lunedì 7 novembre 2016

L’orizzonte della condivisione



Abbazia di Niederaltaich


Osservatore Romano
5 novembre 2016
di ENZO BIANCHI
Pubblichiamo l’intervento del priore di Bose in occasione del conferimento del Premio intitolato a Emmanuel Heufelder (1898-1982) per l'impegno ecumenico
Icona dello Spirito santo,
il monachesimo è una vivente epiclesi ecumenica.
(Paul Evdokimov)
Introduzione
Sua Eccellenza il vescovo Andrej della diocesi di Austria, Svizzera, Italia e Malta della Chiesa ortodossa serba, amico carissimo del Monastero di Bose e mio personale, amati Metropoliti e Vescovi delle Chiese ortodosse,
amato p. Abate Marianus Bieber e comunità tutta di questa Abbazia di Niederaltaich,
Egregi professori, fratelli e padri provenienti da così numerose Chiese,
Onorevoli amici,
Voi tutti che siete qui presenti a questo incontro fraterno:
Vorrei innanzitutto esprimere il ringraziamento più vivo per questo premio che viene oggi conferito a me e alla comunità monastica di Bose, di cui davvero non siamo degni, e la mia profonda gioia di essere qui in mezzo a voi!
Mi sono chiesto a lungo quale argomento trattare in questa felice occasione, mi sono consultato con alcuni di voi, amici da anni del Monastero di Bose, e penserei di proporvi, con umiltà, alcune riflessioni sul rapporto tra monachesimo e dialogo ecumenico.
Per analizzare il rapporto tra monachesimo e dialogo ecumenico, è necessario innanzitutto riconoscere che proprio il monachesimo – questa via radicale di sequela di Cristo per ducatum evangelii (Regula Benedicti Prologo 21), «sotto la guida del Vangelo», questa via che è stata definita «di perfetta carità» – in verità fino ai tempi recenti è stato spesso una contraddizione a ogni possibile rappacificazione tra cristiani e tra chiese.
L’abbazia di Niederaltaich
Solo dalla fine del XIX e soprattutto dall’inizio del XX secolo, da quando cioè l’ecumenismo è apparso come una possibile via di comunicazione e riconciliazione tra le chiese, anche i monaci hanno iniziato ad assumerlo come un segno dei tempi, lasciando che la prospettiva ecumenica ispirasse la struttura, la preghiera e la vita spirituale delle loro comunità. Oggi, a distanza di oltre un secolo da questi inizi, c’è la chiara coscienza che monachesimo e dialogo ecumenico non possono essere letti e compresi l’uno senza l’altro: si fa dunque sempre più evidente che nel cammino di riconciliazione tra chiese proprio il monachesimo costituisce una via privilegiata, perché consente addirittura una vita comune in cui è possibile non solo la conoscenza ma il vivere insieme riconciliati, in attesa e nella ricerca paziente dell’unità piena in una chiesa plurale, una chiesa di chiese capaci di riconoscersi in un’unica confessione di fede.
1. La vita monastica come luogo ecumenico
Una premessa si impone: il monachesimo costituisce un fenomeno umano prima ancora che cristiano. Presente in tutte le grandi religioni, anche in quelle come l’islam che hanno cercato di negarlo di fatto, si nutre di un’antropologia propria: il celibato, la vita interiore in comune o nella solitudine, la ricerca dell’assoluto, l’ascesi nelle differenti forme sono tutti elementi di una vita così segnata nella carne, nel corpo, in tutta la persona, che di fatto inducono alla consapevolezza di una somiglianza, di una «monotropia» (cf. Sal 67 [68],7 LXX) tra quelli che li vivono pur in contesti religiosi differenti.
