sabato 17 dicembre 2016

Benedetto il tempo deluso

Benedetto il tempo deluso

di Luigino Bruni (Avvenire)
Ahimè, che cosa sono alle volte le nostre idee! Appena la nostra maschera. Io posso esprimere idee generosissime, poniamo, sulla condizione dei poveri; e le mie idee sono generose: ho tuttavia una ricca e bella casa, e i poveri non li vedo che sulla strada. Qual è il mio amore, nel caso? Per la povertà e per i poveri? Ma no, certo: altrimenti sarei tra di loro, uno di loro: le mie idee sono per la povertà, ma il mio amore è per la mia casa
Giuseppe de Luca, Introduzione alla storia della pietà

Ogni comunità vive della tensione vitale tra interno ed esterno. Tra l’esigenza di preservare la propria identità e il bisogno di accogliere chi bussa alla porta. Aprire per far entrare aria fresca che vivifichi la casa, chiudere per trattenere il tepore creato dall’intimità dei rapporti tra gli abitanti. In genere è la paura di perdere il buon calore a prevalere, e le comunità si trasformano progressivamente in club privati di uguali che consumano beni relazionali tra di loro, dentro steccati protettivi che col tempo diventano veri e propri muri. Il cum-munus (dono reciproco) della comunità viene così garantito dal cum-moenia (mura reciproche) che impediscono ai diversi che stanno fuori di deteriorare la reciprocità di chi è dentro la cittadella ogni giorno più fortificata. È così che le comunità appassiscono, perché la sola aria interna senza ricambio col tempo diventa troppo viziata per consentire che germogli nuova vita. Quel tepore del fiato familiare si trasforma in anidride carbonica tossica che un giorno impedisce di respirare. 

I profeti avvertono prima degli altri la rarefazione dell’ossigeno, e si precipitano verso la porta e le finestre per cercare di spalancarle. Devono gridare e sgomitare forte perché, soprattutto nei tempi della crisi dell’identità e durante gli inverni freddi, le comunità fanno di tutto per blindare le porte, e i loro responsabili scrivono dettagliati regolamenti per impedire l’apertura di ogni pertugio. È questa una espressione della fondamentale dinamica-conflitto tra "carisma" e "istituzione", di quella tensione-lotta tra chi ha la responsabilità del governo di una comunità e deve, per compito, conservare tradizione, identità e benessere degli abitanti, e chi, per la stessa identità e lo stesso benessere della comunità, sa invece di dover soltanto aprire le porte. Per fare entrare prima i poveri, gli scartati, i lebbrosi, i bambini, che sono esattamente quelle categorie che più cercano e consumano il tepore caldo della casa.
I profeti biblici conoscono bene la Torah, la amano e la capiscono, ma con la stessa autorità divina la sfidano, la forzano, e a volte la "trasgrediscono" in nome di una Legge e di una giustizia più profonde e più vere. Le comunità, certamente quelle radunate attorno a un ideale e a una promessa, non si smarriscono finché corrono il buon rischio di consentire ai profeti di cambiare, aggiornare e persino emendare la legge che altri profeti (persino il più grande di tutti: Mosè) avevano scritto come dono; finché non uccidono o azzittiscono i nuovi profeti in nome delle parole dei profeti che ieri le hanno fondate. Quando la parola di ieri, anche quella profetica, diventata nel frattempo legge e istituzione, impedisce la possibilità di essere corretta e trasgredita, accade che la "lettera" uccide lo "spirito", e la terra promessa si riduce a uno striminzito lembo di terra arida e senza acqua.

Le comunità con soli profeti si disperdono (magari gemmando in altri luoghi), le comunità con sole istituzioni muoiono per asfissia. La legge, la stessa Legge di Mosè, impediva in Israele che gli stranieri e gli eunuchi (sterili) diventassero membri del popolo di YHWH (Deuteronomio 23,2-9). Ma la Legge non era l’unica fonte di autorità di Israele: c’erano anche i profeti, e solo Legge e profeti assieme e in continua tensione erano capaci di mantenere viva la promessa e il patto. Questo sistema duale è tra le innovazioni civili e religiose più grandi nella storia dell’umanità, e contiene un messaggio preziosissimo per ogni comunità carismatica e spirituale: la Legge non basta, per vivere bene c’è bisogno anche dei profeti. E così, mentre nella Torah leggiamo norme che escludono gli stranieri e gli eunuchi, nel Libro di Isaia troviamo queste parole meravigliose: «Così dice il Signore: riguardo gli eunuchi ... io concederò loro nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome, migliore di quelli dei figli e delle figlie. Gli stranieri (...) li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera» (Isaia 56, 4-7). 

È con questo canto di fraternità universale che si presenta quell’anonimo profeta - o scuola di profeti - ormai noto come il Terzo Isaia, la cui profezia completa il rotolo di Isaia (Capitoli 56-66). Il Primo Isaia era stato il grande profeta, il maestro di tutti. Aveva profetizzato prima dell’esilio babilonese, lo aveva annunciato e interpretato come naturale conseguenza dell’infedeltà, dell’idolatria e della cattiveria del popolo e (soprattutto) dei suoi capi.
Il Secondo Isaia è il profeta dell’esilio, e la sua vocazione-missione era stata soprattutto un canto della speranza di una liberazione, di un nuovo esodo del resto "fedele" deportato. Aveva tenuto viva la fede nella promessa e nel patto, indicando un ritorno a casa vicino, una nuova terra, un tempo veramente nuovo. La condizione storica del Terzo Isaia è ancora diversa. È quella del profeta che si trova a svolgere la sua missione in mezzo a un popolo deluso dopo il ritorno dall’esilio. È finalmente tornato a casa, ma non ha trovato la terra promessa al termine del nuovo esodo. Scopre, invece, che le sofferenze, i mali e i peccati di prima e durante la deportazione non sono terminati. Nella terra ritrovata non scorrono "latte e miele", non è iniziato il tempo nuovo promesso dai profeti, non c’è alcun nuovo patto e nessuna fedeltà, ma solo i peccati e i mali di sempre. Come poter continuare a sperare e a credere ancora?

