venerdì 11 novembre 2016

Il sole dentro

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Il cristiano e la retta intenzione. Che cos’è il sacrificio? 

L’inedito ritrovato. Pubblichiamo stralci di un testo inedito del 1975 dell’allora rettore del Pontificio istituto biblico, che sarebbe poi diventato cardinale e arcivescovo di Milano, ritrovato dalla Fondazione Martini e raccolto nel volume "Il sole dentro" (Milano, Piemme, 2016, pagine 248, euro 17), con prefazione del priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi.

(Carlo Maria Martini) Ciò che vorrei sottolineare è l’“importanza fondamentale dell’intenzione retta”, che è il sacrificio per eccellenza del cristiano. Tutto, se vogliamo dire così, si può riassumere nella “retta intenzione”, la quale è il sacrificio per eccellenza.

Ma che cosa è il sacrificio? Noi, talora, abbiamo del sacrificio una idea un po’ negativa — il sacrificio come rinuncia —; in realtà, l’essenza del sacrificio — quella che ha spiegato con parole profonde soprattutto sant’Agostino, e che è presente nella Bibbia, nel nuovo testamento in particolare — non è tanto la rinuncia, quanto la dedicazione a Dio. Sacrificio vuol dire “fare sacro”, “rendere sacro”. Quindi, se è vero che il sacrificio si esprime nell’antico testamento nella morte della vittima, lo fa nel senso di una dedicazione totale: l’uomo “rinuncia e dedica”. La vera grandezza del sacrificio non è la morte in sé, ma la dedicazione, la consacrazione totale che la morte significa. Questa consacrazione a Dio, questa dedicazione della vita a Dio è per eccellenza l’opera di Gesù.
Che cosa è venuto a fare Gesù sulla terra? Come ci dice la lettera agli Ebrei, «non hai voluto sacrifici né olocausti» (10, 5), cioè non hai voluto cose di questo genere, che indicavano sì la dedizione dell’uomo a Dio, ma in maniera vicaria, in maniera sostitutiva, hai detto: «Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 7).
Ecco il sacrificio perfetto di Gesù. Non è dato tanto dalla morte come tale. La morte è solo l’espressione evidente di questa dedicazione portata fino all’ultimo, oltre la quale non si può andare; ciò che conta è però la dedicazione totale della volontà: «Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà». Come dice Gesù nel vangelo di Giovanni, «il mio pane è fare la volontà di Colui che mi ha mandato» (4, 34).
Questa è l’essenza della vita di Gesù. E l’Eucaristia è il sacrificio per eccellenza perché è il Cristo che si mette in piena disponibilità, in totale disponibilità alla volontà del Padre, significando nel pane e nel vino la sua morte, figura di quella disponibilità oltre la quale non si può andare. L’uomo, infatti, non può andare al di là della sua vita. La morte significa la disponibilità fino all’ultima possibilità esistente. E questa comprende la capacità di rinunciare, di sacrificarsi, fino al rischio di perdere anche la vita. Ciò è significato non soltanto nella morte, come ci insegna il nuovo testamento, ma anche nella risurrezione e ascensione, perché si tratta sempre della totale pienezza di Cristo presso il Padre, e quindi della totale disponibilità che viene coronata da Dio.
Radice di tutto questo, che cosa è? È una cosa altrettanto semplice: la volontà di Cristo di offrirsi. Questa è la radice di tutto. Per questo la devozione al sacro cuore di Gesù, bene intesa, conduce al centro stesso dell’essere di Cristo, che è, infatti, la sua volontà di dono.
L’Eucaristia comprende, mette tra le nostre mani tutti i giorni, attraverso il rinnovamento delle parole, dei gesti di Gesù e della sua stessa presenza, la sua volontà di donarsi. Gesù Cristo ancora oggi viene tra noi in forma di offerta sacrificale, per esprimere la sua volontà assoluta, perfetta, di dono.
Quindi, tutto il sacrificio di Cristo si riassume nella sua intenzione retta, cioè nella volontà di darsi totalmente a Dio. Questa è l’essenza di ciò che Egli ha fatto e ha vissuto. E noi, in che maniera possiamo «fare tutto nel nome del Signore Gesù», «per la gloria di Dio», «rendendo grazie in ogni cosa»? Concretamente, immolandoci con l’intenzione retta, unendoci alla volontà di dono di Gesù. È il “sì” della Madonna che riassume tutti gli atteggiamenti possibili del cristiano e rende a Dio gloria perfetta. Un “sì” che suppone un “no”, quindi una rinuncia a tante cose che non si adattano, che non convergono, che ci impediscono il dono. È tutto quanto positivamente sta nella semplicissima volontà di donazione che ci unisce perfettamente al cuore di Cristo, e quindi che ci consacra a Dio, che ci permette di compiere il sacrificio cristiano, quello per il quale siamo tutti sacerdoti. Perché, giustamente, dopo il concilio si parla tanto di “sacerdozio dei fedeli”? Perché questo è il sacerdozio reale, il sacerdozio pieno, il sacerdozio definitivo. Come Cristo è stato sacerdote offrendo se stesso con la propria volontà di dedizione al Padre, così ogni cristiano è chiamato a fare di sé il medesimo dono e la medesima offerta. Questo è il sacerdozio della Chiesa. Il sacerdozio ministeriale, quello dei preti, per intenderci, è espressione del sacerdozio sacramentale; è, in qualche maniera, al servizio di quello reale, in modo da far sì che tutti siano aiutati dal Cristo sacerdote a offrire se stessi. E mentre il sacerdozio sacramentale scomparirà, il sacerdozio reale, cioè quello dell’offerta, resterà per sempre: sempre, l’uomo sarà offerta perfettissima di sé a Dio per tutta l’eternità. Questo è, quindi, il vero sacerdozio definitivo, quello che ci unisce al sacerdozio di Cristo. Mentre quello ministeriale ha la sua dignità immensa, perché è il Cristo che santifica, è però al servizio del sacerdozio reale, cioè all’intenzione retta dei fedeli, che soccorre attraverso la predicazione, i sacramenti, l’offerta sacramentale di Gesù che vivifica, che attira e che stimola la nostra offerta personale.
Tutto ciò che è nella Chiesa trova il suo senso definitivo solo nell’offerta di noi: senza questa, la Chiesa non ha senso, ha perso il suo scopo.
Anche la vita di consacrazione è, in fin dei conti, “consacrazione della volontà”, dono totale di noi, e quindi qualcosa di estremamente semplice, qualcosa che corrisponde all’intimo desiderio di unificazione e semplicità che sentiamo in cuore, qualcosa che corrisponde alla semplicità dell’amore, il quale ha un gesto solo, una parola sola. Chiediamo che, attraverso la Parola di Dio, che è frequentemente sulle nostre labbra e nei nostri cuori, noi possiamo conoscere il segreto di semplicità che è di Cristo, della Madonna e dei santi e possiamo arrivare così a santificare in maniera semplice ogni azione della giornata, e a fare di ogni azione motivo di lode, di ringraziamento, di riconoscenza e di offerta.

L'Osservatore Romano

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