Proprio per questo il dialogo interreligioso è praticato soprattutto nei monasteri, e a partire dalla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso cresce e si intensifica in modo poco appariscente ma intenso e profondo, soprattutto attraverso la pratica dell’accoglienza reciproca e delle soste nei monasteri, fino alla condivisione della vita quotidiana e di alcune pratiche ascetiche. Questa qualità di fenomeno antropologico non andrebbe dunque minimizzata o tralasciata, perché è anche grazie ad essa che il monachesimo appare un fenomeno pan-cristiano: essendo nuovamente presente in tutte le chiese, costituisce già di per sé una realtà condivisa, dotata di una vocazione a unire e non a dividere.
Ma ci sono anche altre ragioni che rendono il monachesimo un eminente luogo ecumenico.
a) Innanzitutto il monachesimo risale a monte delle divisioni della chiesa: le sue radici si trovano addirittura nell’ecclesia ex judaeis, la chiesa siriaca erede diretta delle comunità giudeo-cristiane neotestamentarie. È infatti in seno all’unica chiesa che, nel III e IV secolo, la vita monastica è nata e ha assunto quei tratti essenziali e definitivi che la costituiscono. Di conseguenza nel monachesimo restano come impressi indelebilmente i caratteri della chiesa indivisa, caratteri teologico-patristici, liturgici ed ecclesiologici. Come dimenticare che la testimonianza carismatica del monachesimo nei tempi della chiesa indivisa era inserita nella koinonía della chiesa locale, il cui cuore era l’eucaristia presieduta dal vescovo? E come dimenticare che la vita monastica era vita di semplici battezzati, vita laicale, nient’altro che una diaconia tra le numerose presenti in una determinata chiesa, una diaconia i cui membri si professavano impegnati semplicemente a vivere e sviluppare in modo «altro» la vocazione battesimale? Finché c’è stata unità delle chiese, uno è stato il monachesimo, e la sua espressione occidentale ha sempre riconosciuto la propria fonte nel monachesimo orientale dei padri del deserto, di Pacomio, di Basilio, percependolo come sua radice e come «orientale lumen» (cf. Guglielmo di Saint-Thierry, Lettera d’oro 1,1).
Esiste dunque questa prima ragione per fare del monachesimo un luogo ecumenico, ed è una ragione inscritta nella sua origine, una ragione che porta ogni comunità a dire alla chiesa unita: «In te le nostre fonti!» (Sal 87,7). Si ricordi in proposito la conclusione della Regula Benedicti, che invita il monaco che vuole progredire oltre lo stadio del principiante ad abbeverarsi alla «regola del nostro santo padre Basilio» e agli insegnamenti dei padri orientali contenuti nelle Collationes, negli Instituta e nelle Vitae (cf. RB 73,4-6).
b) In secondo luogo, il monachesimo è sorto in vista di una radicale sequela di Cristo, dunque come via di santità, ed è certo che la santità perseguita nella vita monastica, anche se in confessioni diverse, è azione di unità; anzi, usando l’espressione coniata da san Bonaventura nel suo Itinerarium mentis in Deum, è «sursum actio» (I,1,14), è l’azione per eccellenza, quella più efficace in vista dell’unità. Chi ricordava questo con forza profetica e autorevolezza carismatica era Matta el Meskin, il padre spirituale del monastero di San Macario in Egitto recentemente scomparso, in un famoso scritto del 1967: l’unità vera della chiesa – scriveva – dev’essere perseguita innanzitutto nella vita spirituale come cammino che accetta la debolezza della croce in cui può trionfare la forza di Dio (cf. 1Cor 1,17-25), come santità luminosa plasmata da Dio sul volto dei cristiani (cf. 2Cor 4,6); è da rifuggire invece un’unità fondata solo sulla spinta affettiva, vissuta come protagonismo oppure come coalizione di forze «contro» qualcuno, o ancora come desiderio di accrescere il numero e la forza.
