martedì 20 dicembre 2016

Canta perché... boh!


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Lo "scandalo" del Cielo unito alla terra
di Vincenzo Sansonetti
Il Quirinale ospita nella Palazzina Gregoriana, fino al 20 gennaio 2017, la splendida mostra Il Presepe. Religiosità e tradizione popolare, in cui è esposto il monumentale Presepe napoletano proveniente dal Museo nazionale delle Arti e tradizioni popolari di Roma: un capolavoro di fede e arte con centinaia di figure ed elementi architettonici di corredo, settecenteschi e ottocenteschi. Ma se per tanti la classica rappresentazione della Natività è ancora centrale, nelle scuole invece, con il pretesto del “rispetto” per gli alunni di altre religioni, da qualche anno si sta purtroppo diffondendo la prassi di proibire il presepe. A meno che nella capanna ci siano… due san Giuseppe. 
A pochi giorni dal Natale torna d’attualità un copione che purtroppo si sta sempre più diffondendo ogni anno che passa: l’ostracismo nelle scuole dei più piccoli verso i presepi, i canti natalizi e qualunque scelta ricordi ciò che davvero è la festa del 25 dicembre: la nascita appunto del Salvatore. Ci riferiamo ovviamente ad asili, elementari e medie; alle superiori il Natale sopravvive forse solo nelle paritarie. Ma permettiamoci una provocazione: proibire l’allestimento del presepe all’interno dei plessi scolastici per rispetto degli alunni di altre religioni, soprattutto se islamici, il cui numero è in crescita costante, appare ormai una battaglia datata, d’altri tempi. Mostriamoci moderni.
Il presepe può tornare finalmente e tranquillamente negli atri e nelle aule degli istituti scolastici! A una sola condizione però. Che ci siano le statuine di due san Giuseppe, meglio se giovani e sorridenti, oppure a scelta due Madonne, che magari… si tengano teneramente per mano. Indifferente l’uso del materiale: cartapesta, gesso o plastilina, vanno bene tutti.
L’importante è che sia rappresentata con evidenza la monogenitorialità. In soldoni, anche Gesù Bambino deve avere due genitori dello stesso sesso, perché questa è la tendenza che si sta imponendo, la moda dominante in una società che voglia essere veramente libera, aperta e rispettosa. Rigorosamente proibita perciò la Sacra Famiglia tradizionale, con le statuine del padre putativo e Maria che vegliano con amore il piccolo Gesù in fasce: chi ancora avesse l’ardire di allestire un presepe così incorrerebbe non solo nel reato di islamofobia, ma anche in quello di omofobia.
Dove sta la colpa? Nel raffigurare la Natività in modo discriminatorio, ledendo così i sacrosanti diritti del variegato mondo Lgbt; che ai tempi della nascita di Cristo neppure esisteva, ma pazienza. Infatti la presenza della Sacra Famiglia nel presepe è in netto contrasto con l’ideologia gender, partita all’arrembaggio delle scuole di ogni ordine e grado: un bambino, sia pure speciale, con un papà e una mamma? Per carità, siamo seri. E allineati. Ora poi c’è anche il ministro pro gender: non facciamole questo torto, povera Valeria.
Fantasie? Niente affatto. Giusto un anno fa, a dicembre del 2015, i Collettivi studenteschi di Torino, legati ai Centri sociali del capoluogo piemontese, in accordo con l’Arcigay (anche se tale storica organizzazione ha poi negato un suo diretto coinvolgimento), hanno dato vita a una clamorosa messinscena per mettere alla berlina il simbolo per eccellenza della religione cattolica: hanno inventato il presepe gay. Con un Gesù bambino di colore (ovviamente) coccolato da due statuari san Giuseppe omosessuali. In più, in mezzo al muschio e sulla paglia sono stati collocati alcuni esponenti politici individuati con cura: Matteo Salvini leader della Lega come asinello e Carlo Giovanardi, centrista antirenziano come bue, oltre a Roberto Cota, ex presidente leghista della Regione Piemonte, nelle vesti di pecorella. Tra i doni dei Re Magi (come no?) anche scatole di preservativi.
