martedì 11 ottobre 2016

Santa impazienza



Dall’ultimo banco. Anticipiamo la prefazione alla traduzione francese (Du dernier rang. Les femmes et l’Église, Paris, Éditions Salvator, 2016, pagine 192, euro 18,90) del libro di Lucetta Scaraffia "Dall’ultimo banco. La Chiesa, le donne, il sinodo" (Venezia, Marsilio, 2016, pagine 109, euro 12,50)
(Anne-Marie Pelletier) Diciamolo subito: questo libro, che ha come spunto la presenza dell’autrice alla seconda sessione del sinodo sulla famiglia del 2015 in qualità di “uditrice” designata, è molto più di una cronaca romana. 

Certo, Lucetta Scaraffia — storica e acuta analista, da lungo tempo, della condizione delle donne, in particolare nella Chiesa — fa riferimento all’evento, agli incontri vissuti, alle parole ascoltate da quel luogo, per nulla banale proprio per la sua modestia, che è “l’ultimo banco” destinato agli “uditori” nella grande aula sinodale del Vaticano. Ma queste pagine vanno ben al di là di un semplice reportage, non fosse altro perché accompagnate da analisi e da riflessione. Sono scritte come un appello pressante, vibrante di serietà, quello di una donna cristiana che parla spinta dall’urgenza d’interpellare il mondo cattolico sul suo modo di conoscere le donne, o di disconoscerle. Un appello rivolto in modo particolare all’istituzione ecclesiale nella persona di quanti esercitano il ministero episcopale e presbiterale.
Vale la pena soffermarsi un po’ sulla franchezza di tono e di contenuto che fa sì che questo testo operi realmente come un bisturi, con tutto ciò che l’immagine implica d’intrusione contundente e al tempo stesso di finalità curativa. Alcuni lettori senz’altro s’impauriranno, e tra questi probabilmente quelli da cui Lucetta Scaraffia vorrebbe essere tanto ascoltata. C’è da scommettere anche che la parata degli offesi sarà di rimandare il discorso al registro di un “femminismo” spesso sospetto, se non biasimato nell’ambiente cattolico. In poche parole, c’è da temere che la lettura di un certo numero di destinatari s’interrompa appena iniziata, con il pretesto che la causa è chiara, che è la solita solfa, che rivendica un riconoscimento per le donne il cui orizzonte ossessivo sarebbe l’esercizio del sacerdozio.
Per prevenire, se possibile, questo tipo di diserzione precipitosa, mi permetto di fare alcune precisazioni. Innanzitutto per sottolineare che la libertà che si esprime qui va ben al di là di ciò che nella società civile chiameremmo rivendicazione settoriale. Proprio la questione del rapporto che l’istituzione intrattiene con le donne rende la posta in gioco molto più alta. Essa riguarda l’identità e la vita di tutta la Chiesa, la sua fedeltà a Cristo vissuta nel concreto dei giorni e delle pratiche. Ha quindi a che vedere con la sua capacità di manifestare, a beneficio delle nostre società, la forza liberatrice e ricreante del Vangelo, non fosse altro perché, nonostante i venti contrari, contiene alcune prove antropologiche oggi schernite e minacciate. È così che, ben lontana dalle fantasie attribuite alle donne, Lucetta Scaraffia si permette l’audacia di evocare il sacerdozio ministeriale, non per rivendicarlo, ma per fare della disciplina della Chiesa uno degli ultimi segni di una differenza vitale tra i sessi, oggi demolita, al punto da prevederne la cancellazione nelle nostre legislazioni. Si vede semplicemente che il femminismo dell’autrice è più sottile di quanto presupponga l’uso polemico della parola. Al che si potrebbe aggiungere, per esempio, la valutazione fatta qui dell’ Humanae vitae, distante dalla critica senza appello di cui generalmente è stata oggetto. Dal pari, la lucidità critica, così incisiva nell’indicare i mali della Chiesa, viene a sua volta esercitata nel corso delle pagine per smascherare le impasse e gli errori delle grandi utopie libertarie della seconda metà del XX secolo, che sono all’origine dei rimaneggiamenti antropologici di cui siamo oggi testimoni. È normale quindi che abbia tanti nemici e su più fronti. Ma è della verità, nel senso evangelico del termine, che Lucetta Scaraffia si preoccupa, pur conoscendo i rischi che corre nel sostenere tale posizione. Perché, come nel Vangelo, la verità dà fastidio. Aggredisce, anche se la parola che la designa è priva di aggressività.
