sabato 12 novembre 2016

Come Tolstòj ha sfidato la mia vita superficiale

Come Tolstòj ha sfidato la mia vita superficiale

Se qualcuno mi avesse chiesto un mese fa se pensassi di condurre una vita superficiale, mi sarei messa a ridere. Ma di recente ho letto attentamente La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstòj. Un vero schiaffo in faccia, che mi ha rivelato quanto abbia compiaciuto la mia presunta vita “autentica”.
La morte di Ivan Il’ič è la storia di un giudice di successo, appartenente all’alta società. Ivan Il’ič non ha mai riflettuto sull’inevitabilità della morte, fino al momento in cui si è trovato ad affrontarla faccia a faccia.
Un giorno, mentre sta appendendo le tende della sua bella casa, cade dalla scala e sbatte col fianco sulla maniglia della finestra. Sul momento Ivan crede di non essersi fatto nulla, ma poi inizia a sentire un dolore costante sul punto dove aveva sbattuto e ad avvertire uno strano sapore in bocca. Decide quindi di rivolgersi ai medici più illustri per capire se esiste una cura per il suo dolore.
Ma nessuno dei dottori è in grado di aiutarlo.
Col passare del tempo Ivan si trova di fronte ad una malattia gravissima, ma la famiglia non mostra alcun interesse alla sua sofferenza. Sua moglie e i suoi figli credono – a torto – che Ivan si sia semplicemente ammalato, e non che sia moribondo. Il servo Gerasim è l’unico personaggio a mostrargli compassione: si siede accanto a lui per tutto il giorno e di notte gli regge le gambe, poggiandole sulle sue spalle, per alleviare un po’ il dolore.
Sdraiato sul divano e in fin di vita, Ivan inizia e rendersi conto di quanto la sua vita fosse incentrata sulle cose sbagliate: accumulare ricchezze, decorare la sua casa, socializzare con la parte “migliore” della società, giocare a carte e concentrarsi sulla sua carriera. Ha sempre agito nel proprio interesse, mosso da una visione materialista della vita. Quando dovette affrontare le tensioni coniugali e la morte dei due figli, si rifugiava nel lavoro e negli incontri dell’alta società per sfuggire alla vita difficile e dolorosa di casa sua.
La tragedia del romanzo non sta nella morte di Ivan, ma nella passione con cui il giudice ha inseguito cose frivole e senza importanza, invece di ricercare cose giuste quali il paradiso e le relazioni autentiche.
Il racconto dà tanta speranza, Ivan riceve i sacramenti e muore redento. Ma per diversi giorni, dopo aver finito di leggere il libro, il suo messaggio mi ha perseguitata. Nonostante mi sforzi molto a “fare tutto come si dovrebbe”, proprio come Ivan, continuo ad essere distratta da cose mondane, invece di abbracciare la vita eterna alla quale sono chiamata (Timoteo 6:13).
Sono molti i modi che mi allontanano da una vita autentica, lasciandomi attrarre da cose superficiali. Mi succede ogni volte che:
  • Tiro fuori l’iPhone e guardo incantata le assurdità dei social network, invece di darmi da fare per risolvere i problemi tra mio marito, i miei figli e me.
  • Dedico del tempo a giudicare, a preoccuparmi e a discutere del panorama politico del nostro paese, sottovalutando nello stesso tempo il “panorama emotivo” dei miei famigliari.
  • Quando sono con la mia famiglia scelgo un intrattenimento passivo – come vedere un film – invece di attività che ci potrebbero coinvolgere di più: un gioco da tavola, una gita in famiglia, un’escursione al parco… Attività che senza dubbio all’inizio potrebbero rivelarsi più impegnative, ma che hanno dei grandi benefici nell’intimità emotiva.
  • Uso il mio lavoro di scrittrice come scusa per rimanere assorta, invece di essere pienamente presente e attiva nella vita reale che si svolge intorno a me.
  • Ignoro la sofferenza dei miei famigliari – mio marito stressato o mio figlio timido e solitario – perché altrimenti dovrei dare qualcosa di me stessa.
  • Mi rifiuto di rinunciare alla lista di cose da fare per sedermi accanto all’Ivan malato che se ne sta sdraiato sul divano del salotto.
Sebbene abbiamo criticato la tendenza di Ivan a banalizzare la sofferenza e a cercare i propri interessi, mi rendo conto di agire nello stesso modo.

La vita è una sfida, anche quando le cose vanno per il meglio. Non sono immune al mio desiderio di fuggire dalle avversità per creare situazioni “piacevoli e tollerabili”. Ma il romanzo di Tolstoj mi ha ricordato una cosa fondamentale: una vita tranquilla e incentrata sul materialismo e su rapporti frivoli non sarà mai uguale a una vita autentica caratterizzata dalla compassione e dalla generosità.
È ora di darmi da fare.
mtorg

Colleen Duggan

moglie e madre di sei bambini, è una scrittrice freelance per varie pubblicazioni cattoliche online. Ha un blog su www.colleenduggan.net.

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