lunedì 12 dicembre 2016

Santa Messa in occasione della Festa Liturgica della Beata Vergine Maria di Guadalupe Omelia del Santo Padre

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Nuovo tweet del Papa: "Nella festa di Nostra Signora di Guadalupe, affidiamo a lei i popoli americani e la missione della Chiesa in quel Continente." (12 dicembre 2016)

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 Papa Francesco: "La società che stiamo costruendo per i nostri figli è sempre più marcata dai segni della divisione e della frammentazione, lasciando “fuori gioco” tanti, specialmente coloro che hanno difficoltà a raggiungere il minimo indispensabile per portare avanti la propria vita con dignità"

Sala stampa della  Santa Sede
Alle ore 18 di oggi, lunedì della III settimana di Avvento, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco presiede la Celebrazione Eucaristica in occasione della Festa liturgica della Beata Vergine Maria di Guadalupe. 
Omelia del Santo Padre
“Beata colei che ha creduto” (Lc. 1,45) con queste parole Elisabetta unse la presenza di Maria in casa sua. Parole che nascono dal suo grembo, dalle sue viscere; parole che riescono a far riecheggiare tutto ciò che sperimentò con la visita a sua cugina: “Appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto”. (Lc. 1, 44-45)
Dio ci fa visita nelle viscere di una donna, muovendo le viscere di un’altra donna con un canto di benedizione e di lode, con un canto di gioia. La scena evangelica porta in sé tutto il dinamismo della visita di Dio: quando Dio ci viene incontro muove le nostre viscere, mette in movimento quello che siamo fino a trasformare tutta la nostra vita in lode e benedizione. Quando Dio ci fa visita ci lascia inquieti, con la sana inquietudine di coloro che si sentono invitati ad annunciare che Egli vive ed è in mezzo al suo popolo. Così lo vediamo in Maria, la prima discepola e missionaria, la nuova arca dell’alleanza che, lontana dal rimanere in un luogo riservato nei nostri templi, esce a far visita e accompagna con la sua presenza la gestazione di Giovanni. Così lo ha fatto anche nel 1531: corse al Tepeyac per servire e accompagnare il popolo che era in gestazione con dolore, diventando Madre sua e di tutti i nostri popoli.
Con Elisabetta anche noi oggi vogliamo ungerla e salutarla dicendo: “Beata colei che ha creduto” e continui a credere “nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (v. 45). Maria è così icona del discepolo, della donna credente e orante che sa accompagnare e incoraggiare la nostra fede e la nostra speranza nelle diverse tappe che ci tocca attraversare. In Maria abbiamo il fedele riflesso “non (di) una fede poeticamente edulcorata, ma di una fede forte soprattutto in un’epoca in cui si spezzano i dolci incantesimi delle cose e le contraddizioni entrano in conflitto ovunque”. 1
E certamente dovremo imparare da questa fede forte servizievole che caratterizza nostra Madre; imparare da questa fede che sa entrare dentro la storia per essere sale e luce nelle nostre vite e nella nostra società.
La società che stiamo costruendo per i nostri figli è sempre più marcata dai segni della divisione e della frammentazione, lasciando “fuori gioco” tanti, specialmente coloro che hanno difficoltà a raggiungere il minimo indispensabile per portare avanti la propria vita con dignità. 
Una società alla quale piace vantarsi dei suoi progressi scientifici e tecnologici, ma che è diventata cieca e insensibile davanti a migliaia di volti che restano indietro nel cammino, esclusi dall’orgoglio accecante di pochi. Una società che finisce con il creare una cultura della disillusione, del disincanto e della frustrazione in tantissimi nostri fratelli; e anche di angoscia in tanti altri che sperimentano difficoltà per non restare fuori dal cammino.
Sembrerebbe che senza accorgercene ci siamo abituati a vivere nella “società della sfiducia” con tutto quello che ciò comporta per il nostro presente e specialmente per il nostro futuro; sfiducia che poco a poco va generando stati di indolenza e dispersione.
