sabato 17 dicembre 2016

Gli 80 anni di Francesco




(Eugenio Scalfari) Compie ottant' anni papa Francesco e li porta molto bene, sia fisicamente e sia spiritualmente. Viaggia continuamente nel mondo intero e nelle parrocchie romane. Di Roma è vescovo e questa qualifica la rivendica spesso perché gli consente di definirsi come "primus inter pares" e lui è consapevole di quanto sia utile a quella Chiesa missionaria da lui realizzata. Personalmente ho avuto la fortuna di diventargli amico ancorché io non sia un credente. Papa Francesco aveva bisogno di un non credente che approvasse la predicazione di quello che lui chiama Gesù Cristo ed io chiamo Gesù di Nazareth figlio di Maria e di Giuseppe della tribù di David, cioè era figlio dell' uomo e non di Dio.
Ma su questo modo di considerare Cristo papa Francesco è d' accordo: il Figlio di Dio quando decide di incarnarsi diventa realmente un uomo con tutte le passioni, le debolezze, le virtù d' un uomo. 
FRANCESCO racconta spesso la settimana della Passione che ha il suo inizio con l' ingresso quasi trionfale di Gesù a Gerusalemme, seguito da molti dei suoi fedeli e naturalmente dei suoi apostoli. Ma a Gerusalemme trova anche quelli che lo temono e lo odiano. Soprattutto la gerarchia ebraica del Tempio che si sente minacciata nei suoi privilegi. A quell' epoca Israele era sotto la "protezione" dell' impero di Roma e l' imperatore era Tiberio che nulla sapeva di quanto avvenisse in province assai lontane. Papa Francesco ricorda gli ultimi giorni di quella che poi fu chiamata la "Via Crucis", l' ultima cena e poi quel che avvenne nell' orto di Getsemani. Gli apostoli a quella cena erano tredici ma uno di loro, Giuda Iscariota, lo aveva già tradito e quando Gesù cominciò a parlare abbandonò quel tavolo e andò via. Restarono in dodici e fu lì che Gesù condivise il pane e il vino identificandoli con il suo corpo e il suo sangue. Il Signore era già stato battezzato da Giovanni nelle acque del Giordano e battesimo ed eucarestia furono i soli due Sacramenti; gli altri vennero dopo. La natura umana del Cristo si ha nei racconti dei Vangeli, nel Getsemani e poi sulla Croce. Nell' orto, dove sarà poi arrestato dai soldati romani guidati dall' Iscariota, Gesù entra in contatto con il Padre e dice: «Se tu puoi allontana da me questo amaro calice ma se non vuoi lo berrò fino in fondo». Sulla Croce, negli ultimi istanti prima della morte dice: «Padre, perché mi hai abbandonato? ». Quindi era un uomo, l' incarnazione era stata reale. Papa Francesco è affascinato da questi racconti. Mi sono chiesto e gli ho chiesto il perché del fascino che esercitano su di lui e la risposta è stata che nel mistero trinitario Cristo rappresenta l' amore in tutte le sue manifestazioni. L' amore verso Dio che si trasforma in amore verso il prossimo. «Ama il prossimo tuo come te stesso» è una legittimazione dell' amore all' individuo e alla comunità, in cerchi concentrici: la famiglia, il luogo dove vive e soprattutto la specie cui appartiene. Francesco indica i poveri, i bisognosi, gli ammalati, i migranti. Francesco sa bene quello che dice la Bibbia: «I ricchi e i potenti debbono passare per la cruna d' un ago per guadagnare il Paradiso ». Occorre dunque che i popoli si integrino con gli altri popoli. Si va verso un meticciato universale che sarà un beneficio, avvicinerà i costumi, le religioni. Il Dio unico sarà finalmente una realtà. È questo che Francesco auspica. «È ovvio che sia unico, ma finora non è stato così. Ciascuno ha il suo Dio e questo alimenta il fondamentalismo, le guerre, il terrorismo. Perfino i cristiani si sono differenziati, gli Ortodossi sono diversi dai Luterani, i protestanti si dividono in migliaia di diverse confessioni, gli scismi hanno accresciuto queste divisioni. Del resto noi cattolici siamo stati invasi dal temporalismo, a cominciare dalle Crociate e dalle guerre di religione che hanno insanguinato