La coscienza che la santità unisce al di là delle barriere confessionali è condivisa da tutte le chiese, e tutti sottoscriverebbero le parole del metropolita ortodosso Evloghij (Georgevskij, 1868-1946): «Uomini come san Francesco d’Assisi e san Serafim di Sarov nella loro vita hanno già realizzato l’unità della chiesa», o di p. Porfyrios di Kafsokalìvia: «Raggiungeremo certamente l’unità dei cristiani quando avremo vinto l’egoismo dentro di noi, per non amare altri che il Signore Gesù, e in lui i nostri fratelli». Di fronte alla santità ci si accorge che i muri confessionali non salgono fino al cielo e che la parádosis del carisma monastico, vera trasmissione dello Spirito santo, è passata nelle diverse chiese. Oggi poi, dopo l’esperienza del XX secolo, siamo consapevoli della santità manifestata dai martiri - non pochi dei quali erano monaci - che sotto i regimi totalitari hanno dato la vita per Cristo e per i fratelli perseverando nella fede. Sì, è stata vissuta nel martirio una comunione più profonda di quella visibile!
L’“ecumenismo del sangue” (laddove sono oggetto di persecuzione, i cristiani lo sono insieme!) non è un ecumenismo minimalista (come alcuni suoi critici ritengono), poiché l’esperienza del martirio è l’esperienza suprema che esprime il cuore della fede cristiana, che impone ai cristiani di convertire il proprio modo di pensare l’ecumenismo e l’unità (all’ecumenismo del sangue, come ha ricordato il patriarca Yuhanna di Antiochia, deve essere associato un ecumenismo del pentimento e della conversione: conversione che significa orientamento della mente e del cuore a ciò che Dio fa e vuole fare). Nel martirio infatti vediamo come l’unità non sia qualcosa che costruiamo noi, con le nostre forze: è Dio che l’ha già realizzata nei martiri per mezzo del suo Spirito; riconoscere il martirio dell’altro (dell’altra chiesa) significa de facto riconoscere lo Spirito “che soffia dove vuole”, al di là dei confini visibili della propria chiesa. Di questo occorre essere maggiormente consapevoli e trarne le conseguenze per il cammino ecumenico. Si tratta di convertirsi da un ecumenismo che pretende di costruire l’unità a partire dalle divisioni, a un ecumenismo che accoglie l’unità dal futuro di Dio per superare le divisioni che noi uomini abbiamo realizzato nel passato!
Santità dunque come forza di convergenza, di comunione e testimonianza comune: chi può dimenticare, per es., ciò che rappresenta oggi in occidente – nell’occidente cattolico e riformato – un santo come il monaco ortodosso Silvano dell’Athos? E come dimenticare che nella chiesa ortodossa della Panaghìa di Kritsa a Creta si può ammirare un antico affresco raffigurante Francesco d’Assisi con la scritta Ho Haghios Frankìskos? Se i monaci e le monache rispondono davvero alla loro vocazione di unificazione interiore, di comunione vissuta, di riconciliazione sempre rinnovata, di misericordia continua – solo di questo infatti si dovrebbe nutrire la loro vita quotidiana! –, allora saranno servitori di unità, ministri e servi della comunione anche ecclesiale. «I santi – diceva ancora il metropolita Evloghij – sono cittadini della chiesa una e universale e abbattono i muri di separazione eretti da cristiani non fedeli al comandamento nuovo»…
c) Un’altra ragione che fa del monachesimo un luogo ecumenico, è il dato che la vita monastica si vuole in ogni tempo vita di conversione, di ritorno alle fonti, al Vangelo. Non è un caso che si attribuisca al padre dei monaci, Antonio, ormai anziano di anni e di vita monastica, un apoftegma in cui egli afferma: «Oggi stesso io ricomincio!», cioè: «Anche oggi provo nuovamente a convertirmi, a ritornare al Signore!». Proprio per questa dinamica la vita monastica, in oriente come in occidente, è caratterizzata dal sopraggiungere di «riforme», come se la sua profonda dinamica consistesse in una successione di riforme senza fine. Conversione e riforma fanno parte del cammino personale e comunitario del monachesimo, sicché questo deve essere costantemente rinnovato. È vero che l’adagio suona «ecclesia semper reformanda», ma questo si è concretizzato poche volte nella storia della chiesa, e talora con una lentezza tale da vanificare gli sforzi. Nella vita monastica invece si può dire che ogni secolo – e a volte addirittura ogni generazione – ha conosciuto una riforma in cui si è cercato di ripartire da capo, di ricominciare in un’obbedienza e in una fedeltà al Vangelo più profonde.
