giovedì 17 novembre 2016

Le parole cristiane che uniscono.


(Luis Badilla - ©copyright) Ovviamente non intendiamo polemizzare con i quattro porporati che hanno scritto il 19 settembre scorso una lettera al Santo Padre per porre alcune domande, espressioni dei loro dubbi su alcuni passaggi dell’Amoris laetitia. Sul merito della questione, se esiste, altri hanno i titoli e le conoscenze, non certamente il sottoscritto. Alcuni lo hanno già fatto, per la verità pochi.
Non ci piace il silenzio tombale che sta coprendo questa triste vicenda mentre alcuni siti, conosciuti per le loro posizioni critiche nei confronti del Papa, così come alcuni avventori dei Bar “Twitter” e “Facebook”, sono attivissimi. 
Sarà il Papa a risolvere la questione come vuole e quando vuole. Noi, nel nostro piccolo, vogliamo rompere questo curioso cerchio di silenzio, con alcune domande e null’altro.
Si tratta di una faccenda nella quale i cattolici, almeno così la penso io senza voler parlare a nome di altri, si dovrebbero astenere di comportarsi come tifosi. Non c'è nessuna partita tra squadre diverse da risolvere con una vittoria o una sconfitta. Non c'è neanche nessuno scontro al vertice tra il Pontefice e alcuni suoi cardinali.
Dunque non entriamo nella controversia, diventata ancora più delicata - anzi, delicatissima - dopo l'intervista del cardinale Burke a Edward Pentin (National Catholic Register) dove anticipa, minaccia, una sorta di atto formale di correzione del magistero del Papa se Francesco non risponderà alla lettera.
Ci poniamo alcune domande dolorose che, immaginiamo, turbano moltissimo le coscienze e la serenità di non pochi cattolici. 
1) Non ci sembra scandalistico né inappropriato che i cardinali, molti, pochi o qualcuno, si rivolgano in privato, per porre dubbi e perplessità, al Papa. Accade d'anni ed è un'esperienza che hanno vissuto diversi Papi dopo il Concilio Vaticano II. In alcune circostanze è stato chiesto al Pontefice una parte riservata all’interno di un Concistoro per trattare cose delicate, importanti, senza il clamore e le mediazioni della stampa che si sa come si comporta in questi casi. 
2) Ci sembra invece almeno sorprendente che si agisca come gruppo (ed è ben noto che non è la prima volta), come cordata, come corpo separato, nei confronti del Papa. A questo punto i dubbi della lettera diventano marginali perché ciò che appare come preminente è un'operazione contro il Pontefice; operazione pensata e programmata come una escalation anti-papale molto funzionale alla tecnica, in atto da qualche anno, del "Character Assassination". 
3) Risulta incredibile che questi firmatari, non avendo ricevuto risposta personale dal Papa, come arma di pressione, e forse di discredito, abbiano deciso di informare i loro giornalisti amici, consegnando loro copia di una lettera inviata in forma privata al Santo Padre (quindi documento divenuto proprietà del Papa come erano quelli che Paolo Gabriele sottraeva dalla scrivania di Benedetto XVI), quasi volessero denunciare pubblicamente il Pontefice. Allora perché non si sono rivolti al Papa da subito con una lettera pubblica, aperta? Perché questa pretesa operazione di logoramento?
Una cosa simile non si era mai vista. 
4) Nel caso specifico del card. Burke, molto impegnato da tempo in rilasciare ovunque interviste e commenti anche su Trump e dintorni, la cosa appare più sorprendente ancora. Lui, come si sa, ha spedito al Papa, insieme con gli altri tre porporati, il 19 settembre, la lettera pubblicata in questi giorni in diverse testate web. Lo scorso 10 novembre il card. Burke è stato ricevuto dal Papa in udienza privata. Ci domandiamo: avrà chiesto spiegazioni al Papa sull'attesa risposta? Avrà detto al Papa: Santità visto che Lei non ci ha risposto daremo ai nostri giornalisti amici il testo della lettera privata? Avrà detto il cardinale Burke al Papa: Santità se Lei non corregge l'Amoris laetitianoi faremo un documento per correggere pubblicamente il suo magistero? 
5) Questi prestigiosi cardinali nel loro pianificare, concordare e agire in concorso, si saranno posti la questione della coscienza, sensibilità e stato d'animo dei cattolici quando questi sarebbero venuti a conoscenza di tutto ciò che poi i porporati hanno fatto per mettere in difficoltà il Papa?  Avranno meditato sulle conseguenze di questi loro comportamenti? Si saranno sentiti anche loro responsabili della serenità dei cattolici, dell'unità della Chiesa, della rilevanza unica e  insostituibile del Successore di Pietro? 
6) E poi, dove ci sono gli appigli canonici per paventare, anzi minacciare, una correzione formale pubblica del magistero pontificio? Il cardinale Burke, con le sue dichiarazioni di oggi a E. Pentin, sino a questo momento non smentite, ha introdotto nella vita della comunità ecclesiale un gravissimo, tremendamente doloroso, elemento di disturbo e disorientamento. Ne è consapevole il porporato?