l' Europa e l' America del Nord e del Sud. Il fenomeno della schiavitù e la tratta degli schiavi, la loro vendita alle aste. Questa è stata la realtà che ha deturpato la storia del mondo». Quando papa Francesco ha partecipato alla celebrazione di Martin Lutero e della sua Riforma ha colto l' essenza delle tesi luterane: l' identificazione dei fedeli con Dio non ha bisogno dell' intermediazione del clero ma avviene direttamente. Questo ci conduce al Dio unico e assegna al sacerdozio un ruolo secondario. Così avveniva nei primi secoli del cristianesimo, quando i Sacramenti erano direttamente celebrati dai fedeli e i presbiteri facevano soltanto il servizio. Francesco è d' accordo su queste tesi luterane che coincidono con quanto avvenne nei primi secoli. Ma quali sono i Santi che il nostro Papa predilige? Gliel' ho chiesto e lui mi ha risposto così: «Il primo è naturalmente Paolo. È lui ad aver costruito la nostra religione. La Comunità di Gerusalemme guidata da Pietro si definiva ebraico-cristiana, ma Paolo consigliò che bisognava abbandonare l' ebraismo e dedicarsi alla diffusione del cristianesimo tra i Gentili, cioè ai pagani. Pietro lo seguì in questa sua concezione anche se Paolo non aveva mai visto Gesù. Non era un apostolo, eppure si considerò tale e Pietro lo riconobbe. Il secondo è San Giovanni Evangelista, che scrisse il quarto Vangelo, il più bello di tutti. Il terzo è Gregorio, l' esponente della Patristica e della liturgia. Il quarto è Agostino, vescovo di Ippona, educato adeguatamente da Ambrogio vescovo di Milano. Agostino parlò della Grazia, che tocca tutte le anime e le predispone al bene compatibilmente con il libero arbitrio. La libertà accresce il valore del bene e condiziona il suo eventuale abbandono. Ebbene, sembrerà che io esageri ma ne sono fermamente convinto: dopo Agostino viene papa Francesco. L' intervallo temporale è enorme, ma la sostanza è quella. L' ho definito, quando l' ho conosciuto, rivoluzionario e profetico ma anche modernissimo. In uno dei nostri incontri gli chiesi se pensava di convocare un nuovo Concilio e lui rispose: «Un Concilio no: il Vaticano II, avvenuto cinquant' anni fa, ha lasciato una precettistica che in buona parte è stata applicata da Giovanni Paolo II, da Paolo VI e da Benedetto XVI. Ma c' è un punto che non ha fatto passi avanti ed è quello che riguarda il confronto con la modernità. Spetta a me colmare questa lacuna. La Chiesa deve modernizzarsi profondamente nelle sue strutture ed anche nella sua cultura». Santità - ho obiettato io - la modernità non crede nell' Assoluto. Non esiste la verità assoluta. Lei dovrà dunque confrontarsi con il relativismo. «Infatti. Per me esiste l' Assoluto, la nostra fede ci porta a credere nel Dio trascendente, creatore dell' Universo. Tuttavia ciascuno di noi ha un relativismo personale, i cloni non esistono. Ognuno di noi ha una propria visione dell' Assoluto da questo punto di vista il relativismo c' è e si colloca a fianco della nostra fede». Buoni ottant' anni, caro Francesco. Continuo a pensare che dopo Agostino viene Lei. È una ricchezza spirituale per tutti, credenti o non credenti che siano.

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di ENZO BIANCHI
La nostra vita è di settant’anni, ottanta se ci sono le forze...”, dice il salmo 89 (90) che papa Francesco prega sovente nella liturgia delle ore e forse anche nella preghiera personale, con più insistenza perché ormai a questa tappa è giunto. Lo constatiamo ogni giorno: Francesco è un uomo ancora forte, in buona salute, e per lui il popolo di Dio prega affinché possa ancora rendere evangelico il potere che è connesso al suo essere vescovo di Roma e papa. In spirito di attenzione e di ascolto del suo magistero possiamo abbozzare una lettura di ciò che è mutato nella chiesa cattolica in questi tre anni e mezzo e delle attese che hanno trovato in papa Francesco motivo di accendersi.
