lunedì 5 dicembre 2016

Do It Yourself!




di Costanza Signorelli
Se il femminismo spinto della prima ora, al grido “l’utero è mio e me lo gestisco io”, rivendicava l’aborto come conquista, oggi - che la cosiddetta “interruzione di gravidanza” è ormai ultradigerita - la musica è cambiata e suona così: “Il figlio è mio e me lo faccio da sola”. A raccontare la nuova e dilagante moda della maternità fai-da-te, ci pensa il settimanale “D” di Repubblica, che all’argomento sta dedicando un ampio dossier dal titolo Mammesingle.
La nuova frontiera, dunque, è la maternità senza padre, né compagno, laddove l’esser single rappresenta, ovviamente, una libera scelta di vita. Un bel cambiamento, se si considera che il figlio - agli arbori della rivoluzione sessuale - costituiva una sorta d’impiccio alla realizzazione femminile, mentre oggi è diventato un “diritto” da pretendere ad ogni i costo, letteralmente parlando. Peccato, però, che il figlio non sia un diritto, né tanto meno un capriccio, bensì un dono e che la maternità non sia l’esercizio di un potere individuale, ma il frutto sacro dell’amore tra una donna e un uomo. Appunto. E l’uomo? Colui che un tempo era il nemico da combattere per ottenere la famosa, quanto fumosa “parità”, è diventato oggi - per la nuova donna moderna – una sorta di optional, un accessorio. Peraltro, molto meno utile di una lussuosa borsetta di Hermès.  Ci sarebbe da ridere, se non fosse che a piangere amaro saranno le future generazioni. Ma andiamo con ordine.
Chi sono queste donne, queste nuove mamme single? Il settimanale di Repubblica racconta 11 storie, ma giura che in realtà sono tantissime. In effetti, su questo, bisogna dargli credito: facendo un giro in rete non si faticano a trovare siti, associazioni e network che aggregano donne che hanno scelto di diventare mamme da sole. Negli Stati Uniti, per esempio, le chiamano DIY, ovvero “Do It Yourself” (fallo da sola, ndr); lì, le statistiche dicono che - tra il 2007 e il 2012 - le DIY sono aumentate del 29% e presto saranno la normalità. Anche nel Regno Unito le cosiddette “Solo Mums”, sono in crescita e possono godere di una organizzatissima rete, il Donor Conception Network, che aggrega le “famiglie” con figli concepiti da donazione di sperma, ovuli e embrioni, offrendo il supporto di medici, psicologi ed esperti.
Ma gli esempi si moltiplicano di Paese in Paese. A tutto questo, si deve poi aggiungere la moltitudine di cliniche per la fecondazione assistita, che pubblicizzano in rete il business della maternità-single attraverso l’acquisto di sperma da donatore. Stante che ogni storia è drammaticamente unica, dalle testimonianze e dai dati emersi, si può delineare un profilo tipo di questa mamma-single. Si tratta di una donna sulla quarantina, soddisfatta e affermata nel lavoro, economicamente stabile e indipendente. Una donna di successo, apparentemente, forte e appagata, che possiede tutto tranne una cosa: un figlio. Un figlio che, più avanzano gli anni e la clessidra del tempo si consuma, più viene desiderato con determinazione, come se questa donna lo portasse scritto nelle sue viscere. Un desiderio che diventa un aut aut: ora o mai più.
E’ a questo punto, che questa donna decide di ricorrere alla fecondazione in vitro con sperma di donatore. Del resto - si legge come giudizio nelle svariate testimonianze - che colpa ne ha la donna se non ha trovato “l’uomo giusto”? E poi, che male c’è a desiderare un figlio da amare? Perché privare la donna di questo profondo e viscerale desiderio? Perché impedirle di realizzarlo? Non può forse una donna, amare una nuova vita anche se concepita in modo “non convenzionale”? 
E, però, il settimanale femminile, che tanto s’impegna a portare avanti questa nuova battaglia anche in Italia - dove la legge ancora non lo consente – e che vuole spiegarci quanto sia giusto e moderno garantire il “diritto” di avere un figlio da single, tradisce, suo malgrado, una grande verità. Non si accorge che tra le pieghe dei racconti di queste donne, si annida il vero elemento che tutte le accomuna, la vera chiave di lettura di queste vite, dunque di queste scelte.  Il dolore. Il dolore per la mancanza di un compagno con cui condividere la vita, il dolore per non essere state capaci di amare sino in fondo l’uomo che si era scelto (come se poi, fosse un problema di capacità), il dolore per un susseguirsi di relazioni fallite, il dolore per una famiglia tanto desiderata, che pur non prende forma. Un dolore che spesso diviene rancore e poi si trasforma in possesso. Di un figlio, appunto.
