lunedì 10 ottobre 2016

La forza del silenzio

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Pubblichiamo la traduzione italiana di ampi stralci dell'intervista che il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, ha concesso al periodico francese La Nef in occasione dell'uscita del libro La Force du silence (Fayard, 2016).

Il libro che lei propone ai lettori è una vera e propria meditazione spirituale sul silenzio: perché si è lanciato in una riflessione così profonda che abitualmente non ci si aspetta da un prefetto della Congregazione per il Culto divino incaricato di questioni molto concrete della vita della Chiesa?
«Il primo linguaggio di Dio è il silenzio». Commentando questa ricca e bella intuizione di San Giovanni della Croce, Thomas Keating nella sua opera Invitation to love scrive: «tutto il resto è una povera traduzione. Per capire questo linguaggio, dobbiamo imparare a essere silenziosi e a fare affidamento in Dio».
È tempo di ritrovare il vero ordine delle priorità. È tempo di rimettere Dio al centro delle nostre preoccupazioni, al centro delle nostre azioni e della nostra vita, al solo posto che egli deve occupare. Così, il nostro cammino cristiano potrà ruotare attorno a questa Roccia, strutturarsi nella luce della fede e nutrirsi della preghiera, che è un momento di incontro silenzioso e intimo, in cui l’uomo si trova a tu per tu con Dio per adorarlo ed esprimergli il suo amore filiale.
Non inganniamoci. Questa è la vera urgenza: ritrovare il senso di Dio. Ora, il Padre non si lascia avvicinare che nel silenzio. Ciò di cui la Chiesa ha più bisogno oggi non è una riforma amministrativa, un programma pastorale in più, un cambiamento strutturale. Il programma già esiste è quello di sempre, tratto dal Vangelo e dalla tradizione vivente. Esso è centrato su Cristo stesso che noi dobbiamo conoscere, amare, imitare, per vivere in Lui e per Lui, trasformare il nostro mondo che sta degenerando perché gli uomini vivono come se Dio non esistesse. Come sacerdote, come pastore, come Prefetto, come Cardinale, la mia priorità è di dire che Dio solo può colmare il cuore dell’uomo.
Credo che siamo vittime della superficialità, dell’egoismo e dello spirito mondano che si irradiano nella società mediatica […]. Per dei titoli, degli incarichi professionali o ecclesiastici, accettiamo dei vili compromessi. Ma tutto questo passa come il fumo […]. La sola realtà che merita la nostra attenzione è Dio stesso, e Dio è silenzioso. Egli attende il nostro silenzio per rivelarsi. Ritrovare il senso del silenzio è dunque una priorità, una necessità, un’urgenza. Il silenzio è più importante di qualsiasi altra opera umana perché esprime Dio. La vera rivoluzione viene dal silenzio, essa ci conduce verso Dio e gli altri per metterci umilmente al loro servizio.
Perché la nozione del silenzio è così essenziale ai suoi occhi? Il silenzio è necessario per trovare Dio e in che senso «è la più grande libertà dell’uomo» (n. 25)? In quanto “libertà”, il silenzio è un’ascesi?
Il silenzio non è una nozione, è la strada che permette agli uomini di andare a Dio. […]   La conquista del silenzio è un combattimento e un’ascesi. Sì, occorre coraggio per liberarsi da tutto ciò che appesantisce la nostra vita che non cerca altro se non le apparenze, la facilità e la scorza delle cose. Proteso verso l’esteriorità dal suo bisogno di parlare sempre, il ciarliero non può che essere lontano da Dio, incapace di qualsiasi attività spirituale profonda. Al contrario, chi è capace di silenzio è un uomo libero. Le catene del mondo non possono far presa su di lui […].
E’ ancora possibile comprendere l’importanza del silenzio in un mondo in cui il rumore, in tutte le sue forme, non cessa mai? Si tratta di una situazione nuova della “modernità”, con i suoi media, TV, Internet, ove il rumore è sempre stato una delle caratteristiche del “mondo”?