Innanzitutto vorrei sottolineare il clima nuovo in cui questa lettura è possibile. Il cammino che ha preceduto e accompagnato i due sinodi dei vescovi, così come i ripetuti inviti di papa Francesco hanno reso più franca e trasparente la dialettica all’interno della chiesa: la vivacità di un’opinione pubblica nello spazio ecclesiale è tornata a essere non solo possibile ma anche auspicabile, come nella stagione inaugurata dall’annuncio del concilio Vaticano II e proseguita per tutto il suo svolgimento.
Anche l’eccessiva sovraesposizione dei movimenti ecclesiali, che avevano quasi monopolizzato la vena carismatica mai assente dalla storia, è stata ricondotta nell’alveo di una chiesa più ordinata, in una comunione più visibile e rappacificata, così che i movimenti possono ora offrire la loro testimonianza senza che ci sia il sospetto di un desiderio di occupare spazi o gestire potere. La chiesa è più che mai “popolo di Dio”, espressione cara a papa Francesco, non solo per la sua matrice conciliare, ma perché capace di indicare la qualità “popolare”, non elitaria della comunità cristiana.
Grazie anche a questo diverso approccio, è più facile cogliere uno dei tratti salienti di questo pontificato: il nuovo slancio conferito all’ecumenismo. Pareva stagnante, al punto che alcuni avevano parlato di “inverno ecumenico”, ma papa Francesco, con gesti inattesi e audaci, più ancora che con parole, ha ridestato quel desiderio di unità che aveva accompagnato il tempo del post-concilio nella chiesa cattolica e, parallelamente, nella altre chiese. Si pensi al viaggio per incontrare la chiesa valdese a Torino, una chiesa sempre rimasta nel cono d’ombra dell’ecumenismo cattolico; alla “testardaggine” profetica ed efficace nel voler incontrare come fratello il patriarca di Mosca Kirill, raggiungendolo a Cuba; al viaggio a Lund per dire ai protestanti che Lutero, se è vero che ha prodotto una rottura con la chiesa cattolica, era tuttavia animato dalla passione per una chiesa più evangelica. Speriamo che ora non si usi più la parola “protestantizzazione” per designare negativamente ogni riforma che la chiesa cattolica intraprende. Nessun papa dopo Paolo VI ha osato quanto Francesco nell’andare incontro all’altro fratello cristiano, anche a costo di umiliare la propria persona purché il ministero petrino sia svolto come presidenza nella carità.
E, a riprova che la ricerca dell’unità visibile dei cristiani non contrasta affatto con la missione e l’annuncio del vangelo, il magistero di papa Francesco su alcuni aspetti decisivi della presenza cristiana nella società odierna – la custodia del creato, la pace, e le migrazioni – ha trovato condivisione e solidarietà anche da parte delle altre chiese. Si pensi alla visita all’isola di Lesbo, simbolo della tragedia dei migranti, assieme al patriarca ecumenico Bartholomeos e all’arcivescovo di Atene, ai ripetuti appelli contro il traffico di armi e di esseri umani, all’incessante mediazione nelle situazioni di conflitto – dalla Siria alla Colombia – alla denuncia della “terza guerra mondiale a puntate” o ancora alle risolute prese di posizione per la custodia del creato: sempre papa Francesco si è mosso e ha potuto parlare come latore di un messaggio di umanità rivolto a tutti, quella buona notizia evangelica che va al di là di ogni divisione confessionale e costruisce ponti anziché muri. Non a caso, proprio sulle tematiche dell’ecologia abbiamo assistito a una novità assoluta: un’enciclica papale che cita e valorizza il pensiero di un patriarca ecumenico e che viene presentata in Vaticano anche da un vescovo e teologo ortodosso.
Infine tutta la chiesa – sovente tentata di esercitare il ministero della condanna, tentata dall’intransigenza – è stata invitata, con l’anno della misericordia a suggello di due sinodi dei vescovi, a essere inclusiva e mai esclusiva, ad andare incontro a chi è nel peccato annunciandogli il perdono di Dio e affermando che oltre la legge c’è la misericordia. Fin dall’inizio del pontificato avevo scritto su queste colonne che avremmo avuto un papa della misericordia: così è stato ed è. Ed è significativo che proprio su questo atteggiamento si verifichino non solo critiche ma opposizioni dure da parte di quelli che il papa chiama “persone religiose ma rigide”, “giuste ma insensibili”, uomini della legge che spesso non sanno neppure riconoscere in se stessi ciò che rimproverano agli altri. La misericordia, sotto il pontificato di Francesco, non è solo tema di vita spirituale personale, ma è stile, prassi nei ecclesiale confronti di chi ha bisogno della misericordia di Dio, della chiesa, dei fratelli.
