giovedì 15 dicembre 2016

Mattarella ci ricorderemo anche di te

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di Stefano Fontana

Come era prevedibile, Sergio Mattarella ha dimostrato di essere, in fondo, un nuovo Napolitano. Con la scusa di seguire le procedure istituzionali non si tiene conto delle esigenze politiche manifestate dal popolo italiano e si finisce per concordare col governo anche i passaggi istituzionali a scopi politici. L’ossequio è alle istituzioni ma in fondo il servizio è alla politica.
Dopo il referendum, Renzi ha presentato le dimissioni. Il Presidente Mattarella gli ha chiesto di congelarle per permettere l’approvazione della legge di stabilità. Una apparentemente giusta esigenza istituzionale. Solo che l’allora ministro per i rapporti col Parlamento, Maria Elena Boschi, pose la fiducia su quel voto. Certo, per questioni di tempo: esaminare tutti gli emendamenti sarebbe stato troppo lungo. Ma anche per questioni politiche, ossia dimostrare che la maggioranza c’è. A quel punto ogni possibilità di governo “tecnico” o di transizione, come qualcuno aveva ipotizzato per far sentire la discontinuità col governo di fatto sfiduciato al referendum,  era superata. Il governo sarebbe stato politico. Siccome i passaggi sono stati concordati col Presidente della Repubblica, il governo Gentiloni è di fatto un governo del Presidente Mattarella, anche se non si chiama tale, come il governo Renzi era un governo del Presidente Napolitano anche se non si chiamava tale. A quel punto anche un governo Renzi-bis non sarebbe stato inopportuno, se Renzi non avesse elaborato altri disegni: la soluzione finale della minoranza interna al prossimo congresso e ricandidarsi a Palazzo Chigi alle prossime elezioni. 
Superato il rito (inutile in questo caso, perché le decisioni erano state già prese dopo aver ottenuto la fiducia del Parlamento) dei colloqui con le forze politiche, il Renzi-bis senza Renzi poteva essere attuato ed è difficile immaginare l’esito del patto Gentiloni senza pensare anche alla regia di Mattarella o, quantomeno, alla sua desistenza. Egli ha accettato di dare l’incarico alla persona indicatagli da Renzi per tenergli caldo il posto Ha accettato che quasi tutti i ministri del vecchio governo dimissionario fossero riconfermati. Ha accettato che fossero premiati facendoli rimanere o facendoli entrare nel governo quanti si erano spesi per la nuova legge costituzionale, come la relatrice di maggioranza Anna Finocchiaro. Ha accettato che il cerchio più vicino al premier fosse presente, perfino nella persona di Luca Lotti. L’unica cosa che – a quanto si sente dire – ha imposto è di non aprire le poltrone del governo al gruppo di Verdini. Per il resto ha accettato il menu completo.
Se si ragiona sul filo dei procedimenti istituzionali, tutto sembra in regola. In Italia governa chi vince le elezioni e non chi vince ai referendum. I governi nascono e muoiono in Parlamento. Però c’è un aspetto di sostanza o, possiamo dire, politico nel senso ampio del termine, che un Presidente della Repubblica non può trascurare. L’enorme massa di italiani che hanno votato No hanno espresso varie forme di disagio, di preoccupazione, di insofferenza sia per il tentativo di manomettere la Carta costituzionale in modo cialtronesco, sia per due anni di governo pericoloso, sia per un’epoca, che data dalle dimissioni di Berlusconi, in cui la democrazia partecipativa è congelata. Questi governi di nomina regia si sono anche permessi il lusso di entrare a gamba tesa in ambiti molto delicati, come le unioni civili o il divorzio (breve) o addirittura la Costituzione. Non hanno avuto il pudore e la prudenza di stare al loro posto, ma hanno fatto i protagonisti rivoltando da sopra a sotto la famiglia e la scuola italiane. Il No al referendum ha espresso – in modo multiforme – un grave giudizio di condanna per il centralismo statalista, per l’ossequio agli organismi internazionali e contro ogni altra cessione di sovranità nazionale, per un governo velleitario delle migrazioni. Hanno infine espresso un desiderio di voto, per liberarsi da un Parlamento “incostituzionale” che legifera a spron battuto e senza pudore. Non aveva forse il dovere il Presidente della Repubblica di tenere in un qualche conto anche tutto questo? Altrimenti perché ha accettato le dimissioni di Renzi?
In questo momento gli occhi sono puntati sul premier dimissionario, sul ministro Boschi o il ministro Fedeli. Non vorrei che così si distogliesse lo sguardo da Sergio Mattarella. Egli ha detto no ad un ministro di Verdini, ma non ha detto no alla promozione di Valeria Fedeli, una vendetta di Renzi verso Massimo Gandolfini e il popolo del Family Day.
Massimo D’Alema ha detto che il Partito Democratico la prossima volta sarà travolto da una vera e propria ondata. Egli, nella sua previsione, si riferiva alla spudorata arroganza di questo governo. Renzi e Boschi – secondo le loro parole – avrebbero dovuto abbandonare non solo il governo ma anche la politica in caso di vittoria del No. Invece la protervia di andare da soli contro tutti, li ha fatti rimanere ancora lì. Ci sarà questa ondata? Tutto dipenderà da quanto ci “ricorderemo”. Certamente, questi eventi hanno consolidato la nostra capacità di ricordare. Se il 4 dicembre, nell’urna, ci siamo ricordati della approvazione della legge Cirinnà, questo nuovo governo ci ha confermato nella necessità di ricordare ulteriormente. Alla Cirinnà dovremo aggiungere la Fedeli e tutto questa telenovela del governo fotocopia. Ma in questo ricordarci, ricordiamoci anche di Sergio Mattarella che, nella faccenda, non ha avuto una parte secondaria.

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