giovedì 15 dicembre 2016

Intervento della Santa Sede alla Conferenza sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani




Intervento della Santa Sede alla Conferenza sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani (Vienna, 14 dicembre 2016) 

Sala stampa della Santa Sede 
[Text: Italiano, English]

Pubblichiamo di seguito l’intervento che Mons. Antoine Camilleri, Sotto-Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha pronunciato all’apertura della Conferenza organizzata dall’OSCE sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani, svoltasi ieri a Vienna
Intervento di Mons. Antoine Camilleri
Traduzione in lingua italiana
Signor Presidente, Eccellenze, Signore e Signori, La Santa Sede considera un dovere l’insistere sull’importanza continua – anzi, duratura – della libertà di religione o di credo. Sin dal suo primo impegno nei negoziati di Helsinki, passando per i decenni di conferenze e incontri della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce), fino all’esteso lavoro attuale dell’Osce, per la Santa Sede la difesa e la promozione della libertà di religione o di credo sono state, e continuano a essere, una priorità centrale e fondamentale dei suoi sforzi incessanti per salvaguardare la dignità inerente a ogni uomo e a ogni donna. La Santa Sede lo fa non perché persegue i propri interessi come suprema autorità di governo della Chiesa cattolica o perché gli altri diritti o libertà non le interessano, ma perché la libertà di religione o di credo è la cartina di tornasole per il rispetto di tutti gli altri diritti umani e le libertà fondamentali, poiché ne è la sintesi e la chiave di volta.

Di fatto, Papa san Giovanni Paolo II ha memorabilmente affermato che la libertà di religione costituisce “il cuore stesso dei diritti umani” (Messaggio per la celebrazione della XXXII Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1999, n. 5). La libertà di religione è dunque fondamentale per la difesa dei diritti umani di tutte le persone, credenti o non, poiché nel regno della coscienza, che costituisce la dignità della persona umana, ci sono diritti umani interconnessi e indivisibili, come la libertà di religione o di credo, la libertà di coscienza e la libertà di espressione. Di fatto, la lotta contro l’intolleranza e la discriminazione nei confronti dei cristiani può essere uno strumento efficace per difendere i diritti umani di altri credenti religiosi e, in effetti, anche i diritti umani di quanti non professano alcuna religione.
Pertanto, la Santa Sede considera un grande onore essere stata invitata a pronunciare il discorso di apertura di questa Conferenza sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti dei cristiani. Prima di farlo, vorrei iniziare ringraziando l’ambasciatore Eberhard Pohl, presidente del Consiglio permanente, e il dottor Michael Link, direttore dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo (Odihr), per la gentile accoglienza. Vorrei anche esprimere la gratitudine della Santa Sede al personale dell’Odihr per avere organizzato questo evento.
Per quanto riguarda il tema della nostra Conferenza, desidero soffermarmi – anche se brevemente – su tre questioni: 1) l’intolleranza religiosa e la libertà di religione o di credo; 2) le diverse forme, comprese quelle più recenti, di intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani; e 3) il potenziale di bene inerente all’impegno con la religione o la fede.
Libertà di religione o di fede e intolleranza/discriminazione
La discriminazione e l’intolleranza nei confronti dei cristiani, che prendono di mira uomini e donne non a causa della loro razza, del sesso o della lingua, ma per la loro fede, costituiscono una violazione e una sfida diretta alla libertà di religione o di credo, che è uno dei diritti umani menzionati esplicitamente nell’Atto finale di Helsinki ed è tutelato dai successivi impegni dell’Osce quale priorità di questa Organizzazione e dei suoi 57 Stati partecipanti.
