lunedì 17 ottobre 2016

Una sfida al relativismo ecclesiale

Elisabetta della Trinità

di Antonio Sicari

Tra i santi canonizzati oggi, 16 ottobre, ce ne è una che merita un'attenzione particolare: Santa Elisabetta della Trinità. Nata nel 1880 e morta nel 1906, carmelitana, visse la sua giovane vita nella contemplazione profonda del mistero trinitario, una sfida al mondo e alla Chiesa di oggi. Il motivo lo spiega padre Antonio Sicari nella prefazione al libro a lei dedicato (Jaca Book, 2000), di cui pubblichiamo alcuni stralci.
Elisabetta è là che attende la Chiesa terrena a quel pericoloso crocevia nel quale si stanno per confrontare le diverse concezioni religiose dell’umanità, per proteggerla dal rischio più grave: per difenderla dalle suggestioni di chi – in nome di un malinteso dialogo e ancor più malinteso pluralismo – pretenderà togliere al Dio cristiano il suo Volto Trinitario, e penserà di mettere d’accordo tutti i credenti offrendo loro un nuovo, freddo e razionale monoteismo.
Insomma: la Chiesa dovrà resistere all’offerta della pace religiosatra uomini, popoli e culture, ottenuta al prezzo di uno sbiadimento, più o meno grave, del volto cristiano di Dio. La difesa evidentemente non basterà. Elisabetta potrà anche offrire la positività di una esperienza di Dio così particolare (anzi: unica) da essere – proprio in quanto tale – desiderabile per il cuore di ogni uomo.
Ma vediamo meglio i termini del problema.
Che il futuro dell’umanità dipenda, in gran parte, da un intenso e serio dialogo religioso tra uomini, popoli e culture che sempre di più vengono a contatto tra loro e tendono ad amalgamarsi e a respingersi – opponendosi e con-fondendosi, come l’onda che sopravviene si mescola e si oppone a quella che ritorna – non si può certo negarlo.
Il sogno di un pluralismo religioso, che faccia spazio a ciascuno e dia a ciascuno il giusto riconoscimento, vacilla paurosamente ogni volta che si scontra con la concretezza delle rinunce che ognuno dovrebbe accettare per potersi innestare nel tutto.
(…)
Per i cristiani poi non si tratta nemmeno di combattere lo scetticismo di una proposizione che si contraddice da se stessa, ma si tratta della fede che considera Gesù Cristo «la Verità» fatta carne, fatta persona. Come potrà “dialogare” un cristiano se mantiene fede alle affermazioni che considerano Gesù Cristo «centro e cosmo della storia», «unico Rivelatore e unico Salvatore del mondo»?
Che la «singolarità» di Gesù Cristo e la sua «particolarità» abbiano una rilevanza universale sembra ai non cristiani inaccettabile – ed è ovvio che sia così. Ma il problema si fa serio quando i cristiani iniziano il loro dialogo accettando pacificamente questa inaccettabilità altrui (e pertanto facendola propria, anche solo metodologicamente).
Che cosa avrebbe da dire, al riguardo, «l’esistenza teologica» di Elisabetta della Trinità? Quali ammaestramenti, suggerimenti, avvertimenti darebbe alla Chiesa?
Bisogna però saper guardare tutta la questione dal suo punto di vista carismatico: dalla altezza mistica in cui Elisabetta è stata chiamata da Dio a personificare la “Ecclesia de Trinitate”, la Chiesa che nasce dalla Trinità e se ne sta «tutta adorante, tutta desta nella fede, tutta abbandonata» .
Occorre qui sottolineare che proprio la Chiesa sembra stranamente assente da tutto il dibattito sul “dialogo interreligioso”: quando se ne parla ci si limita di solito ad oltrepassarla frettolosamente spiegando che si è ormai definitivamente conclusa l’epoca dell’ecclesiocentrismo. E come non si parla di Chiesa, così non si parla affatto di Maria – benché il dogma della sua Maternità Divina dovrebbe pur apparire irrinunciabile ai cristiani!