Davvero nel monachesimo, nonostante le contraddizioni dei suoi membri, lavora il fermento della parola di Dio, e così, di riforma in riforma, la diaconia della vita monastica accompagna la chiesa. Noi chiamiamo «fondazioni» queste dinamiche, perché amiamo enfatizzare il ruolo e la persona dei fondatori, ma in realtà questi sono solo dei «riformatori» perché la vita monastica è parádosis, «tradizione», e non fondazione di qualcosa di nuovo. Basilio riforma il monachesimo eustaziano esistente; Benedetto riforma la vita monastica presente nella regione di Roma; Romualdo, Bruno, i padri cistercensi, Stefano di Muret, Bernardo riformano un monachesimo tradizionale rispondendo ai bisogni dei tempi nuovi… Analogamente, in oriente, in ogni monastero è sempre un uomo spirituale che, senza bisogno di nuove «regole», fa ripartire con rinnovato vigore la carovana monastica nel deserto.
d) Infine, scorgo un’altra ragione che fa del monachesimo un luogo ecumenico, ed è quella dell’essere un’epiclesi, un’invocazione continua dello Spirito, vissuta nelle chiese. Questa definizione di monachesimo come «epiclesi» è propria di Paul Evdokimov, ma sovente la si ritrova sotto la penna di Olivier Clément: vita assunta per ispirazione dello Spirito santo, è vita che può essere vissuta solo con il suo continuo aiuto e nel suo incessante dinamismo. Per questo la vita del monaco è ritmata dal ruminare la parola di Dio durante il giorno e la notte, e la comunità monastica appare innanzitutto come un luogo di ascolto: la stessa Regula Benedicti non si apre forse con «Obsculta, o fili…» e con l’invito all’ascolto della voce di Dio e di ciò che lo Spirito dice alle chiese (Prol. 1-13; cf. Sal 95,8Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22)? La vita monastica è veramente epiclesi in atto, invocazione della discesa dello Spirito santo che nella Pentecoste è stato forza di unità plurale, comunione nella distinzione dei doni e nella differenza delle energie (cf. At 2,1-13).
In questa epiclesi – che è anche invocazione perché tutti i fratelli e le sorelle ricevano lo Spirito per essere più fedeli a Cristo e raggiungere la statura del cristiano maturo (cf. Ef 4,13) – l’anelito, il desiderio di comunione non può essere assente. E se il monachesimo è «accoglienza di Cristo che viene» (Olivier Clément), questa non si esaurisce in una dimensione soltanto escatologica, ma si invera nell’accoglienza di colui che viene: «ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Accoglienza di chi giunge anche inaspettato, non annunciato, accoglienza di chi diventa fratello anche se per la sua provenienza fosse ostile, accoglienza che non chiede la confessione di appartenenza… I monasteri dovrebbero avere impresse sulle loro porte e nei cuori dei loro membri le parole scritte da Angelo Roncalli nel 1934, quando era nunzio in Bulgaria: «Se qualcuno passa dinanzi alla mia casa di notte, costui troverà alla mia finestra un lume acceso: bussa, bussa! Non ti domanderò se sei cattolico o ortodosso, fratello: entra! Due braccia fraterne ti accoglieranno, un cuore caldo di amico ti farà festa». In quegli anni di inizio secolo pochissimi erano sentinelle vigilanti, ma Dio preparava un’ora, quella del Concilio, in cui li avrebbe svegliati e invitati a scorgere i nuovi segni dei tempi attraverso papa Giovanni!