Dio è silenzio e il diavolo è rumoroso. Da sempre Satana cerca di nascondere le sue menzogne sotto un’agitazione ingannevole e ridondante. Il cristiano deve non essere del mondo. A lui è proprio distogliersi dai rumori del mondo, dalle voci che corrono a briglie sciolte per distoglierci meglio dall’essenziale: Dio. La nostra epoca ultra-tecnicizzata e indaffarata ci ha reso ancora più malati. Il rumore è diventato come una droga dalla quale i nostri contemporanei sono dipendenti. Con la sua apparenza di festa, il rumore è un vortice che ci fa evitare di guardarsi in faccia, di mettersi di fronte al vuoto interiore. È una menzogna diabolica. Il risveglio non può che essere brutale.
Non temo di fare appello a tutti gli uomini di buona volontà a intraprendere una forma di resistenza. Cosa diventerà il nostro mondo se non potrà trovare delle oasi di silenzio? […] Non esito ad affermare che quei sacerdoti della modernità, che dichiarano una forma di guerra al silenzio, hanno perso la battaglia. Perché noi possiamo restare silenziosi in mezzo alle più grandi accozzaglie, alle agitazioni più spregevoli, in mezzo al baccano e alle grida delle macchinazioni infernali che invitano all’attivismo, strappandoci da ogni dimensione trascendente e da ogni vita interiore.
Quale ruolo attribuisce al silenzio nella liturgia latina, dove lo vede e come concilia silenzio e partecipazione?
Davanti alla maestà di Dio, noi perdiamo le nostre parole. Chi oserebbe prender la parola davanti all’Onnipotente? […] Il sacro silenzio è il luogo in cui noi possiamo incontrare Dio, perché noi veniamo a Lui con il giusto atteggiamento dell’uomo che trema e si tiene a distanza, mentre spera con confidenza. Noi sacerdoti dobbiamo reimparare il timore filiale verso Dio e la sacralità dei nostri rapporti con Lui. Dobbiamo apprendere di nuovo a tremare di stupore davanti alla Santità di Dio e alla grazia inaudita del nostro sacerdozio.
Il silenzio ci insegna una grande regola della vita spirituale: la familiarità non favorisce l’intimità, al contrario, la giusta distanza è una condizione della comunione. È tramite l’adorazione che l’umanità avanza verso l’amore […]. Non esito ad affermare che il sacro silenzio è una legge cardine di tutta la celebrazione liturgica […].
Con il pretesto di rendere più facile l’accesso a Dio, alcuni hanno voluto che nella liturgia tutto fosse immediatamente intelligibile, razionale, orizzontale e umano. Ma facendo così, corriamo il rischio di ridurre il mistero sacro a dei bei sentimenti. Sotto il pretesto pedagogico, alcuni sacerdoti si sentono autorizzati a interminabili commentari piatti e orizzontali. Questi pastori hanno paura che il silenzio davanti all’Altissimo sconvolga i fedeli? Credono che lo Spirito Santo sia incapace di aprire i cuori ai divini misteri infondendovi la luce della grazia spirituale? […]
Non si ha un certo paradosso nell’affermare la necessità del silenzio nella liturgia, allorché si riconosce che le liturgie orientali non prevedono momenti di silenzio (n. 259), mentre esse sono particolarmente belle, sacrali e devote?
La sua obiezione è sensata e dimostra che non è sufficiente stabilire dei “momenti di silenzio” affinché la liturgia sia impregnata del sacro silenzio. Il silenzio è una disposizione dell’anima. Non è una pausa tra due riti, è esso stesso pienamente un rito. I riti orientali certamente non prevedono dei tempi di silenzio durante la divina liturgia. Eppure essi conoscono intensamente la dimensione apofatica della preghiera davanti al Dio “ineffabile, incomprensibile, inafferrabile”. La divina liturgia è in qualche modo immersa nel mistero. Essa è celebrata dietro l’iconostasi che per gli orientali è il velo che protegge il mistero. Per noi latini, il silenzio è un iconostasi sonora. Il silenzio è una mistagogia, ci permette di entrare nel mistero senza svilirlo. Nella liturgia il linguaggio dei misteri è silenzioso. Il silenzio non nasconde, ma rivela in profondità […]. Spesso usciamo dalle nostre liturgie rumorose e superficiali senza aver incontrato Dio e la pace interiore che egli vuole offrirci.
Dopo la sua conferenza a Londra nel luglio scorso, lei è ritornato sull’orientamento della liturgia ed ha auspicato di vederlo applicato nelle nostre chiese: perché è così importante per lei e come immaginerebbe di mettere in pratica questo cambiamento?