Anche se a prima vista potrebbe sorprendere che la Csce e l’Osce – come organizzazione per la sicurezza regionale – debbano dedicarsi a questioni concernenti la libertà di religione o di credo e gli sforzi per combattere la discriminazione e l’intolleranza nei confronti dei cristiani, una riflessione più profonda su tali argomenti rende molto chiari i motivi per questa attenzione. L’intolleranza e la discriminazione nei confronti dei cristiani, come ogni intolleranza e discriminazione per motivi religiosi, non sono solo indici di violazione dei diritti umani, ma si sono anche dimostrati terreno fertile per altre violazioni di diritti umani che ostacolano e minacciano la coesione sociale e che possono portare a violenza e conflitto, anche tra Stati. Se l’Osce vuole davvero realizzare – da Vladivostok a Vancouver – sicurezza e cooperazione, deve rimanere vigile riguardo all’intolleranza e alla discriminazione dirette contro uomini e donne solo per la loro fede in Gesù Cristo.
Intolleranza e discriminazione nei confronti dei cristiani: molteplici forme
Sebbene l’attenzione di questa Conferenza sia ovviamente rivolta alla regione dell’Osce e vi siano senza alcun dubbio molti esempi ed episodi preoccupanti nella nostra regione, sarebbe negligente da parte mia non ricordare almeno la barbara persecuzione dei cristiani che si verifica in altre parti del mondo, purtroppo anche alle porte stesse dell’Osce. Le atrocità perpetrate nei confronti dei cristiani in Siria e in Iraq sono talmente raccapriccianti, da non riuscire a trovare le parole adeguate, e la loro sofferenza non deve essere dimenticata. Di fatto, negli ultimi giorni, l’ombra mortale dell’estremismo violento e del terrorismo è scesa ancora una volta sulla comunità copta in Egitto.
Considerando la realtà dell’area Osce, dobbiamo riconoscere che la discriminazione e l’intolleranza, compresi i crimini d’odio, colpiscono molti cristiani e comunità cristiane, malgrado l’idea spesso riscontrata che in questa parte del mondo tale discriminazione o intolleranza non si verifica. A quanto pare, appartenere alla religione maggioritaria preclude ai cristiani l’essere considerati vittime di intolleranza. Questo modo di vedere, però, non si fonda sulla realtà.
I continui e ripetuti attacchi a chiese cristiane e a edifici religiosi, confermati dai dati dell’Odihr, smentiscono facilmente l’idea che i cristiani non subiscono intolleranze. La distruzione premeditata di chiese, cappelle e sale, il vandalismo deliberato nei confronti di spazi e simboli religiosi, compresi croci, statue e altri manufatti cristiani, come anche il furto e l’abuso sacrilego di ciò che i cristiani considerano sacro, sono tutti esempi non solo di atti irriguardosi, ma anche intolleranti e il più delle volte criminali commessi a causa di pregiudizi.
Nuove forme di intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani
La Santa Sede ha ripetutamente osservato che l’intolleranza e la discriminazione nei confronti dei cristiani non riguarda solo attacchi violenti o la distruzione insensata di oggetti religiosi e si esprime in molte forme nuove. Queste nuove forme di intolleranza e di discriminazione devono essere riconosciute. In uno dei suoi più importanti discorsi sul cristianesimo nella società, Papa Benedetto XVI ha identificato diverse tendenze profondamente preoccupanti:
“La religione […] per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che – paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni – ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica. Vorrei pertanto invitare tutti voi, ciascuno nelle rispettive sfere di influenza, a cercare vie per promuovere ed incoraggiare il dialogo tra fede e ragione ad ogni livello della vita nazionale” (Incontro con Esponenti della società civile, del Mondo Accademico, Culturale e Imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con Leader Religiosi nel Westminster Hall, 17 settembre 2010).
Questi esempi di ciò che può essere giustamente definito un “sentimento anticristiano” rappresentano una nuova forma di intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani. Come Benedetto XVI ha sottolineato, si basa sul contrapporre la libertà di religione o di credo a qualche nozione generale di tolleranza e di non-discriminazione.