Accoglienza dell’altro, del diverso, dello sconosciuto, e riconoscimento della sua qualità di fratello nella fede quando è cristiano sono attestati ovunque oggi nella vita monastica. Si avvera quello che diceva nel 1968 padre Paissios, il grande carismatico dell’Athos: «Quando dei monaci latini verranno all’Athos, vengano qui: ci capiremo subito!». In questo senso, ricordo personalmente come un dono di Dio le mie visite al monte Athos dal 1967 in poi che mi hanno permesso di incontrare dal vivo monaci, piccole skiti e grandi monasteri, incontri che mi hanno profondamente segnato, e durante i quali ho sperimentato un’accoglienza veramente fraterna. E ogni anno alcuni fratelli della mia comunità si recano all’Athos in pellegrinaggio, per rinsaldare legami di amicizia e di comunione. Paissios, Vassilios di Iviron, Emilianòs e Elisseos di Simonos Petras, Kyrillos di Burazeri, Papa Efrem di Katounàkia, i sarti Nektàrios e Christòforos con il loro Ièronda Vassilios, L’Igumeno Metodij di Chilandar, Petronios della Skiti rumena Prodròmul, Gheràssimos, Dionysios, Mitrofànis e Spyrìdon di Mikra Aghìa Anna, Mòdestos e i Danilèi, lo staretz Makarij di San Panteleìmon, per citarne solo alcuni… Quante volte parlando con alcuni di loro siamo rimasti sconcertati per la presenza del santo, dell’uomo che è totale trasparenza di Dio, capace di un amore mite e umile che ti fa sentire immediatamente accolto e ti trascina verso Dio e verso gli uomini, immerso nel cuore stesso del mondo!
Davvero quando dei monaci di diverse confessioni si incontrano in fraternità, sovente accade l’evento della comunione, anzi dell’intercomunione vera, profonda, non sacramentale ma nello Spirito santo: ci si sente uno, non esistono più barriere confessionali, ci si sente monaci fratelli che condividono la stessa esperienza e si riconoscono, nel senso forte del termine, in una stessa grazia, in uno stesso spirito, in una stessa ricerca con un unico fine: l’acquisizione dello Spirito santo per essere trasfigurati in Cristo e prendere parte al Regno di Dio.
2. La profezia dell’ecumenismo nel monachesimo
Sovente oggi si parla con estrema facilità di ecumenismo come profezia della vita monastica. Su questo tema voglio restare discreto e usare poche parole, perché con troppa enfasi in questi ultimi decenni si invoca tale qualità profetica per ritrovare un’identità in molti casi smarrita. I monaci non hanno qualità profetica ex officio, ma la loro testimonianza può diventare profetica se è radicale obbedienza al Vangelo e ai segni dei tempi. Quando i monaci non pretendono di camminare alla luce della visione ma sanno vivere nella fede (cf. 2Cor 5,7); quando riguadagnano la consapevolezza della provvisorietà e dell’incompletezza di ogni forma vitae; quando hanno l’audacia di far prevalere sempre l’agape e la riconciliazione nei conflitti in cui sono coinvolti; quando accettano la loro marginalità e la loro debolezza come un dono e non come una perdita da colmare al più presto, allora appare anche in loro la profezia.
