martedì 25 ottobre 2016

Come il grembo materno



Pubblichiamo la prefazione al libro «Non avere paura di perdonare» (Roma, RaiEri, 2016, pagine 216, euro 18) a cura di Andrea Tornielli e Alver Metalli.

Ho raccontato ormai tante volte e in diverse occasioni la risposta che mi diede padre Luis Dri quando ero arcivescovo nell’altra diocesi, a Buenos Aires. Gli avevo domandato che cosa facesse quando, uscendo dal confessionale dove aveva trascorso molte ore della giornata, avvertiva lo scrupolo di aver perdonato troppo. Mi disse che era solito andare di fronte al Tabernacolo, di fronte al Santissimo Sacramento, chiedendo lui stesso perdono per aver troppo perdonato, e che concludeva rivolgendosi così a Gesù: «Ma sei stato Tu che mi hai dato il cattivo esempio!». 
Qualcosa di simile diceva anche san Leopoldo Mandić, il grande santo cappuccino, al quale non a caso padre Dri è sempre stato molto devoto. Mi avevano colpito queste sue parole e perciò non ho mai smesso di raccontarle, perché ci parlano di un atteggiamento quanto mai necessario oggi. 
Il penitente che bussa alla porta dei nostri confessionali può essere arrivato di fronte all’abbraccio misericordioso di Dio per innumerevoli cammini. Può essere un fedele che si accosta abitualmente al sacramento della riconciliazione, oppure qualcuno che vi giunge spinto da qualche circostanza eccezionale. Può essere entrato per caso in chiesa — ma nei piani di Dio Padre nulla è casuale — oppure quel gesto può essere la tappa finale di un percorso molto sofferto. Qualunque sia stata la spinta, quando una donna, un uomo, un giovane o una persona anziana si accostano al confessionale, bisogna far percepire loro l’abbraccio misericordioso del nostro Dio. Un Dio che ci precede, ci aspetta, ci accoglie. Proprio come era accaduto al Figliol Prodigo, il quale era rientrato a casa dopo aver dilapidato in poco tempo la metà delle ricchezze che aveva preteso da suo padre. Aveva toccato il fondo, si era fatto forza, era tornato a casa. Il padre misericordioso era lì, a scrutare l’orizzonte. Era lì, ad attenderlo con le braccia aperte. E quando il Figliol Prodigo ha cominciato a parlare, ad accusarsi del suo peccato, il padre quasi non l’ha lasciato parlare, lo ha abbracciato, lo ha riaccolto come figlio, lo ha restituito come fratello all’altro figlio. Non lo ha messo a lavorare tra i servi. Gli ha restituito la piena dignità di figlio.
Ogni qual volta un penitente si avvicina, apre la porta del confessionale, o si inginocchia davanti alla grata, o si siede accanto a noi sacerdoti per vivere l’esperienza della riconciliazione, qualunque sia la sua storia, qualunque siano le motivazioni che l’hanno spinto, qualunque sia il carico di peccato che porta sulle spalle, noi preti dobbiamo pensare all’atteggiamento del Padre del Figliol Prodigo. È bello che padre Luis Dri tenga in confessionale una riproduzione del quadro di Rembrandt che descrive la scena dell’abbraccio tra il Padre e il Figliol Prodigo. L’ha ritagliata e messa sulla parete, ci racconta, «a portata di sguardo di chi viene a confessarsi». Padre Luis ci ricorda che il particolare forse più importante di questo dipinto sono le mani del Padre misericordioso, che non sono identiche tra di loro: una mano, quella di sinistra, è maschile, l’altra è più femminile. La misericordia, come pure la compassione, quella commozione viscerale che prova Gesù in diverse pagine del Vangelo, ha caratteristiche sia paterne che materne. La misericordia è il viscerale amore materno, che si commuove di fronte alla fragilità della sua creatura e la abbraccia, e nel suo aspetto propriamente maschile è la fedeltà forte del Padre che sempre sostiene, perdona e torna a rimettere in cammino i suoi figli.
Ancora, in quel quadro, il padre misericordioso è cieco, «come se il suo sguardo fosse stato consumato dall’attesa del ritorno del figlio. Per il padre non c’è altro che il figlio, quello che ha attorno, che emerge dall’oscurità, partecipa della sua tensione amorosa verso il figlio. La barba del padre non è curata, come se l’attesa del ritorno del figlio mettesse in secondo piano anche le incombenze personali» della quotidianità.