Tolleranza e non-discriminazione non dovrebbero però essere usate, o interpretate, in un modo che restringe la libertà di religione o di credo o altre libertà fondamentali. Una legislazione anti-discriminazione che nega la libertà di religione o di credo – e spesso ignora il diritto dei cristiani di agire conformemente alle loro credenze e ai loro interessi – è in netto contrasto con impegni ben consolidati dell’Osce. Permettetemi qui di fare un’importante distinzione: la Santa Sede aderisce con forza al principio che ogni diritto comporta obblighi e doveri. Pertanto, chi si professa cristiano non può sostenere che la libertà di religione o di credo lo autorizzi a esortare alla violenza nei confronti dei non credenti. Tuttavia, allo stesso modo, un predicatore cristiano che insegna rispettosamente e fedelmente i principi religiosi o morali della sua Chiesa è tutelato dalla libertà di religione anche se l’opinione maggioritaria trova scomoda la sua proclamazione. Dobbiamo suscitare consapevolezza per la discriminazione nei confronti dei cristiani, anche nelle regioni in cui l’opinione pubblica internazionale normalmente non si aspetterebbe che esista. L’agire e il parlare pubblicamente come cristiano impegnato nella propria vita professionale non sono mai stati tanto minacciati. Ai cristiani, come anche agli altri, dovrebbe dunque essere permesso di esprimere pubblicamente la propria identità religiosa, liberi da qualunque pressione a nasconderla o mascherarla.
Questo disagio o, di fatto, questa opposizione nei confronti di qualsiasi ruolo pubblico della religione è alla base di ciò che Papa Francesco ha definito “persecuzione educata dei cristiani” in molti paesi. Sotto le parvenze della “correttezza politica”, la fede e la morale cristiana sono considerate ostili e offensive, e dunque un qualcosa che deve essere eliminato dal discorso pubblico. Ma perché è così? Perché la religione, e in particolare il cristianesimo, è temuto quando cerca di far sentire la propria voce su questioni che interessano non solo i credenti, ma il bene comune della società? Questa paura dinanzi al cristianesimo che svolge il suo ruolo legittimo nella pubblica piazza rivela una visione o un approccio “riduzionista” alla libertà di religione o di credo, confinandola meramente alla libertà di culto. Contro tale tendenza, il Santo Padre ha affermato che:
“La libertà religiosa implica certamente il diritto di adorare Dio, individualmente e comunitariamente, come la propria coscienza lo detta. Ma la libertà religiosa, per sua natura, trascende i luoghi di culto, come pure la sfera degli individui e delle famiglie. Perché il fatto religioso, la dimensione religiosa, non è una subcultura, è parte della cultura di qualunque popolo e qualunque nazione” (Papa Francesco, Incontro per la libertà religiosa, Philadelphia, 26 settembre 2015).
Le restrizioni alla libertà religiosa vanno sfidate, poiché i crimini d’odio inevitabilmente prosperano in un ambiente in cui la libertà di religione non viene pienamente rispettata e in cui la religione è discriminata.
Religione o fede come fattore positivo
Malgrado le numerose sfide che dobbiamo affrontare nel combattere l’intolleranza nei confronti dei cristiani, non dobbiamo dimenticare che la religione o la fede – e quindi il cristianesimo – ha una capacità illimitata di bene, non solo per gli individui o le comunità (basti solo ricordare le immense opere caritative realizzate da cristiani), ma anche per la società nel suo insieme.
Pur riconoscendo il ruolo positivo che la religione può svolgere nella sfera pubblica e nella società, nella sua Lettera enciclica Laudato si’ Papa Francesco ha ribadito che “la Chiesa non pretende […] di sostituirsi alla politica” (n. 188). Né la Chiesa pretende di offrire soluzioni tecniche ai problemi del mondo, poiché questa è una responsabilità che ricade altrove. La religione, però, ha il compito speciale di offrire i suoi principi guida alla comunità dei credenti e alla società in generale. Per sua natura è aperta a una realtà più grande e quindi può guidare le persone e le istituzioni verso una visione più universale, verso un orizzonte di fraternità universale che nobilita e arricchisce il carattere dell’assistenza umanitaria. Una persona autenticamente formata da una visione religiosa non può essere indifferente alla sofferenza di uomini e donne.