Con le famiglie ferite

(Beniamino Stella) Spazzare via dalla vita familiare scoraggiamenti e chiusure, per dare via libera «all’arte del discernimento, all’impegno di accompagnare quanti sono feriti, alla creatività pastorale per integrare tutti nella comunione con Dio e con la Chiesa». Ecco i suggerimenti concreti presentati dal cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, durante la messa celebrata ad Assisi, domenica scorsa, 13 novembre, durante il convegno «Vi occuperete di pastorale familiare», promosso per riflettere sull’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia.

«Davanti alla varietà della realtà matrimoniale e alle situazioni complesse di tante famiglie — ha fatto presente — bisogna proporre la verità evangelica» evitando «che sia accolta come un peso insopportabile, imposto sulle spalle della gente, una pietra scagliata contro la loro coscienza o addirittura un ostacolo a varcare la soglia della Chiesa». 
Non ha nascosto le «guerre» che toccano da vicino la famiglia: «Relazioni indebolite e frammentate dalla cultura dell’immediato e del provvisorio; diritti non riconosciuti; impossibilità, in tanti casi, di una vita dignitosa e sicura, con la conseguenza che alcuni sono costretti a rinunce e sacrifici o a dover lasciare la propria casa e migrare in cerca di lavoro; un esasperato narcisismo e un’idea di autonomia personale, che generano talvolta la rottura dei legami». A tutto ciò «si aggiungono le sfide connesse a ogni relazione di coppia e a quella tra genitori e figli». E c’è senza dubbio il rischio di cadere nella tentazione dello scoraggiamento di fronte ai «segni di sconfitta, cedimento, violenza che spesso feriscono le nostre famiglie e la società». Tanto che ci si potrebbe domandare se «fidarci ancora delle promesse di Dio» e anche cosa possa «fare la Chiesa in questa situazione». Suggerendo subito «un metodo che potremmo declinare in tre passaggi», il cardinale Stella ha spiegato che «il primo passo è quello di una coraggiosa e realistica lettura della realtà per operare in essa un discernimento spirituale». 
Il Vangelo, del resto, «non è né un romanzo, né una favola cosparsa di zucchero ma invita a non fuggire davanti alla complessità e alla fragilità della vita. La comoda scappatoia della fuga in un mondo ideale, la sicurezza della legge che guarda le cose a distanza e senza coinvolgersi, o il facile giudizio di condanna, non sono la strada giusta».
«Siamo chiamati invece — ha spiegato il porporato — all’opera del discernimento: osservare la realtà, porci delle domande, approfondire le situazioni e interpretarle alla luce del Vangelo, imparando a condividere nella compassione le ferite dei fratelli e della storia». È proprio «questa la via che il sinodo ha voluto tracciare per la pastorale della famiglia: andare oltre un annuncio meramente teorico e sganciato dai problemi reali delle persone e trovare nuove vie per raggiungere gli sposi e le famiglie».