Ora, quali attese nutre il popolo di Dio ascoltando le parole di Francesco? Sono attese di riforma della chiesa “in capite et in membris”. Sappiamo però che si parla di riforma della chiesa da almeno otto secoli e che la chiesa dovrebbe essere sempre in dinamica di riforma: ecclesia semper reformanda. Papa Francesco, è animato da questa intenzione e lo dichiara sovente, ma dovremmo essere consapevoli che più la chiesa si riforma secondo il primato del vangelo e più scatena le forze avverse che si rivolteranno contro di essa. Più vita secondo il vangelo significa più cristiani perseguitati nel mondo, più credenti osteggiati dagli stessi fratelli di fede, nella chiesa stessa. C’è un’ingenuità che temo possa portare solo a riforme, se non mondane, di semplice maquillage. Anche la stessa riforma della curia avverrà solo se il papa riuscirà a farla con la curia e la curia con il papa, perché altrimenti non sarà possibile operare mutamenti efficaci in una realtà così complessa e strutturata. Molti vescovi e semplici fedeli mi confidano: speriamo che il papa riformi poche cose essenziali, ma tali che non si possa più tornare indietro dopo di lui: è questo l’augurio per il suo ottantesimo compleanno.
Pubblicato su: La Stampa

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Concelebrazione eucaristica del Santo Padre con i Cardinali nel giorno del suo 80° compleanno. Omelia del Santo Padre. Saluto al termine della Messa
Sala stampa della Santa Sede 
Alle ore 8.00 di stamani, nella Cappella Paolina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha presieduto una concelebrazione eucaristica con i Cardinali, nel giorno del Suo 80° compleanno.
Pubblichiamo di seguito l’omelia pronuciata dal Papa dopo la proclamazione del Vangelo:
Omelia del Santo Padre
Nel momento in cui la vigilante attesa si fa più intensa nel percorso dell’Avvento; in questo momento in cui la Chiesa, oggi, incomincia a pregare con le grandi antifone, momento forte nel quale ci avviciniamo al Natale, la Liturgia ci fa fermare un po’. Dice: “Fermiamoci”, e ci fa leggere questo passo del Vangelo. Cosa significa questo fermarsi in un momento che va progredendo in intensità? Semplicemente, la Chiesa vuole che noi facciamo memoria: “Fermati, e fa’ memoria. Guarda indietro, guarda la strada”. 
La memoria: questo atteggiamento deuteronomico che dà all’anima tanta forza. La memoria che la Scrittura stessa sottolinea come modo di pregare, di incontrare Dio. «Ricordatevi i vostri capi», ci dice l’autore della Lettera agli Ebrei (13,7). «Richiamate alla memoria quei primi giorni…» (Eb 10,32): la stessa cosa. E poi, nella stessa Lettera, quella schiera di testimoni, nel capitolo XI, che hanno fatto strada per arrivare alla pienezza dei tempi: “Fate memoria, guardate indietro per poter andare meglio avanti”. Questo è il significato della giornata liturgica di oggi: la grazia della memoria. Bisogna chiedere questa grazia: non dimenticare.
È proprio dell’amore il non dimenticare; è proprio dell’amore l’avere sempre sotto gli occhi tanto, tanto bene che abbiamo ricevuto; è proprio dell’amore guardare la storia: da dove veniamo, i nostri padri, i nostri antenati, il cammino della fede… E questa memoria ci fa bene, perché rende ancora più intensa questa vigilante attesa del Natale. Un giorno quieto. La memoria che prende dall’inizio l’elezione del popolo: «Gesù Cristo, Figlio di Davide, Figlio di Abramo» (Mt 1,1). Il popolo eletto, che cammina verso una promessa con la forza dell’alleanza, delle successive alleanze che va facendo. Così è il cammino del cristiano, così è il nostro cammino, semplice. Ci è stata fatta una promessa, ci è stato detto: cammina alla mia presenza e sii irreprensibile come è nostro Padre.

