giovedì 22 dicembre 2016

La Chiesa e il multiculturalismo



da Lorenza Perfori


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di Stefano Fontana*.
Un articolo di qualche anno fa, ma più che mai attuale vista la confusione che regna, in ambito cattolico, sull’atteggiamento che la politica dovrebbe avere nei confronti del fenomeno dell’immigrazione.
*Stefano Fontana è direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa
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Sono convinto che ci sia effettivamente bisogno, come ha proposto Gaetano Quagliariello su L’Occidentale, di un ripensamento significativo circa quanto deve dire e fare la Chiesa e quanto deve invece fare la politica sulla questione delle migrazioni. Ritengo anche che, dentro questa grande problematica, il problema di accertare chi effettivamente ha diritto all’asilo politico, sia tutto sommato piuttosto limitato.
Il fatto è che spesso gli interventi di uomini di Chiesa su questo argomento non aiutano la politica a vedere il bene possibile da farsi, anzi la spingono nei confini di un pragmatismo cui invece essa, almeno quella responsabile ed attenta, vuole sottrarsi. Moralismo e pragmatismo sono derive pericolose perché ci allontanano dalla realtà, da cui né la verità né il bene possono prescindere.
Cosa deve fare la Chiesa nei confronti dei migranti? Amarli, aiutarli, esprimere loro la carità cristiana. E’ questa la carità “diretta” espressa dalla Chiesa, di cui parla l’enciclica Deus caritas est e di cui ci sarà sempre bisogno anche in una ipotetica società perfetta. Sulle coste siciliane ci saranno sempre centri di accoglienza della Caritas, ove non si guarderà in faccia nessuno, ma si cercherà solo di aiutare tutti. Così come ci saranno sempre comunità per il recupero dei drogati, o case famiglia per minori in difficoltà. Alla Chiesa interessa la giustizia, ma soprattutto ha a cuore la carità. Lo sguardo lucido della giustizia ha bisogno di quello caldo e penetrante della carità, che spesso aiuta a realizzare meglio anche la giustizia, impedendole di diventare troppo fredda.
Cosa deve fare la politica nei confronti dei migranti? Nel rispetto della dignità delle persone e tendendo alla giustizia, deve mettere in atto un piano di accoglienza nella legalità, tenendo conto delle esigenze dei migranti ma anche dalla società di accoglienza, in modo che sia dato a ciascuno il suo senza nuocere al bene comune. La politica non ha il compito di amare tutti e di esercitare una carità illimitata. Non può non tenere conto della sostenibilità delle iniziative. Ha il dovere di regolare i flussi e deve farlo adoperando i criteri di una ragione pubblica che tenga conto di tutti i bisogni in gioco.
Può essere utile alla politica il richiamo della Chiesa alla carità, perché fa vedere meglio quanto la stessa politica potrebbe fare. Le possibilità di bene che abbiamo politicamente davanti risultano talvolta più evidenti quando qualcuno ci richiama alcuni alti valori. Non sono utili alla politica i richiami moralistici alla carità, quelli che accecano la vista più che illuminarla, quelli che saltano a pie’ pari i problemi reali, o che procedono per semplificazioni riduttive. Anche tra i poveri ci sono i cattivi, i furbi, gli approfittatori e gli sfruttatori. Anche nei paesi cosiddetti ricchi verso cui si indirizzano i flussi ci sono i deboli, i bisognosi di attenzioni e di protezione.
Credere nell’incontro tra le culture non vuol dire non vedere i problemi della società multiculturale né far finta di niente davanti al crollo del multiculturalismo, su cui ormai tutti concordano. Ammucchiare le culture, farle convivere una accanto all’altra, come mondi a se stanti per nulla integrati, non è praticare l’accoglienza, ma fingere di farlo.
La politica ha il dovere di selezionare i flussi migratori. Deve evitare di accogliere gruppi che in seguito si “auto ghettizzano” e soprattutto, come scriveva Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Pace del 2001, deve “garantire ad un determinato territorio un certo equilibrio culturale, in rapporto alla cultura che lo ha prevalentemente segnato” in modo da permettere “la permanenza e lo sviluppo di una determinata fisionomia culturale”.
Tutti hanno diritto ad emigrare, secondo la Chiesa, ma questo non significa che tutti abbiano diritto ad essere accolti. E questo lo ha più volte detto la Chiesa stessa. Quando siano in gioco il bene comune o l’integrità culturale di un popolo, minacciati da una migrazione eccessiva, l’immigrazione può essere impedita o filtrata, anche pretendendo dagli immigrati l’assunzione di doveri previ, fornendo loro una cornice legislativa e morale cui devono inserirsi. Il principio di reciprocità vale sempre, perché “la solidarietà richiede reciprocità”. Questa frase è della Nota pastorale della Cei del 1990 dal titolo Uomini di culture diverse: dal conflitto all’integrazione, la quale anche aggiunge “Fa parte della stima dell’altro non solo l’offerta di accoglienza e di aiuto, ma anche l’attesa di una risposta analoga”.
Nei flussi migratori incontrollati si nascondono nuove possibilità pastorali per la Chiesa, ma anche nuovi pericoli per la religione cristiana, derivanti dal relativismo religioso. E’ la Chiesa a richiamare la ragione politica per non cadere nel relativismo, perché allora rimproverarla quando essa cerca di selezionare i flussi migratori, e di conseguenza culturali e religiosi, in base a criteri razionali di giustizia e di bene comune?

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