venerdì 28 ottobre 2016

The young (boring) pope

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di Andrea Tornielli
Cari amici, sono rientrato da alcuni giorni all’estero e così ho visto soltanto ora le prime due puntate di«The youg Pope», la serie di Sorrentino con Jude Law nei panni di Pio XIII, al secolo l’americano Lenny Belardo. Pontefice ieraticissimo e alquanto antipatico, eletto – come peraltro già accaduto nella storia – da chi pensava o sperava di «manovrarlo», e rivelatosi invece una sorpresa.
Devo dire che ho trovato le prime due puntate piuttosto noiose, lente. Guardando al protagonista, cioè al Papa deciso a ripristinare il triregno, viene da chiedersi se, al di là della sua ieraticità e dell’impeccabilità formale, creda davvero in Dio. Enorme, per questo Pontefice che confessa di non avere peccati, è il peccato che commette violando il sigillo sacramentale, inducendo un frate a confidargli tutte le magagne dei cardinali della Curia passati per il suo confessionale (detto per inciso: penso che i porporati siano tutti, a prescindere dalle tendenze teologiche, politiche e sessuali, un po’ più intelligenti e che difficilmente scelgano un confessore comune. E continuo a credere che anche l’ecclesiastico più carrierista e politicante abbia il sacrosanto diritto di non vedere violata la sua confessione).
Ho trovato invece geniale – l’unica cosa geniale delle prime due puntate – la decisione di Pio XIII di non farsi fotografare, di non volere la sua immagine riprodotta. E di apparire alla loggia centrale della Basilica di San Pietro nella penombra, così da risultare per i fedeli soltanto una siluette e una voce. Certo, risulta incredibile che l’arcivescovo e cardinale di New York sia riuscito a guidare la diocesi della Grande Mela senza che di lui venisse pubblicata o riprodotta una foto… Nei giorni scorsi, quando Francesco ha annunciato i nomi dei nuovi cardinali che riceveranno la porpora il 19 novembre, giornali e siti web hanno faticato non poco a rintracciare in rete una qualsiasi immagine dell’anziano Sebastian Koto Khoarai, vescovo Emerito di Mohale’s Hoek, in Lesotho. Non ce n’erano sul web, ma alla fine una è saltata fuori. Che un miracolo simile possa essere riuscito a un giovane e aitante cardinale statunitense, arcivescovo di New York, una città dove anche gli scoiattoli hanno lo smartphone, risulta davvero difficile da credere.
Detto questo, l’idea di una decongestione mediatica del papato, di un essere meno protagonista con la sua persona, è buona, anzi ottima. Forse l’unico elemento autenticamente cristiano delle prime due puntate della serie.
PS
Qualcuno ha paragonato “The young Pope” ad “House of cards”, la serie sugli intrighi di potere alla Casa Bianca con l’inarrivabile Kevin Spacey. Ecco, per favore, visto che siamo in tema, non bestemmiate. Da quella serie, che mette in scena la spietatezza del potere fine a se stesso, se cominci, non riesci a staccarti. Il giovane Papa Lenny Belardo, con le sue pose un po’ troppo studiate, è soltanto un’ombra sbiadita, che nello staff di Frank Underwood avrebbe un ruolo secondario. Speriamo che le prossime puntate di “The young Pope” ci sorprendano…

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