La provocatoria iniziativa era nata come risposta alle ferme reazioni suscitate dalla decisione di un istituto primario dell’hinterland milanese, a Rozzano, di proibire la festa di Natale: niente presepe, ma anche niente canti, niente addobbi, niente di niente. Il motivo? Il solito. Per la presenza crescente di bambini appartenenti a famiglie di altre religioni, in prevalenza musulmani, è bene rinunciare a qualsiasi iniziativa espressione della tradizione cristiana. Occorre farlo per “rispetto”, così si giustificano i dirigenti scolastici che prendono queste stolte decisioni. Che poi gli alunni non cristiani siano (ancora) una minoranza - nelle aule si arriva al massimo, in casi rari, a un quarto o un terzo dei ragazzi - poco importa.
Ciò che conta, la parola d’ordine, è cacciare Gesù Bambino e il Natale dalle scuole, luoghi per eccellenza di educazione e anche di formazione delle coscienze. Se poi a protestare sono spesso gli stessi genitori musulmani, che in fondo non si sentono per niente discriminati ed emarginati dalle celebrazioni e dalle tradizioni natalizie, cui vogliono partecipare attivamente, non viene neppure preso in considerazione. Infatti la “tutela dei diritti” dei non cristiani è solo un pretesto, un a priori, per le vestali della laicità assoluta: il vero obiettivo è lo sradicamento delle radici cristiane del nostro popolo. Altro che il timore del proselitismo! In questo caso in realtà il “proselitismo” è al contrario: devono tutti convertirsi forzatamente alla religione laica dell’indifferentismo e del nichilismo.
Ciò che è accaduto a Rozzano non è purtroppo un evento isolato. In anni recenti clamorosi anche i casi di una scuola di Bergamo e di una del Piacentino. Due anni fa, all’Istituto De Amicis di Bergamo, nel quartiere Celadina, è stata vietata la realizzazione del presepe per non discriminare chi è fedele di religioni diverse da quella cattolica. In effetti, in questo istituto gli alunni non italiani sono cresciuti in maniera esponenziale, arrivando a coprire il 30 per cento degli iscritti, in alcune classi addirittura la metà. Ma, come abbiamo detto, la richiesta di cancellare il Natale non parte quasi mai dalle famiglie non cristiane presenti a scuola.
Un altro caso clamoroso ci porta al 2012. In provincia di Piacenza, nella cittadina di Caorso - finora celebre solo per il tira e molla sulla centrale nucleare - all’istituto scolastico comprensivo di Monticelli d’Ongina e San Nazzaro (materne e medie), il diktat della preside: in occasione del Natale è vietato ogni riferimento ai temi religiosi tra le iniziative scolastiche previste. Tradotto: vanno bene la Festa dell’Inverno, o della Neve (in nome di un paganesimo strisciante), ma niente capanna con gli angeli e i pastorelli. I casi citati sono solo la punta di un iceberg. Il presepe come simbolo, nella sua evidenza più immediata e facile da capire, dell’incontro fondamentale tra il Cielo e la Terra, con Gesù Cristo che si fa uomo e dono per gli uomini, sta diventando insopportabile per una mentalità atea e relativista ormai sempre più radicata. 
L'ultimo in ordine di tempo è di ieri e ha teatro in provincia di Brescia. Che senso ha far eseguire i canti natalizi se poi dai testi viene censurato il nome di Gesù? Se qualcuno ha una buona risposta, lo segnali perché noi non ne troviamo. Eppure è quello che è successo a Pontevico, in provincia di Brescia, dove la dirigente scolastica delle scuole elementari ha riscritto il testo della canzone "Canta perché è nato Gesù". La nuova versione rivista e corretta recita ora "Canta perché è festa per te".Naturalmente un omaggio al politically correct imperante. Una decisione motivata dalla volontà di "non offendere i bimbi delle altre religioni"."Gli spettacoli - spiega la dirigente scolastica Paola Bellini - sono stati organizzati all’interno di un progetto di propedeutica in collaborazione con il Corpo bandistico Alessandro Vattrini.
Non saranno eventi di Natale, ma manifestazioni musicali nelle quali i bambini canteranno dei brani che richiamano temi universali come quelli di pace e solidarietà."Una scelta controversa, che vede contrario anche il sindaco del paese Roberto Bozzoni: "In virtù di un non ben precisato pluralismo e di una accoglienza generalizzata - chiosa il primo cittadino - si finisce per cancellare le nostre tradizioni e i valori nei quali la nostra comunità crede da sempre. Non mi sembra una strada percorribile e, soprattutto, accettabile.".
Lanuovabq

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