sabato 15 ottobre 2016

Un’alleanza contro la paura della morte



(Ferdinando Cancelli)«Professiamo quindi che ogni uomo e ogni donna, per quanto insignificanti possano apparire, hanno in sé una nobiltà inviolabile che loro stessi e i vicini debbono rispettare e fare rispettare senza condizioni; che tutta la vita umana merita per se stessa, in qualsiasi circostanza, la sua dignità».
Monsignor Óscar Arnulfo Romero pronunciò queste parole in una delle sue ultime omelie a San Salvador nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza per malati terminali non molto tempo prima di essere ucciso il 24 marzo 1980: nel libro Sorella morte (Milano, Piemme, 2016, pagine 275, euro 17,50) l’autore, monsignor Vincenzo Paglia, da agosto 2016 presidente della Pontificia Accademia per la vita e postulatore della causa di beatificazione del vescovo centroamericano, sembra tenerle nel cuore come un fil rouge che si ritrova in molti passaggi.
La “morte moderna”, per rifarsi al più volte citato Carl-Henning Wijmark, così lontana e così diversa dalla francescana “sorella morte” viene descritta dall’autore in modo attento e vivissimo. Dalle pressioni del mercato per rendere non solo «legale ma desiderabile l’eutanasia», fino al tradimento stesso della parola eutanasia che da morte buona ha finito per diventare un diritto individuale e una pratica pietosa, monsignor Paglia individua chiaramente nel crollo della «cultura umanistica che di fatto sostiene le relazioni umane nella società occidentale» il motivo alla base di quella cultura dello scarto che ha nella pratica dell’abbreviare la vita uno dei suoi più tragici epiloghi.
Etienne Montero, decano della facoltà di giurisprudenza dell’università belga di Namur, viene citato dall’autore per sottolineare l’ampliarsi del fenomeno eutanasico «rispetto al campo ristretto inizialmente previsto dalla legge», quel «piano inclinato» che i fautori della “dolce morte” vorrebbero mettere in dubbio ma che le cifre confermano.
Il rischio è quello di un passaggio dal “diritto di morire” al “dovere di morire”: al contrario monsignor Paglia invoca in molte pagine un serio e pacato dibattito sulle condizioni della fine della vita nella nostra società, un dibattito che a oggi in molti paesi e in particolare in Italia sembra ancora lontano.
Quasi — suggerisce l’autore citando le parole del teologo valdese Paolo Ricca — sembrerebbe mancare radicalmente la coscienza della morte che è sempre «una coscienza critica» senza la quale si rischia di favorire «l’accettazione supina e acritica del sistema». Il contributo che la fede cristiana può dare a un tale dibattito è di importanza capitale, a patto di aprire «una rinnovata e creativa stagione di riflessione teologica sulle realtà ultime» e tornando con forza a proporre ai credenti e agli uomini di buona volontà il tesoro centrale della nostra fede, quel «guardare oltre» che, solo, può davvero strappare il morente dalla solitudine e dalla marginalizzazione nelle quali sembra relegato dalla nostra società.
Significative le pagine nelle quali monsignor Paglia, rifacendosi «alla lunga esperienza di amicizia intessuta tra giovani e anziani che si vive, ad esempio, nella comunità di Sant’Egidio», indica i risultati che si potrebbero ottenere da una rinascita dell’alleanza tra generazioni, da una riscoperta di una concreta coesione sociale attorno a questi temi forti. «Gli anziani — scrive Paglia — attraverso la loro esistenza indebolita scuotono la sciocca pretesa dell’autosufficienza senza limiti e mostrano a tutti che la dipendenza reciproca è il senso stesso della vita: è la fraternità, è il diritto-dovere dell’amore vicendevole».
Nell’ultima parte del libro viene evidenziato il ruolo chiave della medicina palliativa, come antidoto sia all’accanimento terapeutico sia all’eutanasia e come orizzonte nel quale la proporzionalità delle cure e la considerazione delle dichiarazioni anticipate di trattamento possono portare a una vera alleanza terapeutica. «Se si guarda con più attenzione e profondità alle scelte che si compiono nei momenti estremi della vita — scrive l’autore — non può sfuggire una certa simmetria, a specchio, tra l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. Si tratta in fondo, in entrambi i casi, di pratiche che negano la morte come evento naturale. Sono atti che scaturiscono dalla stessa paura della morte: per questo si cerca di dominarla, con l’eutanasia anticipandola, con l’accanimento terapeutico rimandandola. Due forme di onnipotenza e di sconfitta».
Il libro termina con un augurio, quello di «un’alleanza tra tutti al fine di individuare un orizzonte comune ove iscrivere il senso del vivere e del morire» salvaguardando in tal modo il senso del mistero. «Nessun uomo può dire di conoscere se stesso se non si incontra con Dio (...). Non so che darei, cari fratelli — diceva un giorno monsignor Romero ai suoi poveri — perché il frutto di questa predicazione fosse che ciascuno di noi si ritrovi con Dio e che viva la gioia della sua maestà e della nostra piccolezza». La riconciliazione che Sorella morte sembra suggerire anche a noi.

L'Osservatore Romano

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