è niente di cui parlare con la gente, sono tutti occupati con le loro cose, sono tutti focalizzati su se stessi».

Tutti connessi ma scollegati

E si arriva così al contributo di Zygmunt Bauman. «Felicità», dice, «non significa una vita priva di problemi. Una vita felice si ottiene superando le difficoltà, fronteggiando i problemi, risolvendoli. La via dell’indipendenza non porta alla felicità, ma a una vita vuota, all’insignificanza della vita e a una noia assoluta e inimmaginabile». I problemi affrontando e risolvendo i quali si fa esperienza di felicità sono sia quelli materiali sia quelli relazionali. E qui Bauman dice alcune cose geniali sulla tribolata questione del dialogo. Rifiutato a priori da alcuni, praticato solo a parole o selettivamente da chi ne fa una bandiera, il dialogo è la prima vittima della società centrata sull’indipendenza degli individui. «Le persone che sono state educate all’indipendenza, stanno perdendo la capacità di negoziare la convivenza con gli altri, perché sono private della capacità di socializzare. Socializzare è faticoso, richiede tanti sforzi, richiede un processo di negoziazione e ri-negoziazione, occorre mettersi in discussione, mediare e ricreare. L’indipendenza ti priva della capacità di fare questo».
Bauman vede la morte del dialogo proprio negli strumenti tecnologici che dovrebbero renderlo più ampiamente praticabile: le tecnologie elettroniche e audiovisive. «La nostra vita è divisa fra due mondi diversi: online e offline, connessi e disconnessi. La vita connessa è in gran parte priva dei normali rischi della vita. Se non ti piace l’attitudine di altri, smetti di comunicare con loro, li disconnetti. Quando sei offline, e incontri per forza le persone reali, devi affrontare il fatto che la gente è diversa, che ci sono molti modi di essere umani. Devi affrontare la necessità del dialogo, devi impegnarti in una conversazione con loro. L’indipendenza ti priva delle abilità necessarie a fare questo. Più sei indipendente, e più sei incapace di fermare questa indipendenza e rimpiazzarla con una piacevole interdipendenza».
Chi propugna il dialogo, ma non accetta di fare l’esperienza della dipendenza dagli altri con cui instaura la conversazione, di fare l’esperienza della dipendenza reciproca, produce inevitabilmente una società malata. O la società in cui tutti si ritirano nel proprio guscio per mantenere intatte le proprie personali convinzioni, o una società alienata dove il gruppo dirigente impone la sua linea al popolo sottomesso. Il dialogo implica la mediazione, il negoziato, cioè la disponibilità a rinunciare alle proprie ragioni e inclinazioni per fare spazio alle ragioni e inclinazioni degli altri. Non ci aiutano i social media, i file audio, i collegamenti video, perché troppo cedevoli alla tentazione di escludere l’interlocutore scomodo, di selezionare solo interlocutori di comodo, coi quali non si vuole veramente dialogare, cioè negoziare, ma solo fare bella figura in pubblico, dando un’impressione di “apertura” al diverso da sé.
Per uscirne, bisogna riscoprire e fare esperienza della dipendenza. Reciproca. Nessuno escluso.

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