Quanto è difficile vantarsi della società del benessere quando vediamo che il nostro caro continente americano si è abituato a vedere migliaia e migliaia di bambini e di giovani di strada che mendicano e dormono nelle stazioni dei treni, nei sotterranei della metropolitana o dove riescono a trovare un posto. Bambini e giovani sfruttati in lavori clandestini o costretti a trovare una moneta agli incroci delle strade, pulendo i parabrezza delle nostre auto e sentono che nel “treno della vita” non c’è posto per loro. Quante famiglie continuano a essere segnate dal dolore di vedere i propri figli vittime dei mercanti della morte. Quanto è duro vedere come abbiamo normalizzato l’esclusione dei nostri anziani obbligandoli a vivere nella solitudine, semplicemente perché non sono produttivi; o vedere – come bene hanno detto i vescovi ad Aparecida – “la situazione precaria che colpisce la dignità delle nostre donne. Alcune, da bambine e da adolescenti, sono sottomesse a molteplici forme di violenza dentro e fuori di casa”. 2 Sono situazioni che ci possono paralizzare, che possono farci dubitare della nostra fede e specialmente della nostra speranza, della nostra maniera di guardare e affrontare il futuro.
Davanti a tutte queste situazioni, dobbiamo dire con Elisabetta: “Beata colei che ha creduto”, e imparare da quella fede forte e servizievole che ha caratterizzato e caratterizza nostra Madre.
Celebrare Maria è, in primo luogo, fare memoria della madre, fare memoria che non siamo né mai saremo un popolo orfano. Abbiamo una Madre! E dove è la madre c’è sempre presenza e sapore di casa. Dove è la madre, i fratelli potranno litigare ma sempre trionferà il senso dell’unità. Dove è la madre non mancherà la lotta in favore della fraternità. Sempre mi ha impressionato vedere, in diversi popoli dell’America Latina, quelle madri lottatrici che, spesso da sole, riescono a mandare avanti i figli. Così è Maria con noi, suoi figli: Donna lottatrice di fronte alla società della sfiducia e della cecità, di fronte alla società della indolenza e della dispersione; Donna che lotta per rafforzare la gioia del Vangelo. Lotta per dare “carne” al Vangelo. Guardare la Guadalupana è ricordare che la visita del Signore passa sempre attraverso coloro che riescono “a fare carne” la sua Parola, che cercano di incarnare la vita di Dio nelle proprie viscere, diventando segni vivi della sua misericordia.
Celebrare la memoria di Maria è affermare contro ogni pronostico che “nel cuore e nella vita dei nostri popoli batte un forte senso di speranza, nonostante le condizioni di vita che sembrano offuscare ogni speranza”. 3
Maria, perché ha creduto, ha amato; perché serva del Signore è serva dei suoi fratelli. Celebrare la memoria di Maria è celebrare che noi come Lei, siamo invitati a uscire e andare all’incontro con gli altri con il suo stesso sguardo, con le sue stesse viscere di misericordia, con i suoi stessi gesti. Contemplarla è sentire il forte invito ad imitare la sua fede. La sua presenza ci porta alla riconciliazione, dandoci forza per generare legami nella nostra benedetta terra latinoamericana, dicendo “sì” alla vita e “no” a ogni tipo di indifferenza, di esclusione, di scarto dei popoli o di persone.
Non abbiamo paura di uscire a guardare gli altri con il suo stesso sguardo. Uno sguardo che ci fa fratelli. Lo facciamo perché, come Juan Diego, sappiamo che qui c’è nostra madre, sappiamo che siamo sotto la sua ombra e la sua protezione, che è la fonte della nostra gioia, che siamo tra le sue braccia. 4
Dacci, la pace, il cibo, la casa, una fede (...)
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1 ROMANO GUARDINI, El Señor. Meditaciones sobre la vida de Jesucristo, Madrid 2005, 44.
