domenica 23 ottobre 2016

Una filosofia per ripristinare il rapporto fra fede e ragione

Stefano Fontana

di Lorenzo Bertocchi

La capacità di attenzione di uno scolaro medio, dicono gli insegnanti, è sempre più scarsa. Lo è anche quella degli adulti, che al massimo riescono ad approfondire fugacemente le notizie di sport, quelle di gossip e, se va bene, guardare un Tg. E’ febbre da social network, dove a fatica si supera il limite dei 140 caratteri; tutto il resto è distrazione di massa. 
Se a qualcuno venisse in mente di scrivere di filosofia con l'ardire di rivolgersi a tutti, sarebbe da considerare una specie di “visionario”. Eppure Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio Card. Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa, nonché collaboratore della Nuova Bussola quotidiana, ha dato alle stampe una Filosofia per tutti(Fede&Cultura). 
«La verità», scrive, «è semplice e umile, non si nega a nessuno, si mostra a tutti e non è difficile raggiungerla se riusciamo a non fasciarci la testa di tante complicazioni di nostra invenzione». La filosofia dunque sarebbe una faccenda per bambini, «perché le verità filosofiche», dice, «sono semplici». Una cosa è certa: con questo punto di vista Stefano Fontana ha scarse possibilità di partecipare ai Festival della filosofia organizzati qua e là. Ma, forse, a lui non interessa. Perché il suo non è un amabile discettare salottiero, ma offre un’arma puntuta con cui provare a scalfire il continuo divenire e trovare un senso al tutto che si squaderna davanti a noi. 
Come dargli torto? E’ stata la coraggiosa ricerca dell'essere che permane la radice del domandare greco che è all’origine della filosofia. «Davanti al tutto», scrive Fontana nelle primissime pagine del libro, «l'uomo si meraviglia che esso ci sia, mentre potrebbe non esserci». La filosofia che non perde la strada è quella per cui «l'essere si presenta, ma non si spiega», semplicemente è. 
La realtà c’è e ci precede, meraviglia, ci “parla” e conduce. Se viene perso questo contatto iniziale con la realtà, se l’uomo si chiude in sé, allora «all’inizio c’è solo l’io e attorno a sé il nulla». Siamo così al dogma centrale della modernità che possiamo attribuire in prima battuta a Renato Cartesio (1596-1650), il quale apre la prospettiva idealistica: «all’inizio non sta la realtà, ma le mie rappresentazioni». Alla meraviglia del reale si sostituisce un dubbio sistematico, se ne fa un problema di metodo. «Sul piano strettamente filosofico», puntualizza Fontana, «il cambiamento interruppe una impostazione che in San Tommaso aveva trovato un equilibrio impareggiabile: il problema della conoscenza [per Tommaso, nda] si risolve in concomitanza con quello dell’essere. E’ conoscendo l’essere che io capisco che posso conoscere, cosa posso conoscere e come conosco».
Da Cartesio in poi le cose cambiano. Quando arriverà Immanuel Kant (1724-1804) l’oggettività dovrà passare dalle categorie a priori dell’intelletto, per lui «non esiste nulla di oggettivo (…) tutte le conoscenze dipendono dal soggetto che conosce (…) un soggetto che viene prima di me e di te e che consiste nelle categorie interpretative universali e necessarie dei fenomeni». Non c’è più un accesso a una realtà oggettiva esistente in sé e indipendente. Sarà poi la volta di Karl Marx (1818-1883) e Georg Hegel (1770-1831) in cui l’apriori viene portato sul contesto storico in cui il soggetto vive, e quindi Martin Heidegger (1889-1976) per cui conoscere è sempre un interpretare.
Con questo principio di immanenza che impera si arriverà fino al positivismo di Auguste Comte (1798-1857) in cui alla fine non esistono che fatti materiali, il resto è nulla. Il Cielo è vuoto e il vivere uno show tragicomico. Siamo ad un avanzato stadio post-religioso in cui Dio sparisce definitivamente dall’orizzonte umano, anche il deismo illuminista viene spazzato via. «Forse», chiosa Fontana, «si tratta anche di uno stadio post-umano», oltre che «post-filosofico». Lo scivolamento verso il nulla è vertiginoso, il nichilismo di Friedrich Nietzche (1844-1900) è un traguardo spontaneo.
Guardando in casa cattolica, secondo Fontana, il dogma della modernità nelle sua varie accezioni, è penetrato fin dentro la teologia. Nonostante un Magistero che ha fatto sentire la sua voce in varie occasioni, il carattere irreligioso della filosofia moderna ha fatto strada. Il cuore del realismo tomista è stato ferito.
L’incontro dell’avvenimento cristiano con la filosofia greca, e il lavoro dei Padri e dei dottori medioevali, avevano trovato una sistemazione adeguata alla fede, ma ora «la fede è soprattutto domanda e non risposta (…), Dio non si rivela nella Chiesa ma nelle vicende del mondo (…), la Chiesa non ha nessuna primogenitura (…), anche i dogmi della fede sono storici e diversamente interpretabili». L’uomo stesso perde di consistenza, il male e il peccato non hanno significato per «la morte dell’anima, perché l’anima non esiste, esiste la persona nella sua dimensione esistenziale, dentro la maglia complicata e mai perfettamente conoscibile delle sue relazioni: chi fa il bene e chi fa il male non è possibile stabilirlo». Fede e ragione hanno perso il loro rapporto virtuoso.
Non resta che una Babele liquida che sembrerebbe una conquista di libertà, ma a ben vedere è una libertà fondata sulla mera possibilità di scegliere. Guardandoci intorno ci accorgiamo che una libertà così finisce in balia del potere e dell’idolo di turno: «La laicità come neutralità non esiste», osa Stefano Fontana. Perché «il mondo che rifiuta il Dio vero ne assume altri di falsi».

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