Come racconta Anna da Londra, 45 anni, mamma-single di una bimba di un anno: “Fin da quando ricordo, ho sempre voluto essere madre. Ci ho provato nel modo convenzionale per sei anni, ma il mio matrimonio è naufragato poco prima che tentassimo la prima fertilizzazione in vitro. Dopo il divorzio, ci sono voluti anni per rimettermi a posto psicologicamente ed emozionalmente. A quel punto, avevo 42 anni, poco tempo davanti a me e desideravo disperatamente un figlio. Farlo da sola era la mia unica possibilità”.  Replica Rose, che al veder fallire la sua storia col compagno di sempre, prende la scelta di diventare una mamma single: “Ci sono voluti diversi anni e molta introspezione perché mi abituassi all’idea. Poi, ho capito che non avevo più tempo sufficiente per iniziare una relazione, prima di cercare di fare un bambino”. Oggi è mamma da sola di un piccolo di quasi un anno.
Un dolore che, quasi sempre, ha origini molto lontane:  famiglie d’origine distrutte, mancanza del padre o della madre, divorzi dei genitori subiti nell’infanzia che hanno lasciato ferite profonde e mai rimarginate. Lo spiega bene Kate, donna americana di 41 anni, oggi in attesa di un figlio : “Ai miei occhi, il comportamento di mio padre non ha messo l’altro sesso in una buona luce. Infatti, ha divorziato da mia mamma quando avevo sette anni e, prima di contrarre un secondo matrimonio quindici anni più tardi, ha intrattenuto numerose relazioni contemporanee. La psicanalisi mi ha aiutata, ma non ho mai trovato qualcuno con cui volessi fondere la mia vita”. Le fa eco Holly, 41 anni, mamma-single di una bimba di un anno e mezzo : “L’armonia fra i miei genitori era uno dei capisaldi dell’esistenza. Poi un giorno, inaspettatamente, mio padre chiede il divorzio. Credo che sia stato quello il momento in cui, dovendo rimettere in discussione la percezione del mio passato, ho cominciato a pensare seriamente al mio futuro.
Quando anche l’ultima relazione è finita, ho chiamato mia cognata, in lacrime: ero frustrata e triste per la separazione, ma soprattutto per il fatto che, più inseguivo la possibilità di diventare madre, più questa si allontanava da me. Lei mi ha chiesto perché non pensavo invece di fare un figlio da sola. Già, mi dissi, perché no?” . E ancora, “La nostra non è quasi mai una scelta deliberata, sono piuttosto le circostanze che ci portano lì”, racconta Debra, 44 anni, mamma single di due gemelli. “La mia infanzia non è stata fra le più felici. I miei genitori hanno divorziato quando avevo due anni (…). I miei hanno continuato a biasimarsi anche dopo la separazione e, quando avevo diciotto anni, mia mamma con cui vivevo si è trasferita in un’altra parte del paese e mi ha lasciata a cavarmela da sola. (…) E’ stato lì che ho deciso che avrei fatto il possibile per avere successo e non dipendere da nessuno”. E, infine, un dolore che inevitabilmente va a trasferirsi sulla nuova creatura, moltiplicato a dismisura.
Alla domanda circa le paure sul futuro, tutte le mamme-single rispondono di temere lo stigma di una società retrograda che si potrà riversare sui loro figli perché nati e cresciuti in famiglie “non tradizionali”, la paura che vengano emarginati o bullizzati per questo.  Una paura che, in fondo, non è che il riflesso della terribile consapevolezza che i propri figli non avranno mai l’amore di un padre. Donne siamo sicure di volere tutto questo? Rose, in fondo, non la pensa così: “C’era della tristezza in me, perché mio figlio sarebbe nato senza un padre. Ancora adesso, infatti, non ho perso le speranze di incontrare una persona con cui avere una famiglia nel senso tradizionale del termine”. E’ la stessa speranza che, detta o non detta, alberga nel cuore di ogni madre che mette al mondo un figlio. Di ogni donna.

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