L’Osce ha chiaramente riconosciuto questa dimensione pubblica vitale ed essenziale delle comunità religiose. A tale riguardo, vorrei richiamare la vostra attenzione sul principio 16 del Documento conclusivo di Vienna 1989 e sulla Decisione n. 3/13 del Consiglio ministeriale. Questi impegni esigono che gli Stati partecipanti includano le comunità religiose nel dibattito pubblico, anche attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Pertanto, gli Stati dovrebbero apprezzare gli interventi dei rappresentanti delle comunità religiose che esprimono le loro idee – basate su convinzioni morali derivanti dalla fede – sulla vita quotidiana e, in particolare, sui provvedimenti legislativi e amministrativi del loro paese.
La Santa Sede è convinta che, sia per gli individui sia per le comunità, la dimensione della fede può favorire il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani, sostenere la democrazia e lo Stato di diritto e contribuire alla ricerca della verità e della giustizia. Inoltre, il dialogo e la collaborazione tra le religioni e con le religioni sono un mezzo importante per promuovere sicurezza, fiducia, riconciliazione, rispetto e comprensione reciproci e a favorire la pace. I nostri sforzi comuni per combattere l’intolleranza o la discriminazione nei confronti dei cristiani partono dal nostro riconoscimento comune della libertà di religione o di credo e, come ha evidenziato Papa Francesco:
“Essa comprende ‘la libertà di scegliere la religione che si considera vera e di manifestare pubblicamente la propria fede’. Un sano pluralismo, che davvero rispetti gli altri ed i valori come tali, non implica una privatizzazione delle religioni, con la pretesa di ridurle al silenzio e all’oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe o delle moschee. Si tratterebbe, in definitiva, di una nuova forma di discriminazione e di autoritarismo” (Evangelii Gaudium, n. 255).
Grazie a tutti per la gentile attenzione. 

English
Mr. Chairman, Excellencies, Ladies and Gentlemen,
The Holy See considers it a duty to insist on the continuing – indeed, the lasting – importance of the freedom of religion or belief. From the Holy See’s first engagement with the Helsinki negotiations, through the decades of the CSCE conferences and meetings, to the extensive work of the OSCE today, defending and promoting the freedom of religion or belief has been, and remains, a key and essential priority of the Holy See’s relentless efforts to safeguard the inherent dignity of every man and every women. The Holy See does so, not because it is pursuing its own interests as the supreme governing authority of the Catholic Church or because it is uninterested in other rights or freedoms, but because the freedom of religion or belief is the litmus test for respect of all other human rights and fundamental freedoms, since it is their synthesis and keystone.
Indeed, Pope St. John Paul II memorably stated that religious freedom constituted the “very heart of human rights”.1 Religious freedom, thus, is essential to defending the human rights of all people, whether they are believers or non-believers, since within the realm of conscience, that constitutes the dignity of the human person, there are interrelated and indivisible human rights, such as freedom of religion or belief, freedom of conscience and freedom of expression. In fact, combatting Intolerance and Discrimination against Christians can be an effective tool in defending the human rights of other religious believers, and, indeed, the human rights of those who profess no religion.
Therefore, the Holy See considers it a great honour to be invited to deliver the keynote address to this Conference on Combating Intolerance and Discriminations of Christians. Before doing so, I would like to begin by thanking Ambassador Eberhard Pohl, Chairperson of the Permanent Council, and Dr. Michael Link, Director of the Office for Democratic Institutions and Human Rights, for their profound opening words. I also wish to express the Holy See’s gratitude to the staff of the ODIHR for having organized this event.
With regard to our Conference theme, I would like to dwell – albeit briefly – on three issues: 1) religious intolerance and freedom of religion or belief; 2) various forms, including more recent forms, of intolerance and discrimination against Christians; and 3) the potential for good that lies in engaging with religion or belief.
Freedom of religion or belief and intolerance/discrimination
Discrimination and intolerance against Christians, which target men and women, not because of their race, sex or language, but because of their faith, represent a violation and a direct challenge to the freedom of religion or belief, one of the human rights explicitly mentioned in the Helsinki Final Act, and safeguarded in subsequent OSCE commitments, as a priority of this Organization and its 57 participating States.