Convertirsi, etimologicamente, è rivolgersi, voltarsi verso Dio. Non c’è un vero silenzio della liturgia, se noi non siamo -con tutto il nostro cuore- rivolti verso il Signore. Bisogna convertirsi, rivolgersi verso il Signore, per guardarlo, contemplare il suo volto e prostrarsi ai suoi piedi per adorarlo. Abbiamo un esempio: Maria Maddalena ha potuto incontrare Gesù al mattino di Pasqua, perché si è rivolta verso di lui: «hanno portato via il mio Signore, e non so dove l’hanno posto». «Haec cum dixisset, conversa est retrorsum et videt Jesus stantem - detto questo si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi» (Gv. 20, 13-14).
Come entrare in questa disposizione interiore se non volgendoci fisicamente, tutti insieme, sacerdoti e fedeli, verso il Signore che viene, verso l’oriente simboleggiato dall’abside dove troneggia la croce?
L’orientamento esteriore ci porta all’orientamento interiore, simboleggiato da quello. Fin dai tempi apostolici, i cristiani hanno conosciuto questo modo di pregare. Non si tratta di celebrare con le spalle o di fronte al popolo, ma verso l’oriente, ad Dominum, verso il Signore. Questo modo di fare favorisce il silenzio. In effetti il celebrante ha meno la tentazione di monopolizzare la parola. Rivolto al Signore, è meno tentato di divenire un professore che dà una lezione durante la Messa, riducendo l’altare ad una tribuna il cui perno non sarà più la croce ma il microfono! […]
È chiaro che questo modo di fare, legittimo e desiderabile, non deve essere imposto come una rivoluzione. So che in molti posti una catechesi preparatoria ha permesso ai fedeli di far proprio ed apprezzare l’orientamento. Vorrei tanto che questa questione non divenga l’occasione di uno scontro ideologico tra fazioni! Si tratta della nostra relazione con Dio […]. Non intendo opporre una pratica all’altra. Se materialmente non è possibile celebrare ad orientem, bisogna necessariamente mettere una croce sull’altare, bene in vista, come punto di riferimento per tutti. Il Cristo in croce è l’oriente cristiano. 
Lei accenna alla “riforma della riforma” che auspica (n. 257): in cosa dovrebbe consistere principalmente? Riguarderebbe le due forme del rito romano o solamente la forma ordinaria?
La liturgia deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica […]. La riforma riguarda le due forme del rito romano. Mi rifiuto di passare il nostro tempo opponendo una liturgia a un’altra, o il rito di San Pio V a quello del beato Paolo VI. Si tratta di entrare nel grande silenzio della liturgia; bisogna sapersi lasciar arricchire da tutte le forme liturgiche latine o orientali. Perché la forma straordinaria non dovrebbe aprirsi a ciò che la riforma liturgica scaturita dal Vaticano II ha prodotto di meglio? Perché la forma ordinaria non dovrebbe poter ritrovare le antiche preghiere dell’offertorio, le preghiere ai piedi dell’altare, un po’ di silenzio durante alcune parti del Canone?
Senza uno spirito contemplativo, la liturgia rimarrà un’occasione di astiose lacerazioni e di scontri ideologici, di umiliazioni pubbliche dei deboli da parte di coloro che pretendono di detenere un’autorità, mentre essa dovrebbe essere il luogo della nostra unità e della nostra comunione nel Signore […].
All’interno del contesto liturgico attuale del mondo latino, come superare la diffidenza che si trova tra alcuni seguaci delle due forme liturgiche dello stesso rito romano che si rifiutano di celebrare l’altra forma e talvolta la considerano con un certo disprezzo?
Rovinare la liturgia significa rovinare il nostro rapporto con Dio e l’espressione della nostra fede cristiana […]. Sì, il diavolo vuole contrapporci gli uni agli altri proprio nel cuore del sacramento dell’unità e della comunione fraterna. È tempo che cessino il disprezzo, la diffidenza e il sospetto. È tempo di ritrovare un cuore cattolico. È tempo di ritrovare insieme la bellezza della liturgia […].
(traduzione a cura di Luisella Scrosati)

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