Di fatto è impossibile eludere l’irritazione che si prova quando una voce si alza per rivelare la bizzarria tanto evidente, e tuttavia invisibile a molti degli interessati, di una riflessione sinodale sulla famiglia in cui la parola, in maggioranza, e la decisione, in ultima istanza, appartengono a uomini celibi che non hanno fatto l’esperienza personale della vita coniugale e che hanno ancor meno accesso a ciò che le donne sanno in merito. Allo stesso modo, è poco piacevole dover constatare che la Chiesa, che si dichiara con tanta eloquenza custode della differenza sessuale, si mostri così poco atta a viverla, nel concreto delle relazioni ecclesiali, in maniera positiva, in un modo che sia eloquente e ispiratore per i non cristiani. Poco piacevole è anche dover ammettere che la celebrazione superlativa della donna — di cui Mulieris dignitatem è un fiore all’occhiello — non solo non ha influito concretamente su una conversione dello sguardo maschile e istituzionale rivolto alle donne, ma serve anche spesso da paravento a pratiche condiscendenti o sprezzanti. A dire il vero, l’effetto prodotto da questo genere di constatazione è analogo a quello dei discorsi di papa Francesco che, dall’inizio del suo pontificato, sta enumerando tutti i “così non va” che rileva nel funzionamento dell’istituzione ecclesiale. Ma non dimentichiamo che la storia della Chiesa, di tanto in tanto, riecheggia di tali diatribe, alle quali si aggiungono quelle di una Caterina da Siena che interpellò con incredibile audacia il papato del suo tempo, e che tuttavia un papa ha proclamato “dottore della Chiesa”. Lucetta Scaraffia non è arrivata a tanto! (è vero che ci sono voluti sei secoli alla santa per beneficiare di quell’eminente riconoscimento). Ma un po’ di memoria storica dovrebbe impedire di rifiutare la sua parola con la scusa che sarebbe impertinente o irrispettosa.
Tanto più che, osservandola da vicino, questa pressante parola non ha come preoccupazione esclusiva il destino riservato alle donne, ma l’urgenza della situazione, i pericoli che minacciano le nostre società occidentali e che preoccupano molto quelli che non sono cristiani disorientati o nostalgici. Alle grandi speranze utopiche che animavano la generazione degli anni Settanta e Ottanta, facendo scorgere prospettive di felicità per una società libera da ogni eteronomia, promettendo in particolare alle donne autonomia e dominio del loro corpo, è seguito, di fatto, il tempo del dubbio, se non del disincanto. Senza parlare dell’accelerazione delle “disunioni” e delle derive nel nostro mondo occidentale, che oggi servono ovunque da argomentazione ingannevole agli ordini societari misogini o anche a ideologie autoritarie che, nella stessa Europa, si considerano falsamente custodi dei “valori cristiani”. La verità è che non è facile tener conto dei fatti, valutare realmente i guadagni e le perdite legati ai grandi sismi antropologici che si succedono nelle nostre società. L’emancipazione delle donne è innegabilmente un fattore determinante negli sconvolgimenti che ci preoccupano. Ma sarebbe chiaramente sconveniente farle un processo, proprio quando sotto i nostri occhi si dispiega l’interminabile e insopportabile violenza che grava sulle donne nelle società ancora estranee a tale emancipazione. Resta il fatto che le trasformazioni simboliche e biologiche che influiscono nei nostri paesi sulla procreazione, sull’implosione della realtà familiare, o anche sulla multiforme negazione della differenza sessuale, portano a cammini pericolosi che non controlliamo affatto. È un truismo constatare che le nostre società ne risentono.
È proprio questa situazione, che rende così impaziente l’autrice di Dall’ultimo banco, quando esamina l’atteggiamento attuale della Chiesa cattolica fatto di ripiegamento difensivo, di denuncia fragorosa, di chiusura nella roccaforte di una tradizione ritenuta immutabile e, trattandosi della famiglia, nella difesa di un modello che è universale e immutabile soltanto a livello immaginario. Tutto avviene come se oggi si rappresentasse di nuovo parte del dramma del modernismo, quando, nel XIX secolo, la Chiesa si “bunkerizzò” di fronte agli inesorabili progressi di conoscenze storiche e critiche sempre più offensive e minacciose per la lettura credente. Si sa, solo alcuni, come padre Lagrange, opposero alle paure e al nervosismo dilaganti la convinzione che doveva esserci un modo per esporsi positivamente a interrogativi a priori ostili, per trarre profitto dall’incontro, per quanto impegnativo, con l’altro, prevedendo addirittura, e paradossalmente, una crescita della comprensione scritturale grazie a domande o a metodi avvertiti all’inizio come ostili. È ciò che il magistero stesso ha dovuto ammettere nel corso del XX secolo.