Although, at first glance, it might seem surprising that the CSCE and the OSCE – as a regional security arrangement – should be engaged with issues of freedom of religion or belief and efforts to combat discrimination and intolerance against Christians, a deeper reflection of the issues involved make the reasons for this attention very clear. Intolerance and discrimination against Christians, as any intolerance and discrimination on religious grounds, are not only an indicator of human rights violations but they have also been proven to be a fertile ground for further violations of human rights that impair and threaten social cohesion, that may lead to violence and conflict, even between States. If the OSCE truly strives to bring about – from Vladivostok to Vancouver – security and co-operation, it must remain vigilant with regard to intolerance and discrimination that target men and women simply because of their faith in Jesus Christ.
Intolerance and discrimination against Christians – many forms
Although the obvious focus of this Conference is on the OSCE region, and without doubt, there are many examples and incidences of concern within our region, I would be remiss if I did not at least recall the barbaric persecution of Christians that takes place in other parts of the world, sadly also at the very doorstep of the OSCE. The atrocities committed against Christians in Syria and Iraq are so horrific that words cannot adequately respond, and their plight must not be forgotten. Indeed, in these last few days, the deathly shadow of violent extremism and terrorism has fallen once again upon the Coptic community in Egypt.
Considering the reality of the OSCE area, we must recognize that discrimination and intolerance, including hate crimes, impact many Christians and Christian communities, despite a frequently encountered notion that in this part of the world such discrimination or intolerance does not occur. Seemingly, belonging to the majority religion precludes Christians from being considered as victims of intolerance. Such a view, however, is not based on reality.
The continuous attacks against Christian churches and religious buildings, time, and time again, affirmed by ODIHR data, easily disprove the notion that Christians do not suffer intolerance. The premeditated destruction of churches, chapels and halls, the deliberate vandalism of religious spaces and symbols, including crosses, statues and other Christian artefacts, as well as theft and sacrilegious misuse of that which Christians consider to be holy, are all examples of not only disrespectful, but intolerant, and in most cases criminal acts committed with a bias motive.
New forms of intolerance and discrimination of Christians
The Holy See has repeatedly noted that intolerance and discrimination of Christians is not simply about violent attacks or wanton destruction of religious artefacts and comes in many new forms. Such new forms of intolerance and discrimination need to be acknowledged. In one of his major addresses on Christianity in society, Pope Benedict XVI identified several deeply worrying trends:
Religion…is not a problem for legislators to solve, but a vital contributor to the national conversation. In this light, I cannot but voice my concern at the increasing marginalization of religion, particularly of Christianity, that is taking place in some quarters, even in nations which place a great emphasis on tolerance. There are those who would advocate that the voice of religion be silenced, or at least relegated to the purely private sphere. There are those who argue that the public celebration of festivals such as Christmas should be discouraged, in the questionable belief that it might somehow offend those of other religions or none. And there are those who argue – paradoxically with the intention of eliminating discrimination – that Christians in public roles should be required at times to act against their conscience. These are worrying signs of a failure to appreciate not only the rights of believers to freedom of conscience and freedom of religion, but also the legitimate role of religion in the public square. I would invite all of you, therefore, within your respective spheres of influence, to seek ways of promoting and encouraging dialogue between faith and reason at every level of national life.”2
These examples of what may rightly be called “anti-Christian sentiment”, represent a new form of intolerance and discrimination against Christians. As Benedict XVI pointed out, it is based on setting the freedom of religion or belief against some general notion of tolerance and non-discrimination.
Tolerance and non-discrimination, however, should not be used, or interpreted, in a way that would restrict freedom of religion or belief or other fundamental freedoms. Anti-discrimination legislation that denies freedom of religion or belief – and often ignores the right of Christians to act in accordance with their beliefs and interests – stands in stark contrast to well-established OSCE commitments. Let me make an important distinction here: the Holy See strongly adheres to the principle that every right entails obligations and duties. Therefore, a self-professed Christian cannot claim that freedom of religion or belief entitles him to call for violence against non-believers. However, in the same fashion, a Christian preacher who respectfully and faithfully teaches the religious or moral tenets of his Church is protected by freedom of religion even if the majority opinion is uncomfortable with his proclamation. We must raise awareness of discrimination against Christians even in regions where international public opinion would normally not expect this to exist. To act and speak out publicly as a committed Christian in one’s professional life has never been more threatened. Christians, as well as others, should therefore be allowed to express publicly their religious identity, free from any pressure to hide or disguise it.
