venerdì 14 ottobre 2016

A tavola con tremila poveri



(Javier Carnerero Peñalver, postulatore) «Eucaristizzare»: il neologismo coniato daManuel González García riassume il metodo pastorale con cui operò nella Spagna d’inizio Novecento, fondando tra l’altro l’Unione eucaristica riparatrice e della congregazione delle Missionarie eucaristiche di Nazareth. Nato a Siviglia nel 1877, Manuel da fanciullo, prima ancora del suo ingresso in seminario a dodici anni, fece parte della schola cantorum della cattedrale; da seminarista si dedicò ai servizi più umili per pagarsi gli studi, che raggiunsero il culmine con il dottorato in Diritto canonico dopo un brillantissimo percorso accademico. Ordinato sacerdote, fu cappellano, parroco, decano e vescovo, prima ausiliare e poi residenziale di Málaga e, quindi, in seguito alle dolorose vicende della persecuzione religiosa in Spagna, fu trasferito a Palencia.
Morì il 4 gennaio 1940, dopo appena cinque anni. Una storia che non sembra avere note straordinarie; simile a quella di molti altri. Una storia, però, che ebbe una svolta cruciale quando, appena ordinato sacerdote, Manuel fu inviato in missione in un piccolo villaggio dell’Andalusia, e si trovò di fronte alle grandi sfide del suo tempo nel campo pastorale: indifferentismo religioso, povertà umana e spirituale. In quel contesto egli fece un’esperienza che ricorda quella di san Paolo, sia per il metodo pedagogico del Signore, sia per i frutti che portò. 
Fu Gesù che si mostrò al giovane sacerdote, ultimo tra gli ultimi, nel logorato tabernacolo della chiesa parrocchiale di Palomares del Río. Don Manuel era andato con la certezza di una fruttuosa missione che vincesse le rimostranze di quegli uomini. Di certo, la salvezza di quei contadini, lasciati a se stessi e dimenticati da tutti era nel suo cuore. Ma, davanti al tabernacolo, sentì Gesù che gli fece capire come, in quel luogo, Lui fosse il più abbandonato di tutti. E così don Manuel, che era andato a “vincere” quegli uomini, venne vinto da Dio. Come nel caso dell’apostolo delle genti, questo fatto lo sconvolse da cima a fondo; aveva raggiunto la grandissima verità: soltanto chi trova Dio può portarlo agli uomini. 
Soltanto vedendo Cristo nella sua Chiesa, uno può veramente prendersi carico di quel popolo di Dio, tante volte perseguitato. E Cristo era là, nel tabernacolo, vicino a tutti, bisognava soltanto avere il coraggio di andare a trovarlo. Il suo metodo pastorale cominciò di là, riscoprire Cristo nell’Eucaristia, come centro della nostra vita, della nostra comunità, della nostra attività apostolica. 
“Eucaristizzare” fu il termine coniato con il proposito di coinvolgere tutti i ceti ecclesiali e sociali in questa grande opera. Come in san Paolo, la penna e la predicazione furono le sue armi più incisive. Fondò la rivista «Il granello di sabbia», e diede alla stampa anche innumerevoli titoli pastorali e catechetici. Tra questi, Quello che può fare un prete, oggi, divenne lettura usuale in tutti i seminari del tempo. Molti pastori, formati nel secolo scorso in Spagna, alcuni dei quali eminenti, come i venerabili Rafael García o Luis Zambrano, tanti martiri nella persecuzione, hanno attinto a questa sorgente. 
Ed ecco il miracolo: le parrocchie affidate alle sue cure rifiorivano, i gruppi laicali che organizzava si coordinavano come un vero e proprio movimento apostolico che coinvolgeva una parrocchia dopo l’altra, sia in Spagna che in America latina. Volendo cominciare l’opera, che in seguito divenne l’Unione eucaristica riparatrice, si rivolse così a un gruppo di donne di Huelva: «Permettetemi, a me che invoco molte volte la sollecitudine della vostra carità a favore dei bambini poveri e di tutti i poveri abbandonati, di invocare oggi la vostra attenzione e la vostra cooperazione in favore del più abbandonato di tutti i poveri: il Santissimo Sacramento. Vi chiedo una elemosina di affetto per Gesù Sacramentato... per amore di Maria Immacolata e per amore di questo Cuore così mal corrisposto, vi chiedo che diventiate le Marie di questi tabernacoli abbandonati». 
Era la nascita delle “Marie dei tabernacoli abbandonati”: in seguito si unirono gli uomini, i bambini, i sacerdoti, le religiose e l’istituto secolare. A Huelva, dove fu prima parroco e dopo decano, Manuel González García fondò un gruppo di scuole intitolate al Sacro Cuore, ancora oggi funzionanti. Arrivato a Málaga, la sua attività si prodigò in tutti gli indirizzi pastorali. Un gesto può simboleggiare il suo operato: quando venne nominato vescovo organizzò un pranzo nel quale, invece di invitare i potenti della società, sedettero a tavola tremila bambini poveri. A servirli c’erano le autorità civili ed ecclesiastiche e il vescovo il quale, con il suo sorriso bonario, riscaldava il suo fare pastorale. 
Il seminario fu un altro punto nodale delle sue scelte pastorali. Ne costruì uno nuovo, e ne volle rinnovata anche la radice spirituale: «Un seminario sostanzialmente eucaristico, nel quale l’Eucaristia fosse: nell’ordine pedagogico, lo stimolo più efficace; nello scientifico, il primo maestro e la prima materia d’insegnamento; nel disciplinare, l’ispettore più vigilante; nell’ascetico, il modello più vivo; nell’economico, una grande provvidenza; nell’architettonico, la pietra d’angolo». Se nella formazione delle nuove comunità e dei nuovi pastori, Manuel González García continuò la tradizione di san Paolo, l’accettazione della croce venne a segnare senza dubbi il parallelo che abbiamo tratteggiato tra i due apostoli. Come san Paolo, don Manuel dovette affrontare la persecuzione. Málaga fu duramente segnata dai combattimenti dei movimenti anticlericali. 
Nel 1931 il palazzo episcopale fu dato alle fiamme, incredibilmente tutti riuscirono a uscire indenni da una porta secondaria. Il vescovo, coraggioso davanti ai violenti, fu costretto ad allontanarsi per timore che le rappresaglie cadessero su chi li accoglieva. Per sei mesi venne ospitato dal vescovo di Gibilterra. Dopo aver tentato inutilmente il ritorno a Málaga, González García diresse la diocesi da Ronda e da Madrid, finché la Santa Sede gli chiese di rinunciare e assumere un’altra sede meno pericolosa. Furono per lui anni di grandissimo dolore, con un Paese letteralmente in fiamme e dove i sacrilegi si contavano a migliaia. Dettando le sue ultime volontà, scrisse: «Chiedo di essere sepolto vicino ad un tabernacolo, affinché le mie ossa, dopo la mia morte, come la mia lingua e la mia penna durante la vita, stiano sempre dicendo a coloro che passano: Qui sta Gesù! Sta qui! Non lasciatelo abbandonato!».
L'Osservatore Romano

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