sabato 15 ottobre 2016

Incontro all’abisso della misericordia



(Romano Gambalunga, Postulatore generale dei Carmelitani scalzi) Elisabetta Catez nacque il 18 luglio 1880 nel campo di Avor, presso Bourges in Francia e fu battezzata quattro giorni più tardi. Tre anni dopo nacque la sorella Margherita, a cui era molto affezionata. Nel 1887, pochi anni dopo il trasferimento della famiglia a Digione, il padre fu stroncato da un attacco cardiaco. Fu un avvenimento che colpì molto la piccola Elisabetta, la quale, a partire da quel momento, si impegnò a essere più buona; era, infatti, una bambina sensibilissima, vulcanica e ostinata fino alla collera. Anni dopo, a un’amica che visse lo stesso lutto, scrisse: «Ti sono vicina con tutto il cuore. Ho vissuto le stesse angosce e capisco il tuo dolore» (lettera 69). 
La madre seppe educarla con sapienza e fermezza, facendo leva sul suo senso di responsabilità e sull’amore verso Dio. Il 19 aprile 1891 ricevette la prima comunione, giorno che ricorderà per tutta la vita come quello decisivo per prendere la risoluzione di donarsi senza riserve a Gesù, giorno «in cui Gesù pose in me la sua dimora / in cui Dio prese possesso del mio cuore / tanto e così bene che da quell’ora / da quel colloquio misterioso / da quell’incontro divino, delizioso / io non ho aspirato che a dare la vita / a restituire un po’ del suo grande amore / al Diletto dell’Eucaristia / che riposa nel mio debole cuore / inondandolo di tutti i suoi favori» (poesia 47).
Tutta la sua vita successiva e la sua esperienza spirituale trovano qui la loro sorgente. Quel giorno perciò cominciò una dura lotta per “vincersi per amore”, imparando a dominare il suo temperamento volitivo, ardente e impetuoso. I risultati furono evidenti — «da quel giorno, mai più uno scatto d’ira» ricorda la madre — tanto che chi non l’aveva conosciuta prima non riusciva a credere che fosse stata così terribile come si diceva. Sempre più intimamente attratta da Cristo, nel 1894 emise privatamente il voto di verginità. Sentendosi chiamata alla vita religiosa, chiese alla madre il permesso di entrare nel Carmelo di Digione, che si trovava a pochi metri da casa, ma la madre le chiese di aspettare almeno fino al compimento della maggiore età, che a quel tempo erano i 21 anni. Le obbedì senza ribellarsi, facendo di necessità virtù e cercando al tempo stesso di coinvolgerla nella storia che Dio stava scrivendo nel suo cuore, ricordando alla madre che era stata lei ad averle insegnato ad ascoltare con fiducia e amare il Signore, perciò doveva essere contenta che sua figlia rispondesse alla chiamata.
Elisabetta era una giovane talentuosa, esuberante, una leader naturale: abile e premiata pianista, gioiosa e attiva nella vita parrocchiale e sociale della sua città, visse il tempo che la separava dall’entrata nel Carmelo imparando a trovare l’amato Cristo in ogni cosa, donando soltanto a lui il suo cuore, seppure impegnata in varie attività, partecipe di serate di danza, coinvolta in tante amicizie che coltivava assiduamente. Scriveva pochi mesi prima di entrare in monastero: «Andrò alla mia serata, ma solo con il corpo, non di più, perché nessuno potrebbe distrarre il mio cuore da colui che amo e, pensa, credo che egli sarà contento di avermi là. Chiedigli che egli sia talmente in me che lo si senta avvicinandosi alla sua povera fidanzatina e che si pensi a lui! Noi siamo le sue ostie viventi, i suoi piccoli cibori. Ah, che tutto in noi lo rifletta, che possiamo donarlo alle anime!» (lettera 54).
Nel monastero, dove l’8 dicembre 1901 vestì l’abito religioso prendendo il nome di Elisabetta della Trinità, crebbe la sua unione con la santissima Trinità nelle profondità dell’anima; guardando a Maria, imparava a custodire sempre più la presenza del Dio vivente e a fare ogni giorno con generosità la sua volontà, imitando il Figlio eterno del Padre, il Verbo incarnato per amore, lo sposo amato intensamente: Gesù Cristo, che sulla croce — il legno capace «di accendere il fuoco dell’amore» (lettera 138) — mostra la sua passione e il desiderio di donarsi a ogni persona.