«Il secondo passaggio», ha indicato il cardinale, sta nel «rinnovare la fiducia nel Dio della misericordia, che si prende cura della nostra vita e delle nostre famiglie in ogni circostanza della vita e in qualsiasi situazione. Non basta, infatti, saper leggere la realtà e le situazioni; occorre che vi sia uno sguardo di fede, senza il quale sarebbe grande il pericolo dello scoraggiamento e incerto il nostro agire». Gesù «ci libera dalle interpretazioni catastrofiste, talvolta annunciate anche oggi dai “veggenti” di turno o dai “profeti di sventura”». E così «quando alcuni legami matrimoniali e familiari si spezzano, quando l’amore è appesantito dalla stanchezza o ferito dall’egoismo e dalle infedeltà, quando le situazioni particolari di una relazione non riescono a integrarsi pienamente con l’ideale evangelico del matrimonio, dobbiamo testimoniare, con ancora più passione, l’amore misericordioso di Dio che non permette neanche a un capello del nostro capo di perire».
Il cardinale Stella ha dunque invitato a «perseverare e crescere nella fede, credere nella famiglia anche quando i legami sono feriti, promuovere l’azione pastorale e nella missione ecclesiale, anche dinanzi alle situazioni più difficili». La fede cristiana, infatti, «è visione di una promessa che rimane sempre oltre e perciò, anche nelle situazioni personali o sociali che sembrano più ostili, essa richiede alla nostra vita la disponibilità a metterci in cammino, ad abbandonare le proprie sicurezze e a gettarsi fiduciosamente fra le braccia di Dio, nella ferma speranza che Egli verrà incontro alla nostra supplica e non permetterà che vacilliamo».
Perciò, ha affermato, le famiglie, anche quando sono nel pieno delle crisi «devono camminare in questa fede perseverante: nella notte della fragilità, del dolore e dell’incomprensione, Dio è vicino, si fa custode della famiglia; non permetterà che vada distrutto quel luogo che Egli stesso ha consacrato come santuario della sua presenza e spazio dell’amore e del perdono».
«Perseverate» è il consiglio che il cardinale Stella ha voluto suggerire alle famiglie: «Non arrendetevi alla cultura dell’individualismo e del facile godimento; non lasciate che i ritmi, talora eccessivamente frenetici, vi impediscano di abbracciarvi senza fretta, di dialogare, di imparare ogni giorno a donarvi; non succeda che il vostro matrimonio diventi acqua stagnante che si corrompe; al contrario, sappiate amarvi coraggiosamente con la stessa tenerezza del Signore, così da fare delle sfide quotidiane una reciproca occasione di maturazione».
E lo stesso suggerimento — «perseverate» — è stato rivolto dal prefetto anche ai sacerdoti: «Dinanzi alle situazioni pastorali più complesse è forte la tentazione di scoraggiarsi, di rinchiudersi in canonica o di vivere il ministero solo col gruppo ristretto dei fedelissimi». Ma «a noi è richiesto il coraggio di una semina generosa e abbondante, che raggiunga ogni persona, ogni tipo di terreno; liberati dal rigorismo della legge, dal fascino di sentirci capi delle persone, dalla fissazione sui nostri schemi e sulle nostre idee, dobbiamo essere audaci annunciatori del Vangelo e, insieme, pastori compassionevoli, che ascoltano, accompagnano e curano le ferite del popolo».
L'Osservatore Romano


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Le parole cristiane che uniscono. Insensata pretesa usare Chesterton contro il Papa 
Avvenire 
(Andrea Monda) Se ne vedono tante, sulla Rete. Ma scoprire che da qualche tempo uno scrittore come Gilbert Keith Chesterton (GKC), campione della gioia, dell’umorismo e dell’amore per la Chiesa cattolica, sia utilizzato come un randello contro il Papa è davvero il colmo. Il povero GKC ridotto a malleus pontificorum, chi glielo doveva dire? 

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