Per tener viva la speranza e la fede nelle delusioni che seguono le liberazioni, c’è bisogno di autentici carismi profetici che riescono, per vocazione, a rielaborare la salvezza, che ricostituiscano un nuovo capitale narrativo che diventi la prima ed essenziale risorsa per continuare a camminare. Le storie della salvezza possibile nel tempo della delusione devono essere diverse da quelle dei tempi della prima promessa e da quelle degli esili e delle prove.
Troppe comunità ideali non riescono a continuare la corsa nel tempo della crisi e della delusione perché non sono capaci di scrivere e raccontare nuove storie, perché non trovano forze spirituali e morali per rielaborare il grande dono del capitale narrativo dei primi tempi. Non capiscono – per mancanza di profeti, o perché ci sono e non li riconoscono, o perché li zittiscono per paura di perdere l’identità – che la prima operazione collettiva da compiere è cercare di scoprire e poi raccontare le nuove storie che stanno nascendo dentro il loro tempo presente ferito e deluso, che si aggiungano e alimentino l’antico capitale. Perché Francesco continui a fare ora gli stessi miracoli nella sua Assisi, e di più grandi, non basta il racconto del bacio al lebbroso: c’è bisogno dei racconti vivi di Fra’ Enrico e Suor Marina che abbracciano e baciano i lebbrosi di oggi. E invece molte volte le comunità si spengono appena termina la rendita del primo capitale narrativo del tempo della prima promessa, per carestie di nuovi racconti. 

l Terzo Isaia è stato grande perché ha raccontato una nuova storia di salvezza, perché è stato capace di elaborare il suo presente mostrando la verità della promessa nonostante la presenza del male, dei peccati, delle infedeltà che il popolo pensava e voleva fossero terminati con la fine dell’esilio. Quel profeta non nasconde gli antichi mali e i peccati: li vede, li denuncia, li grida. Condanna i capi del popolo che continuano ad essere corrotti come quelli del tempo di Akaz: «I suoi guardiani sono ciechi, sono tutti privi di conoscenza, sono tutti cani muti» (56,10).
La stessa idolatria, la stessa perversione, la stessa prostituzione di sempre: «Voi spasimate sotto i terebinti, vi accoppiate sotto ogni frasca» (57,5). Addirittura gli stessi antichi tremendi sacrifici di bambini: «Sacrificate i vostri figli nelle valli, fra i crepacci delle rocce» (57,5). Ancora la stessa negazione della giustizia, l’oppressione dei deboli e dei poveri, immolati ai profitti e agli affari: «Nel giorno del vostro digiuno, voi badate ai vostri affari, e sfruttate tutti i vostri lavoratori» (58,3). E ancora: «Nessuno muove causa con giustizia» (59,4). 

Il Terzo Isaia ci dice allora che l’avveramento della promessa non è la fine del male e del peccato, perché il grano della salvezza fiorisce insieme al male della zizzania. È questo un suo autentico capolavoro. Il passato non è il capro espiatorio su cui riversare tutti i mali di ieri, sperando invano di liberarsene per sempre.
La salvezza, invece, è un misterioso fiore del male, che sboccia sul letame del nostro passato e presente imperfetti e impuri. Siamo di fronte a una immensa lezione di umanità, un dono inestimabile per imparare il mestiere del vivere. Al termine degli esili e delle grandi prove individuali e collettive, è sempre molto forte, qualche volta invincibile, la tentazione-illusione di pensare che la liberazione anelata fosse la liberazione definitiva da quei mali e peccati che tanto ci avevano fatto soffrire; che la ferita della "lotta con l’angelo" può finalmente rimarginarsi e non sanguinare più. Poi passa la prova, finisce una storia dolorosa e lunga, usciamo da un lutto devastante, torniamo a casa e ci accorgiamo che quella ferita non smette di sanguinare. È lì, come prima, viva e aperta. 

Noi dinanzi all’incontro con quell’antico dolore, spesso malediciamo la prima promessa e la nostra vita passata – e iniziamo a morire. Altre volte nascondiamo la ferita, la ricopriamo con panni e garze sperando di non vederla più – ed essa va presto in cancrena. I profeti ci donano un’altra soluzione: ci dicono di guardare negli "occhi" quelle ferite, di farle respirare nell’aria aperta di tutti, ci accettare docilmente che zoppicheremo per tutta la vita (la vulnerabilità non è altro che la condizione umana vera). E poi, forse, di provare a intravvedere una benedizionedentro le ferite nostre e in quelle degli altri. Quanto avremmo bisogno di profeti per "sanare" le nostre ferite profonde, che non guariscono mai: «Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono» (Isaia 58,11-12).
l.bruni@lumsa.it

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