Paolo VI nella Evangelii nuntiandi (nr. 69) indicava nell’incarnazione radicale delle beatitudini il carattere profetico della vita monastica e religiosa, ma questo significa vita povera, umile, mite, affamata di giustizia, operatrice di pace, financo perseguitata e osteggiata a causa di Cristo (cf. Mt 5,3-12)… E Giovanni Paolo II ha chiesto come profezia ai religiosi «l’esplorazione di vie nuove per mettere in pratica il Vangelo nella storia in vista del regno di Dio» (Vita consecrata 84), arrivando ad affermare che la stessa vita fraterna, la vita comune vissuta in un unico intento «è profezia in atto» (ibid. 85). Occorre essere chiari: la vita monastica può ricevere e vivere il dono della profezia come tutte le altre vocazioni ecclesiali: sta a ciascuno dei suoi membri accoglierlo e viverlo attraverso la conversione quotidiana. Certo, una vita contrassegnata dal radicalismo evangelico, dal celibato che annuncia che questo mondo passa e dalla vita comune che dà un segno della comunione del Regno può avere qualità escatologica e dunque profetica: ma il dono della profezia è grande e fragile!
Anziché vantare una qualità della vita monastica, preferisco mettere in evidenza un dato di fatto: nel XX secolo l’ecumenismo è certamente stato profezia in alcune forme di vita monastica nate per la risposta obbediente a Dio e ai segni dei tempi da parte di alcuni uomini e donne che, da vere sentinelle, hanno atteso, spiato, destato l’aurora. Non posso far altro che pronunciare nomi e nulla più, ma il semplice nominare questi testimoni significa renderli presenti in mezzo a noi: essi sono nella comunione dei santi e con essi noi viviamo l’ecumenismo. Senza di loro il dialogo ecumenico praticato oggi tra le chiese sarebbe certamente meno audace e più povero. Ascoltiamo pertanto i loro nomi: p. Paul Wattson e m. Lurana White, dom Lambert Beauduin a Chevetogne, l’abbé Couturier e il suo «monastero invisibile», sr. Antoinette Butte a Pomeyrol, sr. Geneviève a Grandchamp, l’abate Emmanuel Heufelder dell’abbazia benedettina di Niederaltaich, i cui monaci seguono fedelmente la via ecumenica da lui profeticamente tracciata, m. Basilea Schlink a Darmstadt, frau Vera a Imshausen, p. Sofronio a Maldon, p. Amphilochios a Patmos, fr. Roger Schutz a Taizé: sì, noi siamo «avvolti da una grande nube di testimoni» (Eb 12,1) ecumenici che hanno rinnovato la vita monastica, semper reformanda, ascoltando i segni dei tempi che chiedevano riconciliazione.
Conclusione
A conclusione di questo breve intervento, non posso non indicare un orizzonte profetico per la vita monastica, un orizzonte tanto più urgente quanto più «invernale» si è fatta la situazione ecumenica: è l’orizzonte della condivisione di vita da parte di appartenenti a confessioni cristiane diverse non ancora riconciliate. Per questo sono necessari sì tanto coraggio, audacia evangelica, parrhesia, ma anche tanta capacità di spogliarsi delle ricchezze confessionali non essenziali alla sequela Christi, molta sottomissione reciproca, capacità di fare due miglia con chi ci chiede di farne uno (cf. Mt 5,41); ci vuole il fuoco interiore, la passione della comunione che cerca l’unità plurale, indicando in avanti un’unità che va raggiunta insieme.
In ambito cattolico, qua e là questa vita monastica interconfessionale inizia a mostrare un volto in cui l’ecumenismo ridiventa profezia del monachesimo in una nuova forma: vivere insieme la stessa vocazione, lo stesso ministero, anche se le chiese cui si appartiene non vivono ancora la comunione visibile… Per lo Pseudo-Dionigi, il monaco «è colui che è unificato o in via di unificazione». Cercando di ritrovare in sé l’unità perduta a causa del peccato, il monaco è predisposto a cercare l’unità con gli altri. Non c’è infatti possibilità di unità tra fratelli e tra chiese se non c’è unità interiore.
Che lo Spirito santo, lui che è la comunione (cf. 2Cor 13,13), susciti questa nuova Pentecoste per il monachesimo: allora ci sarà realmente profezia per la chiesa e per il mondo!

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