Such discomfort with or, indeed, opposition to any public role of religion lies behind what Pope Francis has referred to as the “polite persecution of Christians” in many countries. In the guise of “political correctness”, Christian faith and morals are considered to be hostile and offensive, and therefore, something to be removed from public discourse. But why is this? Why is religion, and Christianity in particular, feared when it seeks to make its voice heard on issues that are of interest, not only to believers, but to the common good of society? This fear of Christianity playing its legitimate role in the public square betrays a “reductionist” view or approach to the freedom of religion or belief, confining it merely to the freedom of worship. Against such a trend, the Holy Father has affirmed that:
“Religious freedom certainly means the right to worship God, individually and in community, as our consciences dictate. But religious liberty, by its nature, transcends places of worship and the private sphere of individuals and families. Because religion itself, the religious dimension, is not a subculture; it is part of the culture of every people and every nation.”3
Restrictions on religious freedom need to be challenged, as hate crimes invariably flourish in an environment where religious freedom is not fully respected and where religion is discriminated.
Religion or belief as a positive factor
Despite the many challenges we face in combating intolerance against Christians, we should not forget that religion or belief – and therefore Christianity – has an unlimited capacity for good, not only for individuals or communities (one need only consider the Herculean charitable works that are carried out by Christians), but also for society as a whole.
While acknowledging the positive role that religion can play in the public sphere and in society, Pope Francis, in his Encyclical Letter Laudato Si’, reaffirmed that “the Church does not pretend … to substitute for politics”4. Nor does the Church claim to offer technical solutions to the world’s problems since the responsibility of doing that belongs elsewhere. Religion, however, has a special task to offer its guiding principles to the community of believers and society in general. By its nature, it is open to a larger reality and thus it can lead people and institutions towards a more universal vision, to a horizon of universal fraternity that ennobles and enriches the character of humanitarian assistance. A person truly formed by a religious vision cannot be indifferent to the sufferings of men and women.
The OSCE has clearly recognised this vital and essential public dimension of religious communities. In this regard, I draw your attention to principle 16 of the 1989 Vienna Concluding Document and Ministerial Council Decision No. 3/13. These commitments request participating States to include religious communities in public dialogue, also through the mass media. Consequently, States should welcome the interventions of representatives of religious communities that give their views – based on moral convictions deriving from faith – about everyday life and, in particular, on the legislative and administrative provisions of their countries.
The Holy See is convinced that for both individuals and communities the dimension of belief can foster respect for fundamental freedoms and human rights, support democracy and rule of law and contribute to the quest for truth and justice. Furthermore, dialogue and partnerships between religions, and with religions, are an important means to promote confidence, trust, reconciliation, mutual respect and understanding as well as to foster peace.
Our common efforts to combat intolerance or discrimination against Christians starts from our common recognition of freedom of religion or belief, and – as Pope Francis has pointed out – :
“This includes ‘the freedom to choose the religion which one judges to be true and to manifest one’s beliefs in public’. A healthy pluralism, one which genuinely respects differences and values them as such, does not entail privatizing religions in an attempt to reduce them to the quiet obscurity of the individual’s conscience or to relegate them to the enclosed precincts of churches, synagogues or mosques. This would represent, in effect, a new form of discrimination and authoritarianism.”5
Thank you all for your kind attention.
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1 POPE JOHN PAUL II, Message for the Celebration of the World Day of Peace, 1 January 1999, n. 5.
2 Pope Benedict XVI, Meeting with Representatives of British Society, including the Diplomatic Corps, Politicians, Academics and Business Leaders in Westminster Hall, 17 September 2010.
3 Pope Francis, Meeting for Religious Liberty, Philadelphia, 26 September 2015.
4 Pope Francis, Encyclical Letter, Laudato Si’, n. 188.
5 Pope Francis, Evangelii gaudium, N. 255.

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