Certo, l’attuale sfida antropologica ha una portata senza precedenti, perché a essere in gioco è l’identità dell’umanità, il fondamento delle nostre società attraverso la differenza sessuale, la procreazione, la filiazione, e così via. Ma è proprio su questo punto che va tenuto conto della convinzione ferma e vigorosa della cristiana Lucetta Scaraffia: intendo questa certezza che il cristianesimo ha i mezzi, come pure la responsabilità, di raccogliere positivamente le sfide del momento, non come ideologia da contrapporre a quelle del mondo circostante, ma come energia del Vangelo. A delle condizioni però, come la necessità di reimmergersi nel grande mare della storia, e in particolare in quella della Chiesa. Ribadiamolo, quest’ultima, dall’avvento della modernità, ha qualche problema con la storia, anche se è al suo interno che si formula la rivelazione e si delinea il volto di Dio nelle Scritture. La storia è effettivamente abitata dalla contingenza e dalla finitezza umana. Prendere atto di tale instabilità non è sprofondare nel relativismo, ma è rendersi semplicemente conto della complessità della vita, così come Dio l’ha fatta e la fa vivere. Siamo lontani dalle astrazioni rassicuranti di certe teologie che, in materia antropologica, diventano presto un ideale tirannico che grava, per esempio, sulla vita delle coppie.
Accordare attenzione alla storia è anche — Lucetta Scaraffia insiste molto su questo punto — ritrovare una verità largamente dimenticata, quella del legame che unisce strettamente, fin dalla sua origine, il cristianesimo all’emancipazione e al rispetto delle donne, nonostante tutte le accuse di misoginia che gli vengono rivolte. Ricordiamo così l’interdizione del ripudio (cfr. Matteo 19 riletto qui con grande precisione), il matrimonio dichiarato indissolubile o ancora una vita consacrata nel celibato aperta, fin dai primi secoli, alle donne come agli uomini. Il fatto è che proprio nelle società di tradizione cristiana è iniziata, un secolo e mezzo fa, la denuncia delle umiliazioni e delle ingiustizie di cui le donne sono vittime da tempi immemori.
Prendere coscienza di questa caratteristica del cristianesimo è di fondamentale importanza nel momento presente di contatto tra le religioni, che obbliga ad ammettere che il destino che riservano alle donne è un elemento discriminante. C’è di conseguenza una realtà della loro storia e della loro fede che i cristiani devono cogliere oggi più che mai. Proprio come devono riconoscere che il mistero dell’incarnazione che professano li rende particolarmente idonei a ridare alla carne un peso e una stima che le vengono sempre più negati, e a detrimento soprattutto delle donne.
Infine, va detto quanto questo libro, specialmente nel terzo capitolo, dia un’idea di come può essere un confronto senza paura né ingenuità con le teorie antropologiche contemporanee. Qui, di nuovo, ci dovrebbe essere una particolare perizia cristiana nel comprendere ciò che esse possono contenere di delirio orgoglioso dell’uomo — i greci parlavano d’hybris — ma anche di nuove risorse per affinare la nostra comprensione dell’umano e adeguare le nostre pratiche sociali.
Conveniamo che una nota di stanchezza segna alcune pagine. Lo sconforto è sempre in agguato dinanzi alle cecità persistenti, alla resistenza dell’istituzione ecclesiale ad aprire gli occhi sull’immenso contributo delle donne, ieri e oggi, alla vita della Chiesa e a quella dell’umanità. Un giorno, ci metteremo ad ascoltare un po’ le donne? Per dire Dio in modo diverso. Per riconoscere la bellezza della vita nelle sue espressioni più umili. Per individuare i cammini della pace che si nascondono così crudelmente alla nostra vista. Infine, per imparare da loro un modo essenziale di vivere il Vangelo. Sta comunque di fatto che la voce che si esprime qui è fondamentalmente cristiana. È dunque la fiducia a prevalere. Lucetta Scaraffia sa che la correzione fraterna è un dovere che non va trascurato, anche quando fa fatica a trovare la via del cuore dell’altro. Il tempo presente non può essere che quello di un percorso laborioso, specialmente quando si tratta di una realtà così spiritualmente sensibile e decisiva come il riconoscimento reciproco tra l’uomo e la donna. Il che non esclude una san(t)a impazienza.

L'Osservatore Romano

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