2 V Conferencia General del Episcopado Latinoamericano y del Caribe, Documento de Aparecida (29 junio 2007), 48.
3 V Conferencia General del Episcopado Latinoamericano y del Caribe, Documento de Aparecida (29 junio 2007), 536.
4 Cf. Nicam Mopohua, 119: «No estoy aquí yo, que soy tu madre? ¿No estás bajo mi sombra y resguardo? ¿No soy yo la fuente de tu alegría? ¿No estás en el hueco de mi manto, en el cruce de mis brazos? ¿Tienes necesidad de alguna otra cosa?». 

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Traduzione in lingua spagnola
«Feliz de ti porque has creído» (Lc 1,45) con estas palabras Isabel ungió la presencia de María en su casa. Palabras que nacen de su vientre, de sus entrañas; palabras que logran hacer eco de todo lo que experimentó con la visita a su prima: «Apenas oí tu saludo, el niño saltó de alegría en mi seno. Feliz de ti porque has creído» (Lc 1,44-45).
Dios nos visita en las entrañas de una mujer, movilizando las entrañas de otra mujer con un canto de bendición y alabanza, con un canto de alegría. La escena evangélica lleva consigo todo el dinamismo de la visita de Dios: cuando Dios sale a nuestro encuentro moviliza nuestras entrañas, pone en movimiento lo que somos hasta transformar toda nuestra vida en alabanza y bendición. Cuando Dios nos visita nos deja inquietos, con la sana inquietud de aquellos que se sienten invitados a anunciar que Él vive y está en medio de su pueblo. Así lo vemos en María, la primera discípula y misionera, la nueva Arca de la Alianza quien, lejos de permanecer en un lugar reservado en nuestros Templos, sale a visitar y acompaña con su presencia la gestación de Juan. Así lo hizo también en 1531: corrió al Tepeyac para servir y acompañar a ese Pueblo que estaba gestándose con dolor, convirtiéndose en su Madre y la de todos nuestros pueblos.
Con Isabel también nosotros hoy en su día queremos ungirla y saludarla diciendo: «Feliz de ti María porque has creído» y sigues creyendo «que se cumplirá todo lo que te fue anunciado de parte del Señor» (v. 45). María es así icono del discípulo, de la mujer creyente y orante que sabe acompañar y alentar nuestra fe y nuestra esperanza en las distintas etapas que nos toca atravesar. En María tenemos el fiel reflejo «no [de] una fe poéticamente edulcorada, sino [de] una fe recia sobre todo en una época en la que se quiebran los dulces encantos de las cosas y las contradicciones entran en conflicto por doquier».1
Y ciertamente tendremos que aprender de esa fe recia y servicial que ha caracterizado y caracteriza a nuestra Madre; aprender de esa fe que sabe meterse dentro de la historia para ser sal y luz en nuestras vidas y en nuestra sociedad.
La sociedad que estamos construyendo para nuestros hijos está cada vez más marcada por los signos de la división y fragmentación, dejando «fuera de juego» a muchos, especialmente a aquellos a los que se les hace difícil alcanzar los mínimos para llevar adelante su vida con dignidad. Una sociedad que le gusta jactarse de sus avances científicos y tecnológicos, pero que se ha vuelto cegatona e insensible frente a miles de rostros que se van quedando por el camino, excluidos por el orgullo que ciega de unos pocos. Una sociedad que termina instalando una cultura de la desilusión, el desencanto y la frustración en muchísimos de nuestros hermanos; e inclusive, de angustia en otros tantos porque experimentan las dificultades que tienen que enfrentar para no quedarse fuera del camino.
Pareciera que, sin darnos cuenta, nos hemos acostumbrado a vivir en la «sociedad de la desconfianza» con todo lo que esto supone para nuestro presente y especialmente para nuestro futuro; desconfianza que poco a poco va generando estados de desidia y dispersión.