Ma il fatto che non se ne parli rivela l’incapacità di molti a comprendere il centro nodale della questione. «Rivelazione», «salvezza» sono parole che restano teoriche – lo si voglia o no – fin quando non riguardano la persona concreta: «questa persona», nella sua unicità, singolarità, irripetibilità. «Unicità» e «singolarità», oltre che essere caratteristiche della persona di Cristo –Figlio incarnato di Di o– sono parole decisive per l’identità di ciascun uomo, sono parole decisive della «mia» identità.
(…)
L’«unicità della salvezza» portata da Cristo non è una teoria o una «via» che occorre paragonare e integrare con altre vie. 
E’ «un fatto unico» perché accaduto «per tutti» e «una volta per tutte»: è l’esperienza di un figlio morto, adagiato sul grembo della Madre, come qualsiasi figlio di uomo (la Pietà di Michelangelo raffigura anche il dramma di tutte le madri), ma la Madre sa, in forza della sua fedele verginità, di avere tra le braccia l’«Unigenito Figlio di Dio» e di poterLo offrire al Padre che è nei cieli, invocando la sua Paternità Onnipotente e Misericordiosa, per una nuova nascita, per una nuova vita.
(…) 
Ma chi pretende oggi impostare il dialogo tra le religioni mettendo tra parentesi la singolare unicità di Gesù Cristo – vero Figlio di Dio e vero Figlio dell’uomo – non si accorge di non avere più nulla di essenziale su cui dialogare perché ha già anticipatamente negato o trascurato «l’Uno-verso-cui» tutti hanno un’irresistibile propensione: il Figlio Unico che li può accogliere e condurre verso il cuore aperto della Divinità.
Se, infatti, si dovesse dialogare al fine di stare tutti davanti a un Dio Onnipotente – muto, freddo e impassibile – tanto varrebbe restarcene ognuno nel caldo del proprio particolare.
Elisabetta della Trinità non ha conosciuto i problemi che abbiamo qui sollevato, ma la sua esperienza fondamentale fu quella di scoprire un giorno, esistenzialmente, quella verità che i cristiani credono, ma lasciano quasi relegata sullo sfondo opaco della loro anima: il fatto cioè che tutta la Trinità abita nell’anima fedele come in un tempio, come in un cielo. La Trinità, cioè: Tre Persone Divine che si scambiano infinitamente un infinito amore, e la calda corrente della loro vita fluisce fino a raggiungere il cuore della creatura umana, al punto di chiederle «ospitalità». 
Ciò che accadeva alla sua anima era di necessità il destino di ogni anima, perché non c’era nulla al mondo di più degno e di più desiderabile. «Il cielo è Dio e Dio è nella mia anima»: questa era la sua esperienza e la sua certezza. Diceva di «volersi perdere» sempre più profondamente «nei Tre che la inabitavano» perché soltanto così riusciva a raggiungere tutti, a dare loro un “appuntamento” sicuro, a realizzare una vera unità anche con i più lontani. 
La Trinità era per lei «l’infinito nel quale possiamo muoverci attraverso tutte le cose».(…) E ogni legame sulla terra, ogni volta che si riesce ad intrecciarli, erano per lei riflesso dei legami trinitari. (…)
Elisabetta non era un’idealista, perduta in un suo beato «sogno spirituale».  Dell’umanità intera ella aveva la concezione più tradizionale: una massa di uomini peccatori tutti bisognosi del Figlio, del Padre e dello Spirito Santo.
Non aveva né dubbi né problemi sul fatto che tutti avessero bisogno di questa rivelazione e di questa salvezza, e coglieva infallibilmente un solo metodo di comunicazione: «bruciare dell’amore dei Tre» fino a incendiare il mondo; «riempirsi come un piccolo recipiente alla loro fontana di vita fino a far traboccare le ondate dell’infinita carità». (…)
«Riusciremo mai a capire quanto siamo amati?», questo era il suo cruccio; ed era anche il dramma del mondo. Questa era la verità di cui bisognava vivere, e il fatto di poterne vivere era già in se stesso l’annuncio atteso da tutta l’umanità.
La nuova bq

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