Continua padre Luis: «Quando noto una certa ritrosia in chi viene a confessarsi, un certo timore per averla “fatta grossa” e il retro-pensiero che si può presumere nella sua testa è “Ma Dio mi perdonerà?”, io dico loro: “Guarda lì! Dio ti abbraccia come quel padre, Dio ti vuole bene, Dio ti ama, Dio cammina con te, Dio è venuto a perdonare, non a castigare, ha lasciato il Cielo per stare con noi. Fino alla fine dei giorni. Come possiamo avere paura che non ci perdoni?”».
Mi ha colpito anche il gesto che padre Luis compie non appena un penitente si avvicina a lui, nelle tante ore che trascorre in confessionale. «La prima cosa che faccio» racconta, «è prendergli la mano e baciarla. Perché si senta accolto, libero di esprimersi, di parlare, bendisposto. (...) Siano esse pulite, come le mani di chi si è appena lavato, o sporche come quelle di tanti pellegrini che arrivano qui senza curarsene troppo, magari dopo aver fatto qualche lavoro».
Ciò che la grazia di Dio ha iniziato, ha smosso nel cuore delle donne e degli uomini che si accostano al sacramento della riconciliazione, noi non dobbiamo mai correre il rischio di spegnerlo. Guardando Maria, nostra Madre, facciamo sempre memoria di questo: l’unica forza capace di conquistare il cuore delle persone è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene, ciò che libera, non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, ma la debolezza onnipotente dell’amore divino, è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia. L’essere abbracciati, l’essere di fronte alla presenza di Dio Misericordioso che si fa vicino a te attraverso il sacerdote, trasforma il confessionale in un grembo materno. Una casa per noi, poveri peccatori, che ci sentiamo orfani e diseredati. L’abbraccio misericordioso del Padre, lo sguardo dolce di Maria, nostra Madre, la disponibilità di un sacerdote che lui per primo ha sperimentato e sperimenta la misericordia di Dio come balsamo per le sue miserie, come unguento per le sue ferite, rende il confessionale non un tribunale o un consultorio, ma un grembo materno.
Diventare dei buoni confessori non è l’esito di un corso professionale. Per essere buoni confessori dobbiamo innanzitutto riconoscerci noi per primi peccatori, e chiedere noi per primi di essere accolti, rialzati, perdonati, inondati di misericordia. Essere noi per primi a lasciarci guardare da Gesù e da Maria. Essere noi per primi a farci coprire dal suo manto. Essere noi per primi capaci di piangere, per i nostri peccati e anche per i peccati di chi si confessa. Quando un prete fa questo, è un buon prete, perché è un buon figlio, si riconosce figlio. E per essere un buon padre bisogna prima essere un buon figlio. Così possiamo dire a nostro Padre: «La Tua misericordia ha raggiunto anche me, chiedo di essere amato da Te come uno tra i figli più umili del Tuo popolo, saziare con il tuo pane quelli che hanno fame di Te, accogliere con il Tuo abbraccio quelli che bussano alla mia porta, per essere strumento della Tua misericordia infinita».
Padre Luis Dri racconta in una pagina di questo libro: «Se uno viene fin dove c’è il confessionale, perché lo fa? Ci viene perché gli sembra di fare cose che non vanno bene. (...) Se si rende conto di questo, anche timidamente, con appena un lumicino di coscienza riflessa, significa già che vorrebbe mettersi su un’altra strada. Allora io confessore, come messaggero della misericordia, devo aiutare ad incontrare questa misericordia, a incontrare questo perdono anche se chi lo chiede non ha tanto chiaro ciò che sta chiedendo». Dio ci raggiunge con la sua grazia utilizzando ogni minimo spiraglio. Sta a noi confessori non spegnere il lucignolo fumigante. Sta a noi aggrapparci a ogni possibile appiglio per perdonare.
