domenica 23 ottobre 2016

L'impossibile cammino

Un picchetto radicale davanti alle carceri

di Stefano Fontana

Il problema dell’adesione cattolica alla marcia dei Radicali pone un problema importante, ossia se da parte cattolica si possa partecipare a tutte le iniziative sociali e politiche “umanitarie” oppure no. Nell’attuale fase di liquidità sociologica e pastorale molti ritengono di sì: i cattolici possono collaborare con tutti. La cosa, però, a ben vedere, fa problema.
Innanzitutto, è bene ricordare che non si può mai collaborare al male, nemmeno per fare il bene. Questa regola aurea della morale umana e cristiana è tuttora valida. Se, per assurdo, tutti facessero il bene, allora si potrebbe collaborare con tutti. Il bene, infatti, si può fare in molti modi diversi. Questa situazione è però piuttosto irrealistica, quindi serve il discernimento: collaboro con chi fa il bene, non con chi fa il male.
Come si fa a sapere se la realtà con cui collaboriamo fa il male? Qui ci vengono in aiuto i cosiddetti principi non negoziabili, oggi un po’ dimenticati, ma tuttora validi. Se la tale associazione ha nelle proprie finalità la negazione del diritto alla vita, vuole manomettere la famiglia, viola il principio della libertà di educazione è difficile trovare motivazioni che giustifichino una collaborazione da parte cattolica. Il discernimento implica sempre anche un giudizio, soprattutto quello morale sul bene e sul male. Con i Radicali, per esempio, risulta difficile la collaborazione, perché la loro storia e la loro prassi attestano finalità che sono contrarie ai principi non negoziabili, e quindi distruttive dell’uomo e della convivenza sociale.
Si può pensare, però, che su singoli temi slegati dai principi non negoziabili si possa collaborare con tutti. Per esempio: sull’aborto o sulla liberalizzazione della droga no, ma sui carcerati e sulla fame nel mondo sì. In altre parole: si può fare un tratto di strada insieme, poi eventualmente ci si dividerà lungo il percorso.
Questo ragionamento però non è corretto. Prima di tutto, in questo modo chi vuole il male viene dai cattolici legittimato come compagno di cammino. Gli si dà un riconoscimento che va a vantaggio anche delle sue finalità malvage. In secondo luogo la negazione dei principi non negoziabili getta una luce sbagliata anche sugli altri temi dell’agenda. Essi, infatti, non sono solo valori ma soprattutto principi. Chi nega il valore della vita e della famiglia, per esempio, non nega solo questo, ma rischia di vedere in modo sbagliato e riduttivo anche altri ambiti di impegno. Vita e famiglia non sono solo temi particolari su cui non si va d’accordo, mentre su altri temi si può andare d’accordo. Essi sono principi che gettano una luce fondamentale su tutto il resto. In terzo luogo, come si è già detto, non si può perseguire il bene attraverso il male, cioè appoggiando una associazione o un partito su un obiettivo che riteniamo un bene e così aiutarla indirettamente su altri obiettivi che certamente sono un male. 
Quando si deve decidere se collaborare con altre forze presenti nella società, si deve aver riguardo non solo al tema della collaborazione, ma alla cultura di provenienza e alla storia di chi ci sta di fronte. Se una tale realtà fino a ieri ha desacralizzato teoricamente e praticamente la vita e si è resa responsabile di leggi e pratiche disumane non merita la collaborazione, anche se oggi propone di partecipare, che so, ad una marcia contro l’abbandono dei cani o per la pace nel mondo. Tanti affabulatori suadenti convincono i cattolici di dare loro appoggio, ma basterebbe informarsi su chi sono, cosa hanno fatto finora e da che cultura provengono per capire l’inopportunità della cosa. Non ogni progetto ecologico merita l’adesione cattolica, non ogni progetto di uguaglianza tra uomo e donna, non ogni progetto di lotta all’Aids, non ogni progetto di giustizia per i detenuti, anche in relazioni ai soggetti che lo promuovono.
La Nota della Congregazione della Fede del 2002 – conosciuta come Nota Ratzinger – aveva ben spiegato che la possibilità della collaborazione c’è solo su temi moralmente accettabili, mentre su proposte alternative o contrarie ai dati fondamentali della fede e della morale, tale possibilità non si dà. Quella Nota fu scritta proprio per chiarire “orientamenti ambigui e posizioni discutibili”. 
Il 19 gennaio 2013, in uno dei suoi ultimi discorsi, Benedetto XVI aveva detto che «La giusta collaborazione con istanze … nel campo dello sviluppo e della promozione umana non deve farci chiudere gli occhi di fronte a queste gravi ideologie, e i Pastori della Chiesa - la quale è «colonna e sostegno della verità» (2 Tm 3,15) - hanno il dovere di mettere in guardia da queste derive tanto i fedeli cattolici quanto ogni persona di buona volontà e di retta ragione. Si tratta infatti di una deriva negativa per l’uomo, anche se si traveste di buoni sentimenti all’insegna di un presunto progresso, o di presunti diritti, o di un presunto umanesimo. Di fronte a questa riduzione antropologica, quale compito spetta ad ogni cristiano, e in particolare a voi, impegnati in attività caritative, e dunque in rapporto diretto con tanti altri attori sociali? Certamente dobbiamo esercitare una vigilanza critica e, a volte, ricusare finanziamenti e collaborazioni che, direttamente o indirettamente, favoriscano azioni o progetti in contrasto con l’antropologia cristiana».

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