Una promessa che sarà piena, alla fine, ma che si consolida con ogni alleanza che noi facciamo con il Signore, alleanza di fedeltà; e ci fa vedere che non siamo stati noi a eleggere: ci fa capire che tutti noi siamo stati eletti. L’elezione, la promessa e l’alleanza sono come i pilastri della memoria cristiana, questo guardare indietro per andare avanti.
Questa è la grazia di oggi: fare memoria. E quando noi ascoltiamo questo passo del Vangelo, c’è una storia, una storia di grazia, tanto grande; ma anche una storia di peccato. Nella strada sempre troviamo grazia e peccato. Qui, nella storia della salvezza ci sono grandi peccatori, in questa genealogia (cfr Mt 1,1-17), e ci sono dei santi. E anche noi, nella nostra vita, troveremo lo stesso: momenti di grande fedeltà al Signore, di gioia nel servizio, e qualche momento brutto di infedeltà, di peccato che ci fa sentire il bisogno della salvezza. E questa è anche la nostra sicurezza, perché quando noi abbiamo bisogno di salvezza, noi confessiamo la fede, facciamo una confessione di fede: “Io sono peccatore, ma Tu puoi salvarmi, Tu mi porti avanti”. E così si va avanti nella gioia della speranza.
Nell’Avvento abbiamo incominciato a percorrere questo cammino, aspettando in vigilante attesa il Signore. Oggi ci fermiamo, guadiamo indietro, vediamo che il cammino è stato bello, che il Signore non ci ha delusi, che il Signore è fedele. Vediamo anche che sia nella storia, sia nella nostra vita ci sono stati momenti bellissimi di fedeltà e momenti brutti di peccato. Ma il Signore è lì, con la mano protesa per rialzarti e dirti: “Vai avanti!”. E questa è la vita cristiana: vai avanti, verso l’incontro definitivo. Questo cammino di tanta intensità, in vigilante attesa che venga il Signore, non ci tolga mai la grazia della memoria, di guardare indietro tutto quello che il Signore ha fatto per noi, per la Chiesa, nella storia della salvezza. E così capiremo perché oggi la Chiesa fa leggere questo passo che può sembrare un po’ noioso, ma qui c’è la storia di un Dio che ha voluto camminare con il suo popolo e farsi, alla fine, un uomo, come ognuno di noi.
Che il Signore ci aiuti a riprendere questa grazia della memoria. “Ma è difficile, noioso, ci sono tanti problemi…”. L’autore della Lettera agli Ebrei ha una frase bellissima per le nostre lamentele, bellissima: “Stai tranquillo, ancora non sei arrivato a dare il sangue” (cfr 12,4). Anche un po’ di umorismo, da parte di quell’autore ispirato, per aiutarci ad andare avanti. Il Signore ci dia questa grazia.
Saluto al termine della Messa
Vorrei ringraziarvi per questa concelebrazione, per questo accompagnarmi in questo giorno: grazie tante! E Lei, Eminenza, Cardinale decano, per le Sue parole tanto sentite: grazie tante!
Da alcuni giorni mi viene in mente una parola, che sembra brutta: vecchiaia. Spaventa, almeno, spaventa… Anche ieri, per farmi un dono, mons. Cavaliere mi ha regalato il De senectute di Cicerone - una goccia in più… Ricordo quello che ho detto a voi il 15 marzo [2013], nel nostro primo incontro: “La vecchiaia è sede di saggezza”. Speriamo che anche per me sia questo. Speriamo che ci sia così!
Mi viene in mente anche - siccome è venuto tanto presto, siccome è venuta tanto presto – mi viene in mente quel poema… credo di Plinio: «Tacito pede lapsa vetustas» [Ovidio]: con passo silenzioso ti viene addosso la vecchiaia. E’ un colpo! Ma quando uno la pensa come una tappa della vita che è per dare gioia, saggezza, speranza, uno ricomincia a vivere. E mi viene in mente anche un’altra poesia che vi ho citato quel giorno a voi: «La vecchiaia è tranquilla e religiosa» – «Es ist ruhig, das Alter, und fromm» [Hölderlin].
Pregate perché la mia sia così: tranquilla, religiosa e feconda. E anche gioiosa. Grazie.

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