San Leopoldo Mandić, il santo al quale padre Luis più si ispira, ripeteva che «la misericordia di Dio supera ogni nostra aspettativa». Queste parole hanno profondamente impressionato anche padre Luis, suo confratello nell’ordine dei frati cappuccini, che ha visto in questo un ideale, un orizzonte per il suo futuro ministero di confessore: «Mi colpiva» scrive, «come un ideale di futuro, di futuro mio: seminare bontà, misericordia, amore. San Leopoldo era convinto — e lo diceva — che Dio preferisse “il difetto che porta all’umiliazione piuttosto che la correttezza orgogliosa” che detiene in una finta irreprensibilità e inibisce il desiderio di convertirsi».
Come non ricordare qui le parole del servo di Dio e mio predecessore Giovanni Paolo I, il quale all’udienza generale del 6 settembre 1978 disse: «Il Signore tanto ama l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo, pentiti, restino umili. Non vien voglia di credersi dei mezzi santi, dei mezzi angeli, quando si sa di aver commesso delle mancanze gravi. Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili. Invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra. Bassi, bassi: è la virtù cristiana che riguarda noi stessi».
San Leopoldo Mandić era solito rivolgersi con queste parole al penitente: «Abbia fede, abbia fiducia, non abbia paura. Vede, anch’io sono un peccatore come lei. Se il Signore non mi tenesse una mano sulla testa, farei come lei e anche peggio di lei». E pochi giorni prima di morire, questo grande santo confessore, aveva detto: «Sono più di cinquant’anni che confesso, e non mi rimorde la coscienza per tutte le volte che ho dato l’assoluzione, ma sento pena per le tre o quattro volte che non ho potuto darla. Può darsi che non abbia fatto tutto il possibile per suscitare nei penitenti la disposizione opportuna».
Teniamo davanti ai nostri occhi queste luminose testimonianze di santi. Ma anche le testimonianze di tanti buoni preti e religiosi, che quotidianamente, nel nascondimento, aprono le porte delle chiese e dei confessionali, accolgono, ascoltano, sollevano la mano benedicente dispensando misericordia e perdono all’umanità ferita del nostro tempo. Siamo coscienti che il perdono avvicina e fa sentire l’altro come prossimo, rendendo possibile una solidarietà altrimenti ben difficile. «Dove c’è misericordia», afferma padre Luis, «c’è un punto di contestazione dell’egoismo, dell’affermazione di sé, una barriera al dilagare dell’intolleranza e della violenza, ma anche un principio attivo di riconciliazione. La misericordia accetta che non io ma un Altro sia il principio ordinatore del mondo. La misericordia comincia con Dio che fa essere l’uomo e ha misericordia di lui, e continua con l’uomo che imita il comportamento del Signore perché ne sperimenta i benefici anche nella sua vita collettiva, organizzata in società. In questo senso la misericordia è un atteggiamento profondamente sociale».
Sì, è un atteggiamento che ha conseguenze sociali. E se è vero che viviamo tempi difficili, quella che ho più volte definito una «guerra mondiale a pezzi»; se è vero che viviamo in tempi di terrore e di paura, per la violenza cieca che ci appare priva di qualsiasi umanità, è vero anche che gli esempi positivi, grazie a Dio, non mancano. Ogni segno di amicizia, ogni barriera scalfita, ogni mano tesa, ogni riconciliazione, anche se non fa notizia, è destinata a operare nel tessuto sociale. Sia esso quello delle nostre famiglie, dei nostri quartieri, delle nostre città, delle nostre nazioni, dei rapporti tra gli Stati. Il fiume in piena dell’odio e della violenza, non dimentichiamolo mai per favore, nulla può contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo. Immergiamoci in questo oceano, lasciamoci rigenerare. Permettiamo a Dio di agire in noi, chiediamogli di vincere la nostra indifferenza e di diventare capaci, a nostra volta, di compassione, condivisione, solidarietà e anche lacrime, per appoggiare la nostra guancia sulla guancia di chi soffre nel corpo e nello spirito. Per essere piccoli e umili strumenti nelle mani del Signore e aiutarlo a costruire secondo il suo disegno un mondo più giusto e più fraterno.
Auguro di cuore che queste pagine, il racconto della vita semplice e dell’esperienza di padre Luis, possano aiutare spiritualmente chi le leggerà e magari muovere il cuore di qualcuno verso l’abbraccio con la misericordia di Dio.
L'Osservatore Romano

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