La sua vita trascorreva serena, a parte il periodo del noviziato, in cui visse una profonda notte di purificazione; il ritmo era scandito dalla liturgia della Chiesa, dalle due ore di orazione mentale che caratterizza la vita monastica carmelitana e dai lavori di casa, in un clima di silenzio e solitudine, che lei tanto amava.
Pochi mesi dopo la professione religiosa, celebrata l’11 gennaio 1903, si manifestarono i primi sintomi del morbo di Addison — allora incurabile — che la condusse rapidamente alla morte fra atroci dolori, accettati con sentimenti di pace e abbandono fiducioso alla misericordia di Dio. Morì a ventisei anni il 9 novembre 1906.
Tanti nella famiglia carmelitana, ma anche nei seminari, fra i sacerdoti, i consacrati e le consacrate, non soltanto in Francia, attendevano con ansia la notizia della sua canonizzazione. Elisabetta però è poco conosciuta fra i laici. Voglio perciò rapidamente indicare alcuni elementi che rendono attuale la sua figura, nel contesto di questo anno giubilare, e ci aiutano a cogliere la provvidenzialità della sua canonizzazione.
In primo luogo Elisabetta visse intensamente la vita battesimale, scoprendo che è possibile trovare Dio in tutte le cose e amarlo in ogni situazione, se è vero che lui vive in noi inondandoci col suo «troppo grande amore», come amava ripetere ispirandosi a san Paolo. Tutto quello che non si fa per Dio è nulla (cfr. lettera 340), svuota invece che riempire, disperde invece che riunire. Non è l’attività a disperdere, ma il non credere «che un essere che si chiama amore abita in noi» (lettera 330), il non essere uniti all’essere che ci ama, al Padre che in Cristo ci attende nella sua casa e col suo Spirito ci sostiene nel cammino.
È possibile riconoscere «Dio sotto il velo dell’umanità» (Ultimo ritiro, 4) e ascoltarne la parola nel presente, se si riconosce che la nostra miseria è il luogo dell’incontro con lui. Infatti, egli è misericordia e perciò soltanto «laggiù avrà luogo l’impatto divino; è laggiù che l’abisso del nostro nulla, della nostra miseria, incontrerà l’abisso della misericordia, dell’immensità del tutto di Dio. È laggiù che troveremo la forza di morire a noi stessi e che, perdendo le nostre sembianze, saremo trasformati in amore» (Cielo nella fede, 4). Perciò, non bisogna mai disperare di sé o degli altri, poiché «l’anima più debole, perfino la più colpevole è quella che ha più motivi per sperare», dato che «possiede in se stessa un salvatore che la vuole purificare in ogni momento» (lettera 249), perché «la sua missione è quella di perdonare» (lettera 145).
Unendosi alla carità di Dio, che deborda senza sosta verso gli altri, possiamo sperimentare il mistero della Trinità e prendere parte al mistero della redenzione. La Chiesa infatti è la comunità degli uomini di tutte le razze e culture, che si nutre alla sorgente inesauribile della vita trinitaria. Forte di questa esperienza, Elisabetta ricorda a tutti in maniera efficace in cosa consiste, alla radice, l’apostolato e la santità: «Comprenderemo mai quanto siamo amati? Sta qui, mi sembra, la scienza dei santi. Nella misura in cui possederemo con abbondanza la vita divina potremo comunicarla e diffonderla nel grande organismo della Chiesa. Ci sono due parole che per me riassumono tutta la santità, tutto l’apostolato: “unione, amore”» (lettera 191).
Qual è quindi l’aiuto che Dio vuole dare alla Chiesa universale in questi tempi burrascosi attraverso la canonizzazione di Elisabetta della Trinità? È lei stessa a dircelo, consegnando a una consorella pochi giorni prima di morire il suo testamento spirituale: «In cielo la mia missione sarà quella di attirare le anime aiutandole a uscire da se stesse per aderire a Dio con un moto tutto semplice e innamorato e di conservarle in questo grande silenzio interiore, che permette a Dio di imprimersi in esse, di trasformarle in lui stesso» (lettera 335).

L'Osservatore Romano

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