martedì 22 novembre 2016

Tra monologo e dialogo.



 Non consegniamoci alle post-verità

di Marco Impagliazzo per Avvenire

«Che cos’è la verità?», chiese Pilato a Gesù. Potremmo chiedercelo anche noi, cittadini di un tempo liquido e globale di fronte all’accavallarsi d’informazioni e di messaggi, innanzi all’emergere della 'post-verità' ( post-truth),recentemente assurta agli onori delle cronache per la decisione dell’Oxford Dictionary di dichiararla «parola dell’anno» 2016. Cos’è la verità per gli uomini e le donne di una stagione scettica o diffidente verso dati reali o scientifici? In un tempo credulo o entusiasta verso le mille post-verità, condivise attraverso il passaparola quotidiano, i social, i fremiti che popolano il web? C’è gente che non crede ai vaccini. C’è chi crede all’oroscopo e ai maghi, ma anche che un muro possa fermare le migrazioni. Post-truth è termine venuto in auge per descrivere e stigmatizzare la crescente propensione a ritenere vere notizie false o alterate, quando queste hanno una particolare forza emotiva ovvero coincidono con le nostre rappresentazioni della realtà. Non c’è da stupirsi se questa attitudine ricorre spesso tra politici populisti o movimenti che si autodefiniscono dalla parte della «gente».
L’Economist ha parlato di 'post-verità' a proposito del successo di Trump e della sua campagna elettorale, o della vittoria della Brexit nel Regno Unito. Ci sono state le affermazioni (false) di Farage e altri sul fatto che il Regno Unito versasse settimanalmente 350 milioni di sterline alla Ue, denaro che avrebbe invece potuto essere speso per la sanità nazionale. Falsità che non hanno resistito a una seria verifica dei fatti. Eppure nell’era post-fattuale le emozioni e gli slogan pesano più della realtà delle cose e dei numeri. Questo il dramma del nostro tempo. Il dramma di sensazioni e di umori che scalzano l’evento fattuale come riferimento imprescindibile, che annullano la differenza tra percezione e realtà. Si potrebbe dire: verità emozionali versus verità fattuali. Il politologo Dominique Moïsi si è spinto a parlare di geopolitica delle emozioni.
Cioè la storia e la politica sarebbero ormai orientate dalle emozioni dei popoli e non dalle visioni. C’è bisogno di fermarsi a riflettere e tornare a orientarsi sui fatti concreti, non sui venti di sentimenti impalpabili, passioni tristi, psicologie volubili. Bugie e manipolazioni, non sono certo una novità nella storia. Faccio solo l’esempio della diffusione di un falso, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, che, creduto vero, ha contribuito fortemente a preparare gli animi ai pogrom verso gli ebrei e poi alla Shoah. L’uomo e la donna della globalizzazione, spaesati di fronte ai vasti orizzonti, facilmente influenzabili dall’ondeggiare di un flusso incontrollato di notizie, sono prigionieri di una 'bolla' mediatica e informativa. Alla fine si dipende sempre più, quasi preselezionati, da quel che già si sa, da quel che già si pensa, da quello di cui si è convinti. Si cercano conferme e non si vuole la realtà. Sulla rete il meccanismo dei ' followers', dei ' Like', dei 'gruppi', rinforza quel che già si crede di aver capito. Il confronto delle opinioni, così decisivo nel gioco democratico, nella crescita della società civile, nel maturare di una personalità, è inaridito alla radice: leggo non per comprendere, ma per trovare conferma della mia 'verità'. Alla fin fine la post-verità è un monologo. Mentre la verità è dialogo tra l’io e la realtà. L’uomo della post-verità rimugina tra sé i propri sentimenti e risentimenti. Chi cerca la verità la trova nel rapporto con il mondo, con gli altri, con la storia. Ce l’ha ricordato il Giubileo della misericordia: la verità è nell’incontro con l’altro, spesso in situazioni di sofferenza reale.
L’uomo della post-verità non aspetta la risposta alla propria domanda. Gli basta l’emozione che lo confermi e lo soddisfi. Il mondo che lo circonda non è, però, quello che lui pensa. Un tempo si diceva che la storia è maestra di vita. Certo ci possono essere diverse interpretazioni della storia, ma partendo da documenti e fatti. Allora, solo allora, si può discutere tra diverse opinioni. Nel tempo delle emozioni la storia sembra, invece, ridotta al più a enumerare gli errori del passato. Ma la storia è conoscenza. Quello che manca alla post-verità è proprio la conoscenza del reale. C’è bisogno allora di imparare a leggere i segni dei tempi o – come cantava De André – «il libro del mondo» per costruire il domani con intelligenza e umanità.

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