sabato 19 novembre 2016

La resurrezione ai tempi della scienza

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di Tommaso Scandroglio
Oltre il freddo della morte c’è l’ibernazione umana. Lei ha 14 anni, vive vicino a Londra e le viene diagnosticato un tumore incurabile. Lotta, soffre e soprattutto spera. Spera che qualcosa o qualcuno la possa strappare alla morte. Ma il suo destino è già segnato. Allora la ragazza chiede ai genitori divorziati di essere ibernata. In tal modo, così si augura, un giorno potranno destarla da quel torpore glaciale e come una bella addormentata risvegliarsi alla vita, tra cento e più anni quando avranno trovato una cura per tutti i tumori, compreso il suo. Una favola noir.
Il padre però si oppone e il caso finisce davanti all’Alta Corte inglese. Alla malata terminale viene chiesto di spiegare le sue ragioni e lei lo fa: «Mi è stato chiesto di spiegare perché voglio questa procedura inusuale. Ho solo 14 anni e non voglio morire, ma so che morirò. Penso che essere crioconservata mi dia la possibilità di essere curata e di svegliarmi un giorno, anche se tra centinaia di anni. Non voglio essere seppellita sottoterra. Voglio vivere e penso che in futuro troveranno una cura per il mio cancro e mi sveglieranno. Voglio avere questa possibilità. Questo è il mio desiderio». Parla di “svegliarsi” la piccola, quasi che la morte fosse davvero un sonno. E pare quasi di vederla che si addormenta nel suo letto con la certezza che, come ogni altro giorno, la mattina dopo aprirà gli occhi e correrà a scuola.
Il giudice è anche andato a trovare l’adolescente in ospedale e ha riferito che è rimasto toccato da questa esperienza. Alla fine l’Alta Corte ha deciso di accondiscendere alla richiesta della giovane. Non è, in punta di diritto, un Sì all’ibernazione, ma più tecnicamente i giudici sono stati chiamati a valutare chi tra i due genitori poteva decidere dell’inumazione della figlia, dato che lei non aveva capacità giuridica per fare testamento e quindi per decidere delle proprie spoglie mortali. La sentenza ha dunque dato ragione alla madre che acconsentiva ai desideri della figlia. Però nonostante questo il pronunciamento emesso dai giudici suona tanto come una sentenza di risurrezione. Nel frattempo, un mese fa, la ragazza ha lasciato questo mondo e il suo cadavere ora giace in un sifone a meno 130 gradi presso un’azienda specializzata statunitense.
Per un attimo lasciamo – è il caso di dire – in pace la giovane sventurata e occupiamoci invece di chi ormai maturo decide di farsi crioconservare dopo morto. Pare che siano circa 300 le persone decedute e attualmente ibernate tra Usa e Russia, gli unici due posti in cui, da quel che si consta, è possibile accedere a questa pratica da surgelati. Un cimitero a sottozero. Altri mille sono in lista d’attesa, i quali verranno prontamente accontentati appena la signora con la falce avrà fatto loro visita. I costi variano dai 50mila ai 200mila dollari per conservarsi almeno 300 anni. Se ti scongelano prima, viene da chiedersi chi potrà mai protestare. Il costo scende a 80mila se decidi di farti mettere in freezer solo la testa: l’idea è quella di impiantarla in futuro in un corpo sano. 
Qualche riflessione di carattere clinico. In medicina c’è un solo processo irreversibile: è la morte. Se uno è morto non può tornare a vivere, Dio permettendo. Qui si congela la morte, non la vita. Quindi crioconservare un cadavere non serve a nulla. Sarebbe un inedito caso di accanimento terapeutico post-mortem. Rectius: una sofisticata tecnica di crio-imbalsamazione. Seconda riflessione: se iberniamo invece una persona viva, perché malato terminale, possono accadere due cose. O muore oppure, se anche riuscissimo a scongelarla in un futuro lontano, la persona avrebbe riportato tali e tanti danni – in primis all’encefalo – che la morte sarebbe comunque imminente. 
Qualche riflessione invece di carattere antropologico. In primo luogo l’ibernazione è frutto di una visione scientista che vede l’uomo solo come una macchina, non come un corpo che custodisce in sé un’anima che dà vita al corpo. Una macchina a cui basta sostituire la batteria scarica e per incanto riprende a camminare. Siamo cioè allo zero kelvin dell’ateismo: credere in una vita eterna elargita da scienze umane, una resurrezione tecnologica. Pura gnosi dove la scienza è onnipotente come Dio e riesce a dare la vita ai morti. La madre della ragazza sembra quasi che si sia rivolta ai giudici come Marta si rivolse a Gesù per far resuscitare il fratello Lazzaro.
Poi c’è da evidenziare un paradosso che paradosso non è. Con l’eutanasia si interrompe la vita, con la crioconservazione si vuole non tanto interrompere la morte, ma sospenderla e quindi si vuole annullarla. Ma il minimo comune denominatore è il medesimo: avere il potere assoluto sulla propria vita, tentare di mettere in scacco la morte e, in questo caso, eternarsi all’infinito. 
Torniamo alla povera ragazzina prematuramente scomparsa alla quale ovviamente nessun rimprovero può essere mosso a causa della sua giovane età e dell’infinita voglia di vivere. In questa sua scelta che spera l’insperabile si riverbera con commozione l’eco di un grido disperato: “non voglio morire”. Il grido di tutti noi quando scopriamo che siamo arrivati all’ultima pagina del diario della nostra vita. La giovane londinese però ha aggiunto – un’aggiunta struggente: e se morirò vorrò rivivere. E’ la promessa di risurrezione fatta da Cristo a ciascuno di noi. Una promessa però che non passa da un fusto in alluminio in cui seppellirsi come un merluzzo congelato, ma in due tronchi uniti a croce tra loro. Cara, carissima ragazza senza nome, riposa in pace perché la tua richiesta verrà un giorno esaudita da Dio.

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