Qué difícil es presumir de la sociedad del bienestar cuando vemos que nuestro querido continente americano se ha acostumbrado a ver a miles y miles de niños y jóvenes en situación de calle que mendigan y duermen en las estaciones de trenes, del subte o donde encuentren lugar. Niños y jóvenes explotados en trabajos clandestinos u obligados a conseguir alguna moneda en el cruce de las avenidas limpiando los parabrisas de nuestros autos..., y sienten que en el «tren de la vida» no hay lugar para ellos. Cuántas familias van quedando marcadas por el dolor al ver a sus hijos víctimas de los mercaderes de la muerte. Qué duro es ver cómo hemos normalizado la exclusión de nuestros ancianos obligándolos a vivir en la soledad, simplemente porque no generan productividad; o ver —como bien supieron decir los Obispos en Aparecida—, «la situación precaria que afecta la dignidad de muchas mujeres. Algunas, desde niñas y adolescentes, son sometidas a múltiples formas de violencia dentro y fuera de casa»2. Son situaciones que nos pueden paralizar, que pueden poner en duda nuestra fe y especialmente nuestra esperanza, nuestra manera de mirar y encarar el futuro.
Frente a todas estas situaciones, tenemos que decir con Isabel: «Feliz de ti por haber creído», y aprender de esa fe recia y servicial que ha caracterizado y caracteriza a nuestra Madre.
Celebrar a María es, en primer lugar, hacer memoria de la madre, hacer memoria de que no somos ni seremos nunca un pueblo huérfano. ¡Tenemos Madre! Y donde está la madre hay siempre presencia y sabor a hogar. Donde está la madre, los hermanos se podrán pelear pero siempre triunfará el sentido de unidad. Donde está la madre, no faltará la lucha a favor de la fraternidad. Siempre me ha impresionado ver, en distintos pueblos de América Latina, esas madres luchadoras que, a menudo ellas solas, logran sacar adelante a sus hijos. Así es María con nosotros, sus hijos: Mujer luchadora frente a la sociedad de la desconfianza y de la ceguera, frente a la sociedad de la desidia y la dispersión; Mujer que lucha para potenciar la alegría del Evangelio. Lucha para darle «carne» al Evangelio.
Mirar la Guadalupana es recordar que la visita del Señor pasa siempre por medio de aquellos que logran «hacer carne» su Palabra, que buscan encarnar la vida de Dios en sus entrañas, volviéndose signos vivos de su misericordia.
Celebrar la memoria de María es afirmar contra todo pronóstico que «en el corazón y en la vida de nuestros pueblos late un fuerte sentido de esperanza, no obstante las condiciones de vida que parecen ofuscar toda esperanza».3
María, porque creyó, amó; porque es sierva del Señor y sierva de sus hermanos. Celebrar la memoria de María es celebrar que nosotros, al igual que ella, estamos invitados a salir e ir al encuentro de los demás con su misma mirada, con sus mismas entrañas de misericordia, con sus mismos gestos. Contemplarla es sentir la fuerte invitación a imitar su fe. Su presencia nos lleva a la reconciliación, dándonos fuerza para generar lazos en nuestra bendita tierra latinoamericana, diciéndole «sí» a la vida y «no» a todo tipo de indiferencia, de exclusión, de descarte de pueblos o personas.
No tengamos miedo de salir a mirar a los demás con su misma mirada. Una mirada que nos hace hermanos. Lo hacemos porque, al igual que Juan Diego, sabemos que aquí está nuestra madre, sabemos que estamos bajo su sombra y su resguardo, que es la fuente de nuestra alegría, que estamos en el cruce de sus brazos.4
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1 ROMANO GUARDINI, El Señor. Meditaciones sobre la vida de Jesucristo, Madrid 2005, 44.
2 V Conferencia General del Episcopado Latinoamericano y del Caribe, Documento de Aparecida (29 junio 2007), 48.
3 V Conferencia General del Episcopado Latinoamericano y del Caribe, Documento de Aparecida (29 junio 2007), 536.
4 Cf. Nicam Mopohua, 119: «No estoy aquí yo, que soy tu madre? ¿No estás bajo mi sombra y resguardo? ¿No soy yo la fuente de tu alegría? ¿No estás en el hueco de mi manto, en el cruce de mis brazos? ¿Tienes necesidad de alguna otra cosa?».

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